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La dolce vita dei compound

Bikini e Martini in Arabia Saudita. Là dove gli occidentali vivono come se fossero a casa loro

“Sai loro non vogliono mischiarsi con i sauditi, tutto qui.” Segue faccina triste. “Preferiscono stare con i loro simili, vivere in modo libero senza essere disturbati,” mi racconta Z. in una delle nostre chiacchierate su skype, che ormai sono diventate un appuntamento fisso del pomeriggio in redazione. Z. è un ingegnere saudita di 30 anni, laureato negli Stati Uniti, che vive e lavora a Dammam, una città portuale all’estremità orientale del Paese. “Loro” sono gli occidentali che abitano per ragioni di lavoro in Arabia Saudita: un esercito di decine di migliaia tra europei, statunitensi e canadesi (si stima che i soli americani siano oltre 35 mila) impiegati per lo più nei settori petrolifero, finanziario e delle costruzioni. E che conducono una vita parallela, ermeticamente sigillata dalla realtà saudita e, quel che più conta, dalle severissime norme sociali e religiose che regolano ogni aspetto della vita quotidiana nel regno. Per intenderci, in Arabia Saudita è illegale bere alcol, consumare cibo haram (ovvero non confacente alle norme alimentari musulmane) e praticare qualsiasi religione al di fuori dell’Islam. I luoghi pubblici, ristoranti e centri commerciali compresi, hanno ingressi separati per maschi e femmine. Le donne sono obbligate a indossare il velo e l’abaya, una sorta di caftano nero lungo fino alle caviglie, non possono guidare né circolare liberamente senza il permesso scritto di un “guardiano maschile,” ovvero padre, marito o, nel caso delle vedove, un figlio. Dulcis in fundo, è rigorosamente vietato alle coppie non sposate di incontrarsi in luoghi pubblici.

Tutto questo è fatto rispettare dalla ormai famigerata polizia religiosa, detta anche Commissione per la promozione della virtù e per la prevenzione del vizio. I poliziotti religiosi, o muttaween (singolare muttawa), si sono meritati le prime pagine di tutto il mondo nel marzo del 2002 perché hanno impedito a un gruppo di allieve in una scuola femminile della Mecca di fuggire dall’edificio in fiamme in quanto non indossavano l’abaya: quindici ragazzine sono morte nell’incendio. Ultimamente i sauditi stanno dando prova di essere cominciati a stufarsi, tanto che lo scorso anno un muttawa era stato preso a botte da una coppietta che aveva tentato di importunare mentre i due passeggiavano tranquillamente in un parco divertimenti nella città di Al-Mubarraz. Ma i muttaween restano onnipresenti, o quasi.
Tutto questo non è fatto rispettare nei cosiddetti “compound per occidentali,” dove la polizia religiosa non può entrare e dove europei e nordamericani vivono relativamente indisturbati. Si tratta di vere e proprie gated communities dove non solo l’accesso è strettamente riservato ai residenti – “in quanto saudita non ho il permesso di entrare in nessuno dei compound, a meno che non sia espressamente invitato da uno degli abitanti,” ci racconta Z. – ma dove vigono leggi completamente separate rispetto al resto del Paese. Insomma, uno Stato nello Stato.

Basti pensare che nei compound per occidentali, che il più delle volte sono composti da villette di lusso con piscine comuni e altre amenità come cinema, palestre e centri commerciali, le donne possono guidare, vestirsi come più gli piace e in alcuni casi persino prendere il sole in bikini. Nessuno disturba le coppie non sposate e, cosa ancora più scandalosa, circolano persino bevande alcoliche, seppure in quantità limitate e per lo più distillate in loco (scordatevi Barolo e Amarone, insomma). “La vita dentro il compund è come essere tornati negli Stati Uniti o nell’Europa occidentale,” commenta uno dei residenti in un forum dedicato a chi si sta per trasferire in Arabia Saudita. Che però poi aggiunge: “Ma appena usciti fuori assicuratevi che vostra moglie indossi l’abaya.”
Alla vita nel compound ha dedicato un articolo l’inglese Fiona Moss, che si era trasferita a Khobar, nella Provincia Orientale, insieme al marito che aveva firmato un contratto con una società britannica. “All’interno del nostro compound, si vive in grandi ville ammobiliate con aria condizionata, si può vestire all’occidentale, usufruire di piscine e palestre aperte a uomini e donne, nonché di TV satellitare e web,” scrive Moss su The Daily Telegraph. “E sì, c’è anche un locale dove servono vere bevande alcoliche, anche se si tratta della varietà fatta in casa che mette a dura prova il tuo fegato, roba distillata con il succo d’uva locale, zucchero e lievito.”

In Arabia quello dei compund per occidentali – che nonostante siano preclusi ai locali sono quasi tutti gestiti da cittadini sauditi – è anche un business di successo. Tanto che esistono compagnie specializzate nell’affittare appartamenti in una di queste gated communities a europei e americani che si preparano a trasferirsi, prima ancora che mettano piede nel Paese. Tra questi segnaliamo la società The Right Compound, che si rivolge soprattutto a un target americano con uno slogan che più chiaro di così non si può: “Vivi in Arabia Saudita, sentiti a casa” (leggi: negli Stati Uniti). La pagina web mostra una giovane donna dall’aria affabile e professionale, che regge tutta contenta la bandiera saudita, ma rigorosamente senza velo né abaya. La compagnia gestisce una vastissima gamma di compound, da Riadh a Khobar, da Jeddah a Ras Tanura, da Dammam a Medina, per un totale di 23 località.
The Right Compound ha anche aperto una pagina su Facebook (digitare: Saudi Compunds) che da mezzo pubblicitario si è presto trasformato in uno strumento di comunicazione. Tra gli occidentali residenti in diverse province dell’Arabia, che a furia di stare chiusi nei loro compound sono in cerca di qualche faccia nuova con cui scambiare impressioni, consigli e pettegolezzi, ma anche per i giovani sauditi, un po’ incuriositi e forse un po’ invidiosi, alla perenne ricerca di qualche europeo o nordamericano con cui fare due chiacchiere “illuminate.”

E’ così che ho conosciuto Z., l’ingegnere di 30 anni laureato negli Stati Uniti che è un po’ nostalgico della libertà in cui godeva negli States: “E’ da anni che sono fan di Saudi Compunds [la pagina di Facebook, NdR], è un ottimo posto per conoscere gente nuova.” Lui, in un compund di quelli veri non ha mai messo piede: “Forse se avessi un passaporto straniero…” Ma dice di capire un po’ quegli occidentali che vogliono isolarsi da tutto e da tutti: “Vedi, purtroppo non tutti i sauditi sanno comportarsi,” racconta. “Qui da noi le donne e gli uomini conducono vite completamente segregate, quindi puoi immaginarti cosa succede quando un maschio saudita, che non ha praticamente mai visto una donna, si trova davanti a una ragazza.” Isolandosi nei compound, sostiene Z., gli occidentali evitano di cacciarsi nei guai: “Forse è l’unico modo di evitare casini, in questo Paese.”

Pubblicato sul numero 2 di Studio

Articolo ascoltabile anche su Podcast, grazie alle “Letture” di Radio24. A questo indirizzo.

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