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Jack White se ne va nello spazio

Egomaniaco, consuetudinario, prete mancato: la rockstar ex White Stripes ha appena fatto suonare il primo vinile nel cosmo.

Si chiude Studio Ritratti, una serie di profili di personaggi dell’attualità, della politica, della cultura da leggere durante le vacanze agostane, con cui vi abbiamo accompagnato in queste settimane. Qui potete leggere le puntate precedenti, Greta Gerwig, Luigi Di Maio, Datta Phuge, Boris Johnson, Jessie AndrewsYotam Ottolenghi, Jacques Cousteau e Salvatore Ligresti. Buona lettura, buon rientro.

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Finché Jack White non fosse salito sul palco, l’avrei aspettata fuori dai cancelli. Poi, così avevo deciso, anche da solo sarei entrato. Intanto aspettandola pesticciavo l’erba davanti all’ingresso, ancora un po’ e sembrava ci avesse giocato a pallone una torma di ragazzini. Veronica aveva il telefono spento ed era in ritardo di due ore all’appuntamento. Era l’8 luglio 2008, la prima data italiana della nuova band di Jack White. Dopo la tristezza per la scoperta della scomparsa di Veronica – non venne al concerto né il giorno dopo all’università, il cellulare continuò a rimanere spento per le settimane successive e quando chiamai a casa dei genitori anche lì non ottenni risposta – ci fu lo sconforto per non conoscere che cosa le fosse capitato, perché avesse deciso di andarsene (di ragioni ce ne sono sempre almeno un paio tra cui scegliere), dove, e se avesse deciso lei di andare via. Dalla sera in cui Veronica non è venuta al concerto dei The Raconteurs, la mia è stata un’immaginazione per lacune.

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Il primo contatto di Jack White con il cinema è datato 1987 e il film è un thriller che si intitola I delitti del rosario. Uno psicopatico, la cui figlia si è suicidata dopo che lui l’ha violentata, uccide preti e suore lasciando nelle loro mani un rosario nero. Padre Keosler, il parroco della chiesa del Santo Redentore, invitato dalla polizia dello Stato a collaborare alle indagini, è interpretato da Donald Sutherland. Jack White, ultimo di dieci figli, i cui genitori lavoravano per l’arcidiocesi di Detroit, il padre come addetto alla manutenzione e la madre in veste di segretaria del cardinale, ottiene per sé la parte del chierichetto: alle audizioni per il personaggio lo deve aver aiutato l’aver cantato sin da piccolo nel coro della chiesa, tra grate di croci di ferro e profili di santi nelle vetrate spezzate tenute assieme dal mastice.

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Jack White è da sempre ossessionato dal numero tre. In un’intervista rilasciata al Guardian nel 2003 raccontò: «La prima volta che mi colpì, lavoravo in una tappezzeria. Il tipo per cui lavoravo usava tre punti metallici. Non potevi averne uno o due, ma tre era il minimo per tappezzare qualcosa. E sembrava che tutto si basasse su quello. Del tipo, ti servono solo tre gambe per un tavolo. (…) Non ti serve andare oltre: i tre componenti per scrivere canzoni, i tre accordi per il blues o il rock’n’roll: il numero sembrava essere sempre quello». Qualche anno più tardi avvia un’attività artigianale in proprio e la chiama Third Man Upholstery. Lo slogan è «Your furniture is not dead» sulla scia del celebre «Rock is not dead». Vaga per Detroit dentro un furgone giallo a riparare i tendaggi e il mobilio dei suoi clienti, e sia la sua uniforme che le pareti del negozio sono gialle e nere. Una volta riparato il divano, prima di rifoderarlo, ha il vezzo di infilarci all’interno un foglietto con una poesia, destinata al tappezziere che la leggerà alla prossima commissione. Ora Third Man Studio è il nome della sua casa di produzione: ci lavorano ventisei persone, gli uomini in tenuta nera e cravatta gialla, le donne con vestiti gialli, anche i dolciumi del distributore hanno gli stessi due colori. Jack White è un tipo che cambia spesso tutto il resto, meno che le sue consuetudini.

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Quando arrivai davanti alla casa in cui Veronica abitava con i genitori, prima che potessi citofonare, venni fermato dalla donna che faceva loro le pulizie. Mi aveva visto dal balcone. Mi disse che non c’era nessuno e non servì dirgli che ero un amico, che conoscevo anche la madre e che ero stato qualche volta in quella casa. Ricordavo in particolare un pranzo con la madre a cui, dopo una mattina trascorsa a seguire le lezioni in università, Veronica mi aveva invitato. Avevamo mangiato in un ampio salotto alle cui pareti erano appesi ritratti della Madonna, il più grande sopra il televisore, e i mobili erano zeppi di santi, le statuine lunghe e sottili incombevano come un branco di giraffe. La donna ritornò a sbrigare quel che stava facendo sul balcone, come unica cortesia m’indicò un punto un poco più a destra rispetto a dov’ero io: c’era il fratello sedicenne di Veronica, appena uscito da un’auto. Ricordai in quell’istante, forse dopo che mi ero rivisto seduto al tavolo da pranzo con quelle presenze religiose tutt’attorno, che l’estate prima, non avevo capito quanto controvoglia, Veronica era stata con la madre in pellegrinaggio a Međugorje. Adesso il fratello mi guardava perché capissi che, lì come pure altrove, con lui non si sarebbe mai fatto alcun patto.

La Third Man Studio, che per lui è un pianeta surreale che combina Leonardo da Vinci e lo steampunk, ha sede a Nashville, dove Jack White abita da quando è finita la storia sentimentale e musicale condivisa con Meg White. È una sala di registrazione, c’è una sala concerti, ospita anche una camera oscura per lo sviluppo delle stampe fotografiche e un tornio per produrre gli Lp. Alcune delle produzioni dello studio: il disco, su un vinile al profumo di pesca, dell’ex moglie, Karen Elson, la donna rossa, azzurra e bianca che ha sposato su una canoa in un rito officiato da uno sciamano nell’acqua del Rio delle Amazzoni; il 33 giri che occorre battere con un martello per avere il 45 giri contenuto all’interno; il singolo più veloce del mondo, l’acetato duplicato e confezionato, pronto per essere messo in vendita tre ore e cinquantacinque minuti dopo la salita della band sul palco. E poi, ecco l’ultima novità in casa White, il primo vinile suonato nello spazio.

Per Jack White è difficile salire sul palco perché ha paura di sorridere, l’ultima cosa che vuole è che la gente pensi che non faccia il suo lavoro sul serio. Da qui quel suo sguardo sempre impermalito. Il luogo in cui sta meglio, più della sala di registrazione, è il salotto di casa, circondato com’è da grandiosi musi di animali imbalsamati. Un giornalista che l’incontrò nella sua abitazione quando ancora risiedeva a Detroit trovò trofei di antilopi e alci sul pavimento, disposti alla bell’e meglio ai piedi dei jukebox, ancora da fissare sulle pareti a fianco ai molti orologi e alle sculture in lamiera di automobili à la John Chamberlain. Si affida anche lui al tassidermista che prepara gli esemplari del cantante Ted Nugent, suo concittadino oltre che cacciatore infallibile. Jack White si vanta di una testa di tigre con un dente sbeccato, e durante i tour dei White Stripes si portava il muso di una zebra nel furgoncino giallo e rosso in mezzo alle apparecchiature musicali. Teme di essere un egomaniaco. La maestosità di quegli esemplari imbalsamati, tutti quegli occhi intorno, al contrario, gli impongono la giusta umiltà, dice, lo mettono al suo posto.

Jack White venne ammesso a un seminario in Wisconsin, dopo aver fatto richiesta per prendere i voti. Non divenne prete perché qualche giorno prima di partire scoprì che non avrebbe potuto portare con sé l’amplificatore acquistato da poco, decidendo quindi di rimanere a Detroit. «Penso sia egoista non rendere grazia a qualcosa che non siamo noi», dice al giornalista che lo intervista accerchiato dai suoi animali, un borbottio chioccio sale dalle loro bocche aperte. Lui ha comunque continuato a scrivere tra i ringraziamenti dei suoi album «Dio», non si sa mai, una buona misura preventiva di difesa.

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La madre l’abbraccia per l’ultima volta prima che lei vada, la prende per mano, la gira una manciata di volte su sé stessa, si ferma prima che possa darle il capogiro. Adesso, con la forza che ha trattenuto perché nelle giravolte non le venisse la nausea, vorrebbe stringerla, ma non può rischiare di essere ambigua, di darle l’idea che voglia trattenerla. Ciascun abito contrassegnato come adatto o meno per finire nella valigia. Molti dei vestiti rimasti nell’armadio, appena un mucchio di stracci. Veronica non ha mai vissuto come se vivere fosse la cosa più naturale di questo mondo, ora vive in un cantuccio, vestita sempre di nero e bianco, lei che non era tagliata per vivere da sola. Non fa pensieri sulla vita precedente, la buona volontà non basta. Al momento dell’ingresso in chiesa hanno preso per la navata di destra e sono rimaste in piedi, nonostante i cenni dagli altri parenti perché si sedessero con loro in prima e seconda fila. Lei e la madre parlano a voce bassa e si carezzano le braccia. È morto il nonno, un imprenditore molto noto a Torino, mi ha telefonato un’amica comune appena ha letto la notizia sul quotidiano cittadino. Dalle finestre alte e strette entra una luce debole, un fitto gruppo si scambia saluti e condoglianze. Sono passati tre anni da quel concerto dei The Raconteurs al quale neppure io, per dirla tutta, alla fine entrai. Sto sul sagrato finché la funzione è iniziata ed esco dalla chiesa prima della fine. Non mi ha visto e ho fatto a meno di parlarle.

Per celebrare il settimo anniversario della casa discografica, Jack White il 30 luglio ha fatto suonare il primo vinile nello spazio. Affiancato da uno scienziato, che a detta dell’etichetta «ha la Nasa nel sangue», ha collaudato Icarus Craft, un giradischi su un pallone aerostatico che si è librato a ventottomila metri da terra. Il 12 pollici placcato in oro dell’astronomo Carl Sagan, A Glorious Dawn, da quando ha spiccato il suo volo in cielo a quando con un paracadute è ritornato a terra, ha suonato per ottanta minuti. Così Jack White, quarantuno anni qualche settimana prima del lancio, ha lasciato infine la Terra, i mattoncini di Lego e le trentadue batterie dei videoclip di Michel Gondry, le tre chitarre che hanno i nomi delle attrici della Hollywood classica, i ragazzini del quartiere di Detroit in cui è cresciuto che ascoltavano solo hip hop, il giorno che ha officiato il nuovo matrimonio di Meg, la sua prima moglie, nel giardino dietro la loro vecchia casa, il dito della mano sinistra fratturato in un incidente d’auto con Renée Zellweger, il rosso, il bianco, il nero, e poi il giallo, il nero, e chissà se ha fatto in tempo a esaudire il desiderio di possedere una testa di bufalo così da completare la collezione, Jack White se ne va nello spazio. Veronica, invece, ha sulle mani calottine di pelle gonfia, secca qui e macchiettata di rosso là, la mattina lavora la terra e dopo pranzo impunta la stoffa, Veronica è diventata un’àncora.

 Ritratto nel testo di Paolo Ceccarelli
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