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Il mercoledì nero

Il giorno in cui l'erba non ha attutito la caduta degli idoli, il tennis funky di Dustin Brown, il piacevole ritorno del "serve & volley".

Seconda puntata del diario da Wimbledon. Qui la prima.

C’è altro a cui pensare oltremanica in questi giorni, con la spending review che sta gelando il sangue dei britannici e di alcuni persino le case, visto che si è deciso di tagliare addirittura il bonus riscaldamento dei residenti all’estero (ma solo in paesi con temperature medie superiori al Regno Unito). Ci si mette anche la Regina, il cui stipendio è stato aumentato del 5%, e poi George Osborne, il Cancelliere dello Scacchiere altrimenti detto Ministro delle Finanze, che per mostrarsi uomo del popolo twitta una sua foto mentre prepara l’ultimo discorso seduto di fronte a un hamburger; ma il Sun lo smaschera, perché quello non è un triviale Big Mac da un pound o poco più ma un panino gourmet che costa l’esagerato prezzo di 9 sterline e 70 (“Shamburger”, titola il tabloid). Insomma presi da quest’estensione incontrollata della lotta di classe cosa vuoi che gliene importi agli inglesi che il terzo giorno di Wimbledon è stato ribattezzato per i posteri il Black Wednesday, il giorno in cui sono caduti, letteralmente e figurativamente, quasi tutti i padroni del torneo. Proprio come il mercoledì nero del settembre 1992 quando, e sono fatti di cui non comprendo minimamente la natura, la sterlina in svalutazione a picco uscì dal Sistema Monetario Europeo, e George Soros guadagnò un miliardo e passa di dollari in un solo giorno alla faccia del governo britannico. Dopo aver letto diversi bignamini sull’argomento ho rinunciato a sperare di comprendere, un po’ come ho fatto all’All England Club dopo aver assistito a troppi eventi per cui non posso trovare spiegazione.

Se il mondo fosse un luogo più spiritoso Dustin Brown sarebbe il numero 1 del mondo, e vincerebbe tutti i suoi trofei solo dopo aver salvato match point con volée o colpi dietro la schiena.

La giornata era iniziata dirigendomi a passo svelto verso il campo numero 2, uno di quegli impianti di media taglia che poi sono i court migliori di ogni torneo, capienti a sufficienza da creare la sensazione di una folla, piccoli tanto da permettere di leggere le espressioni sui volti dei giocatori da qualunque posto. In programma il secondo turno tra ‘Rusty’ Lleyton Hewitt e un tale Dustin Brown: leggenda tra gli appassionati psicotici che passano il tempo su streaming monocamera di tornei minori, non solo Brown ha un nome da stand-up comedy o da eroe dei fumetti, in più è metà tedesco e metà giamaicano, porta dei lunghi dreadlock e di solito, almeno per qualche minuto a match, è in grado di praticare un tennis eccezionale, tra servizi missile, badilate in risposta che prendono righe a ripetizione, e soprattutto un gioco a rete da circo. Vince il primo set con una volée in tuffo che ricorda le acrobazie in porta nelle partitelle in spiaggia, con quella stessa nonchalance incoraggiata dalla morbidezza della sabbia. Se il mondo fosse un luogo più spiritoso lui sarebbe il numero 1 del mondo, e vincerebbe tutti i suoi trofei solo dopo aver salvato match point con analoghe volée o colpi dietro la schiena. Ma poiché la ripetizione conta sempre più della differenza, Dustin è numero 189 del mondo, best ranking in carriera n. 89 e nessun torneo vinto nel circuito maggiore. Per quanto Hewitt sia un trentaduenne rattoppato è pur sempre un ex numero 1 che ha vinto Wimbledon e U.S. Open, quindi vado a vedere l’incontro sperando giusto di assistere a qualche sprazzo da entertainer, e invece Brown finisce per vincere in quattro set, mettendo insieme una quantità irragionevole di ricami acrobatici con cui giunge per la prima volta al terzo turno di uno Slam.

Lascio il campo soddisfatto delle piccole concessioni che l’inesorabile darwinismo atletico a volte concede, e non sono il solo a pensare che possa essere la storia della giornata. Quando Dustin appare in conferenza stampa con i dreadlock raccolti in un cappellone rigorosamente bianco, Clerici (sempre lui) gli chiede se abbia mai pensato di dedicarsi alla pittura, vista la mano delicata che ha mostrato nelle demi-volée. Nessuno può ancora immaginare che la sua vittoria è solo il primo segnale di un’onda anomala che sta per portarsi via tutte le certezze di questi Championships. Mentre pasteggio di fronte alla vetrata del ristorante dei giornalisti, aristocraticamente affacciata su una serie di campi offerti allo sguardo come immagino un villaggio si presenti al signorotto dal suo castello, scopro che in un paio d’ore si sono già ritirati cinque giocatori, mentre molti altri scivolano e si lamentano del prato insidioso. I ritiri saliranno a sette (un record), le scivolate a decine, ma sono solo altri presagi delle detronizzazioni che seguiranno. Entro al campo n. 2 giusto in tempo per vedere Maria Sharapova perdere contro la n. 131 Michelle Larcher de Brito, mentre due ore prima Victoria Azarenka si era già ritirata prima ancora di scendere in campo contro Flavia Pennetta. In mezza giornata il tabellone femminile ha perso la seconda e la terza giocatrice, dopo che Nadal era uscito subito a inizio settimana, anche lui per mano di un avversario ben sotto la centesima posizione.

Con una certa apprensione dunque si è cominciato a seguire il match di secondo turno di Federer contro Sergiy Stakhovsky, che essendo classificato n. 116 viene ormai considerato da tutti un pericolo, l’ignoto di chi non ha nulla da perdere, che si abbandona al verde imprevedibile contro la razionalità e le false sicurezze dei campioni, infastiditi da un manto che sembra avere vita propria. E così è stato. Stakhovsky, conscio di non poter combattere a armi pari da fondocampo, non ha fatto altro che attaccare su ogni punto, mettendo in pratica quello che tutti si affannano a dire sia ormai morto: il serve & volley. Durante la prima ora, quanto tutto appare ancora sotto controllo, certo il match è un po’ troppo tirato per essere un secondo turno di Federer ma tant’è, osservo un giornalista seduto accanto a me, completo di lino chiaro, capelli grigi lunghi raccolti in una coda e un foulard leopardato al collo, che prende appunti in un’elaborata grafia illegibile che ricorda gli antichi caratteri di un codex benedettino. Solo quando Stakhovsky ormai si sta impossessando anche del tie-break del quarto e ultimo set, e contro ogni opinione sul tennis moderno continua a attaccare, a togliere il tempo, a seguire prima e seconda di servizio a rete – e lui lo sta facendo contro il sette volte campione del torneo che più nella storia ha celebrato quello stile di gioco – solo all’ennesimo colpo sotto rete coraggiosissimo e delicatissimo che questo semisconosciuto piazza ben lontano dalla superbia e dal broncio del Maestro ormai detronizzato, solo a quel punto allora il mio distinto collega perde un po’ del suo fare aristocratico e riesco a leggere per la prima volta una delle sue note, resa forse elementare dalla confusione che tutti stiamo provando di fronte agli accadimenti: “Volley!”, scrive il giornalista, come se quel punto esclamativo lo aiuterà a ricordarsi quali emozioni ha generato quel preciso momento dell’incontro.

«Contro Connors e Borg è come venire colpiti da una mazza, ma con McEnroe, lui usa il pugnale. Un colpo di striscio qui, un taglio lì, e in poco tempo ti trovi coperto di sangue».

Lo diceva anche Arthur Ashe, quando provava a spiegare la differenza tra giocare contro Borg o Connors rispetto a McEnroe: «Contro Connors e Borg è come venire colpiti da una mazza, ma con McEnroe, lui usa il pugnale. Un colpo di striscio qui, un taglio lì, e in poco tempo ti trovi coperto di sangue». Sarà questo che ha provato Federer, dopo tre ore passate a combattere con un rivale che non gli ha concesso ritmo, che ha sempre cercato di prendere possesso dello scambio, che non ha avuto paura di fallire? In fondo è questa la grossa differenza, il tennis su terra è uno sport d’attrito, quello su erba è uno sport di iniziativa, si agisce per accorciare lo scambio, mettere l’altro in una situazione in cui non può più gestire il colpo. Si cerca di sfuggire alla stessa superficie di gioco, perché il campo non tollera indugi e temporeggiamenti, avvelena la palla a ogni rimbalzo, non permettendo quelle lente trame che si compongono giocando sull’argilla. Era sanguinante Federer quando ha lasciato il campo dopo la sconfitta? Dopo 36 quarti di finale consecutivi esce da un torneo dello Slam al secondo turno, come non gli capitava dal 2003, da ben dieci anni. A rete i due avversari si parlano a lungo, quasi si abbracciano, chissà se Stakhovsky si rende conto di quello che ha fatto.

Lo scoramento di Federer era talmente tracimante che anche di spalle il suo saluto uscendo dal campo mi è parso carico di dramma. Neanche ha aspettato l’avversario per andar via, come il protocollo imporrebbe, e tante sono state le ferite subite che non sembrava neanche più vestito di bianco, come se fosse avvolto in un nero frutto del suo lutto regale. Subito dopo con i giornalisti è apparso di nuovo composto, parlando di tornare a lavorare presto e del fatto che intende giocare ancora per “many more years“, con quell’indefinito temporale tipico delle dinastie, infastidite dal doversi misurare su una durata oggettiva.

A fine giornata torno sulla mia terrazza signorile per riflettere sugli eventi trascorsi, mentre osservo i campi sotto di me che vengono messi a dormire. Si tratta di una procedura elaborata, che inizia con una copiosa annaffiata con getti d’acqua vaporizzati nell’aria, seguita dalla distesa del telo sopra il terreno di gioco. Dopo poco il telo, al centro un grande logo del Club con le racchette incrociate, comincia lentamente a gonfiarsi grazie a un getto d’aria liberato da sotto, che in una decina di minuti lo trasforma in una collina vibrante che veglia sopra il fragile verde naturale. Sarebbe bello se tutto il torneo venisse scandito da simili sorprese, una sequela di sconosciuti che riescono a compiere col poco che hanno le grandi imprese che i campioni fanno avendo a disposizione tutto ciò che desiderano. Ma la paura è che le sorprese siano già finite, bruciate nel fuoco troppo intenso di una sola giornata, troppo presto. Difficile immaginare chi altro tra i sopravvissuti possa inventarsi una storia diversa ormai. Serena Williams appare ormai sola che passeggia con calma verso la difesa del titolo, Djokovic e Murray, su parti opposte del tabellone, non hanno né l’età né le idiosincrasie tradite in questi giorni da Federer e Nadal, ed è difficile pensare che qualcuno possa sbarrargli la strada verso lo scontro diretto in finale. Non resta che continuare a scrutare quei teli gonfi sui campi che sembrano un po’ come delle pance, e sperare che siano davvero in dolce attesa di altri colpi di scena.

 

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