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I libri del mese

Cosa hanno letto i collaboratori di Studio e cosa abbiamo amato in redazione.

Helen MacDonald – Io e Mabel ovvero l’arte della falconeria (Einaudi) trad. Anna Rusconi

Copia di Senza titolo 2

Lo aspettava da un po’ chi si è accorto di quanto questo libro sia stato celebrato negli Stati Uniti e in Inghilterra tra il 2014 e il 2015: un «instant classic» per il New York Times; «premio per il miglior libro che si sottrae a ogni classificazione» per il New Yorker; «straordinario e indimenticabile» per il Time; ha pure vinto il Samuel Johnson Prize for Non-Fiction. E, in effetti, bastano dieci pagine o forse anche soltanto la prima per accorgersi di quanto  siano definizioni prive di doping giornalistico. Helen MacDonald, scrittrice e naturalista inglese, ha innanzitutto dalla sua la bellezza di uno stile tutto sommato lineare, ma fortemente magnetico. E fa sentire le cose che racconta sui polpastrelli, nelle narici e ovviamente negli occhi. Ma poi, soprattutto, ha una potentissima storia da raccontare. Ed è la storia del suo rapporto con un astore (femmina, Mabel), ma anche del rapporto della scrittrice con suo padre e dell’elaborazione del lutto per la sua morte (elaborazione che passa, appunto, attraverso l’addestramento del rapace). Intrecciata a questa, e continuamente chiamata in causa, la vicenda dello scrittore Terence White (noto per essere l’autore del racconto da cui Disney trasse La spada nella roccia), auto-recluso, alcolizzato, omosessuale represso e sadico, anch’egli allevatore di un astore, nonché autore di The Goshawk, uno che scriveva osservando il suo animale: «Ero appena scappato dall’umanità e il povero astore ne era stato catturato». Io e Mabel è uno di quei libri che si insinuano nel lettore al punto da creare un’immedesimazione stranissima: viene voglia di mettersi a praticare la falconeria per quanto assurdo possa sembrare. Soprattutto è la conferma che la scrittura naturalistica sta vivendo una rinascita interessantissima e sta diventando un fertile campo di sperimentazioni letterarie (Quammen, Sjöberg). Viene ovviamente voglia di chiedersi perché. E forse, quello che dice White a proposito dello «scappare dall’umanità» può essere un’ispirazione interessante.

(Cristiano de Majo)

 

Cees Nooteboom – Tumbas (Iperborea) fotografie Simone Sassen, trad. Fulvio Ferrari

20151109123725_252_piatto_cortazar-1Se la letteratura è un dialogo con i morti, come ha scritto da qualche parte Margaret Atwood, Tumbas è il testo iniziatico rituale ideale per cominciare la conversazione: si tratta infatti di un catalogo di visite cimiteriali, per immagini e testi, a quel che rimane delle vite terrene di poeti, romanzieri, filosofi: da Julio Cortazar a Virgilio, da Mary McCarthy a Susan Sontag, da Italo Calvino a Simone de Beauvoir. Noteboom è un poeta e prosatore olandese, nato nel 1933: ha pubblicato decine di libri, viaggiato ovunque, stretto legami con le menti migliori del suo tempo. Molte tra le opere di Noteboom che ho letto mi sembrano improntate al classico principio di Duchamp (uno dei pochi artisti inclusi, per altro): chiedersi ogni volta che si fa una mostra se si può inventare un nuovo tipo di mostra. Noteboom inventa forme letterarie da decenni, spesso innervando di echi multidisciplinari la sua tempra di lirico classico contemporaneo. E “lirismo classico contemporaneo” potrebbe essere un’ingrata sintesi per questa magnifica sequenza di omaggi, ricordi, ragionamenti, connessioni, note a margine. Nelle lapidi di molti autori – nel carattere usato per imprimere i nomi, o brevi frasi commemorative – c’è spesso un frammento del loro destino: il destino di continuare a parlare con i tutti i vivi che verranno.

(Gianluigi Ricuperati)

 

Catherine Lacey – Nessuno scompare davvero (Sur) trad. Teresa Ciuffoletti

BIGSUR5_Lacey_Nessunoscomparedavvero_coverTempo fa ho letto un articolo su Slate (era di Katie Roiphe) in cui una serie di libri, da Speedboat di Renata Adler a Prendila Così di Joan Didion, venivano accomunati, ricondotti a un genere ribattezzato per l’occasione “Smart Woman Adrift”, donna intelligente alla deriva. Patita delle derive di qualsiasi tipo, la cosa mi ha entusiasmato moltissimo e mi ha spinto a leggere il romanzo di Catherine Lacey, anch’esso citato come erede di questa nobile tradizione. Nel libro di Lacey abbiamo una ventottenne in fuga dalla sua vita newyorkese (si chiama, in maniera abbastanza irritante, Elyria), abbiamo abbondante deriva: un walkabout stralunato in giro per la Nuova Zelanda con una destinazione pretestuosa nella sua indeterminatezza; abbiamo senz’altro l’intelligenza: descrizioni fulminanti, dialoghi fulminanti e, sì, fulminanti riflessioni sul non funzionare, sul non appartenere, sul dolore che ti scompone. L’edizione italiana, in uscita a febbraio, ce lo presenta come “road movie introspettivo”, ma “deriva” mi convince di più, per il modo in cui l’amorfo dell’esperienza, l’assenza di direzione influenzano non solo lo stile ma la struttura stessa del romanzo. C’è un attacco in medias res, un finale tutt’altro che concluso, e un andamento destinato a frustrare moltissimo gli amanti della trama-tutta-trama. Chi invece pensa che “character is plot”, e io sono tra questi, ha di che gioire.

(Flavia Gasperetti)

 

Gabriele Di Fronzo – Il grande animale (Nottetempo)
3060911Ci sono dei libri che sono portatori sani di descrizioni. Libri, cioè, in cui la raffigurazione a parole – precisa, sensibile, evocativa, dettagliatissima – non è un tour-de-force, o un vezzo, o un esercizio sborone di raffinatezza: ma un vero e proprio elemento narrativo, qualcosa che accade, un modo di far andare avanti la storia, il che quindi disinnesca l’obiezione principale contro le belle descrizioni, e cioè che sono noiose. Libri del genere ne hanno scritti Levi (Carlo) e Calvino e Perec. È un libro del genere anche Il grande animale, che è la storia di un imbalsamatore e che dà mostra di una padronanza linguistica che atterrisce in un coetaneo (Gabriele Di Fronzo è dell’84) e di cui, per non fare spoiler, si può dire poco altro. Ci sono molti animali piccoli, morti, e uno grande. C’è un colpo di scena, ma non è quello che credi.

(Vincenzo Latronico)

 

Andre Dubus III – L’amore sporco (Nutrimenti) trad. Giovanni Greco

1003_dirty-loveCi sono temi che segnano tutta la letteratura d’oltreoceano. Sono presenti nell’opera dei grandi narratori, da Hemingway a Faulkner, da Steinbeck a McCarthy, da Carver a Malamud. Uno di questi temi è la grande sofferenza morale d’America. Una sofferenza che si scatena nell’infinitamente piccolo e nell’infinitamente privato, che si svela fra squarci di luce e di ombra, come dentro un quadro di Hopper. Figlio di Andre Dubus – a sua volta allievo di Richard Yates, nonché, tra gli anni Settanta e Ottanta, magnifico autore di racconti colmi di matrimoni infranti, di solitudini e d’insoddisfazioni – Andre Dubus III, nelle quattro storie che compongono L’amore sporco, tutte ambientate nel New England, ci restituisce quel familiare buon odore d’abbandono. Un manager tradito, un’impiegata di banca bruttina e sola, un barman donnaiolo, una ragazza sradicata. Esistenze marginali, relazioni fredde e sbandamenti. Dubus III non giudica, non condanna e non assolve, si limita a fotografare i personaggi in un preciso momento della loro vita. Così ogni racconto diventa la radiografia di una frattura che lascia con la «percezione che siamo tutti orribili e che la bellezza è una tregua».

(Andrea Pomella)

 

César Aira – Come imbalsamare animaletti mutanti (Sur) trad. Raul Schenardi

SUR39_Aira_Comeimbalsamareanimalettimutanti_coverNon esiste un romanzo sudamericano che non contenga la frase «l’ultimo sole pomeridiano incendiava le chiome delle palme». Non esistono scrittori argentini che dimentichino di narrare sieste, vecchi che prendono il fresco, labirinti. Il libro di César Aira, è costruito intorno a una trama folle: un giorno del 1923, a Colón (Panama), un impiegato del ministero si ritrova in tasca due banconote false. Questo fatto minimo lo sconvolge, al punto da scrivere, prima dell’alba del giorno dopo, un lungo poema intitolato Il canto del bambino vergine, che sarà considerato un capolavoro. Il romanzo  si espande intorno al rapporto tra soldi e letteratura: «C’è un’identità profonda, che nessuno potrà negare, fra denaro e discorso indiretto libero». Da questa intuizione la storia prende strade apparentemente casuali – ecco una madre paranoica, lettere anonime, un attentato a un ministro. Sarà anche che soldi e letteratura hanno in comune un elemento, la falsificazione, legato all’hobby del protagonista: imbalsamare piccoli animali. Aira è uno scrittore che ama sfidare le regole della narrazione, ma soprattutto ama trattenere le frasi evocative. Alcune però gli sono sfuggite: «Ogni foglia d’albero aveva il suo equivalente in un passo umano, e i trasparenti labirinti della sera conducevano alla felicità». Oppure: «E il cielo nero percorso da fiotti di mercurio fosforescente era una visione che valeva il rischio».

(Francesco Longo)

 

Bertrand Burgalat – Diabétiquement votre (calmann-lévy)

9782702156414-001-TBertrand Burgalat è un cantante, musicista, compositore e produttore francese. Per farsi un’idea, questo è il genere di cose che fa. Ha più di 50 anni, non è uno scrittore, e questo è il suo primo libro. Probabilmente anche l’ultimo. Diabétiquement votre è un memoir-saggio sul diabete. Burgalat, ovviamente, è diabetico, dall’età di 13 anni. Il risultato è un libro furioso e mai lamentoso, commovente e dignitosissimo, che raccoglie in ordine apparentemente sparso ma sensato tutto quello che si può dire sulla “società dello zucchero”: le punture quotidiane sulla punta delle dita (Burgalat suona il basso), l’idea che se sei diabetico è colpa tua, devi mangiare meno zuccheri; c’è l’abbandono alla malattia e l’autodistruzione, i medici idioti e quelli geniali, un impietoso j’accuse all’industria farmaceutica e al sistema sanitario francese (responsabili, a suo dire, della crescita esponenziale della malattia nell’ultimo decennio), ma ci sono anche gli anni di educazione alla cura di se stessi e il resoconto giornaliero della pipì.Un esempio: «Il diabete mi ha protetto tanto quanto, ogni giorno, mi consuma. Mi ha insegnato l’autocontrollo e il dialogo col mio corpo. Se da una parte mi ha sgretolato, dall’altra mi ha indurito, fisicamente. In trent’anni, il rock ha messo su peso. Le tapas hanno preso il posto dell’oppio, le chitarre sono risalite dalle ginocchia al bacino, per nascondere la pancetta e le maniglie dell’amore. Li vedo, questi epicurei, mentre sorseggiano i loro mojiti e degustano oli d’oliva in ristoranti pretenziosi. Mi guardano di traverso, con la falsa pietà e la soddisfazione di chi sa di averla fatta franca; sono felici perché sanno che c’è gente meno felice di loro; fanno gli schizzinosi col glutine e s’ingozzano di cocaina tagliata col veleno per topi».

(Tommaso Melilli)

 

Virginia Woolf – Orlando (Mondadori) trad. Alessandra Scalero

OrlandoIl 23 gennaio alcune finestre del Pirellone rimangono accese nella notte per formare la scritta “Family Day”. Negli stessi giorni Italo sconta i biglietti per chi prenderà un treno per Roma il 30 gennaio, data prevista per la manifestazione in piazza per la salvaguardia della cosiddetta “famiglia tradizionale”. L’antidoto a tutto ciò potrebbe essere la lettura di Orlando di Virginia Woolf (che nasceva il 25 gennaio 1882), un romanzo pubblicato 88 anni fa, che Virginia scrive ispirandosi alla donna che ama, la scrittrice Vita Sackville-West, con cui ha una relazione extra-coniugale. Orlando è un poeta immortale che nel corso della storia, improvvisamente, cambia sesso, e da uomo diventa donna. Un pretesto per giocare con i ruoli sessuali – tema ovviamente molto caro a Virginia, che In una stanza tutta per sé scrive: «Chi mai potrà misurare il fervore e la violenza del cuore di un poeta quando rimane preso e intrappolato in un corpo di donna?» – e fornire al lettore un’antologia della letteratura inglese in forma di romanzo, ma anche una commovente dichiarazione d’amore per la scrittura (per tutta la sua lunghissima vita Orlando riscrive instancabilmente lo stesso poema). In mancanza del libro, c’è il film del 1992 con Tilda Swinton. Da Simon Tanner a Roma ho trovato la biografia di Virginia Woolf scritta da Nigel Nicolson, il figlio di Vita Sackville-West, pubblicata da Penguin nel 2000. Nicolson, cresciuto da una madre apertamente bisessuale e diventato editore, scrittore e membro del parlamento, descrive la fluidità con la quale i componenti del gruppo di Bloomsbury gestivano le relazioni familiari e amorose, e cita il periodo in cui Vanessa, la sorella di Virginia, si trova a convivere in una grande casa con il padre dei suoi due figli, con l’uomo che ama (che non sono la stessa persona), con l’uomo che ama l’uomo che ama e l’ex fidanzato Roger Fry, che scrive a proposito del ménage: «It really is almost an ideal family, based on adultery and mutual forbereance (…). It really is rather a triumph of reasonableness over the conventions». Quello di Vanessa è un caso limite che non ha niente a che vedere con il nucleo famigliare che due persone dello stesso sesso sarebbero (e sono, come dimostra la vita di chi già può farlo) in grado di creare, ma basta modificare un po’ la frase per ottenere la definizione giusta della loro unione: «A triumph of love over the conventions».

(Clara Mazzoleni)

 

In copertina e testata: una donna legge ad Hyde Park a Londra nel luglio 2015  (Niklas Halle’n/AFP/Getty Images).
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