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I libri del mese

Cosa abbiamo letto a novembre e cosa stiamo leggendo adesso in redazione.

Denis Johnson – Mostri che ridono (Einaudi) trad. Silvia Pareschi

Non ho mai letto, credo, un romanzo di spionaggio puro, ma divento facile preda di quelle atmosfere quando sono il terreno su cui poggia un’opera letteraria fuori dal genere. L’esotismo, la vita d’albergo, i personaggi ambigui, il disordine morale. Chi ha letto Graham Greene sa di cosa parlo. Chi ha letto Cuore di tenebra anche. Uno dei romanzi più spionistici senza esattamente esserlo è Democracy di Joan Didion. Mi vengono in mente anche Turista da banane di Simenon e Adulterio in shadow_image_109891America centrale di Clancy Martin. Ma si potrebbe compilare una lunga bibliografia di romanzi in cui queste atmosfere sono tutto e prevalgono al punto da inghiottire la storia. Alla stessa categoria appartiene Mostri che ridono di Denis Johnson, scrittore poco conosciuto da noi a dispetto della nostra predilezione per la narrativa americana. È un romanzo classico, in prima persona, ma che allo stesso tempo sembra utilizzare consapevolmente i cliché del genere, smontandoli e rimontandoli in continuazione in una storia dove tutto è sottosopra e continuamente si rovescia. In Sierra Leone, poi in Uganda, due uomini e una donna, ex militari, doppiogiochisti, uomini che fanno affari, un traffico di uranio, alberghi scalcagnati con piscine, tecnologie desuete, prostitute: «Sono tornato perché mi piace il caos. L’anarchia. La follia. Le cose che crollano», dice la voce narrante di Mostri che ridono. Sono esattamente i motivi per cui tengo questo libro tra le mani e lo leggo con un piacere che non ho praticamente mai provato negli ultimi mesi. (Cristiano de Majo)

 

Reiner Stach – Questo è Kafka? (Adelphi) trad. Silvia Dimarco, Roberto Cazzola

shadow_image_108720Quante volte, nel corso di un lustro, si vede nascere un tipo di libro, una forma, piuttosto nuova? Poche, pochissime. Ed è un male, perché invece il mondo editoriale dovrebbe sempre di più promuovere e sostenere, come profezie auto-avveranti, i momenti eureka come quelli sperimentati da Marcel Duchamp quando diceva «ogni mostra dovrebbe essere una piccola reinvenzione dell’idea stessa di mostra». Adelphi ha appena messo in circolo un esemplare del genere, Questo è Kafka? di Reiner Stach, critico e studioso che lavorando alla “monumentale” (come si dice sempre in questi casi) biografia dell’autore si è imbattuto in una certa quantità di reperti fisici e visivi di enorme interesse, intorno ai quali ha costruito un volume insolito. Questo è Kafka? si compone infatti di 99 oggetti ritrovati, scampati alla furia del tempo e alla mania dei collezionisti (un testo autografo può arrivare a valere fino a centomila euro), i quali vengono ordinati con l’attenzione di un catalogo scientifico e la soavità controllata di un’audioguida pronunciata dal miglior mediatore museale del mondo. Il risultato è quello che definirei un libro-mostra, perfettamente a metà fra la tensione enciclopedica di un curatore contemporaneo e la vena gnomica di un moralista classico. Lettere, biglietti, regali, fotografie, documenti burocratici, iscrizioni, dediche: Stach ha montato le proprie scoperte con sapienza percussiva, e grazie a lui riceviamo finalmente un’immagine incarnata di un autore pervasivo e fondante. Scopriamo Kafka erotomane, Kafka start-upper, Kafka zio tenero, Kafka silenzioso di fronte a una meravigliosa testimonianza di incomprensione radicale da parte di un lettore de La metamorfosi. Ma ancor di più della correzione di una rotta che ha un valore storico e culturale (l’immagine più autentica di Kafka), c’è una qualità esemplare nel lavoro di Stach: l’idea di curare un testo come se fosse un’esposizione singolare, un’antologica personale fatta di tutto ciò che lasciamo sul campo esausto della vita. Ogni reperto traccia un reticolo di note in margine che definiscono con potenza la presenza di questo enorme assente: Kafka infatti appare sempre assente e insieme imprescindibile, come le divinità divenute umane, e in quanto tali se ne può parlare soltanto in forma interrogativa. Era questo Kafka? Probabilmente? Sì? (Gianluigi Ricuperati)

 

Max Porter – Il dolore è una cosa con le piume (Guanda) trad. Silvia Pieraccini

shadow_image_104853Le allegorie sul dolore sono inflazionate: non appena la conversazione cade su una morte, un divorzio, un qualche trauma o depressione, e subito c’è chi tira in ballo il “cane nero” di Churchill (tocca ringraziare gli sceneggiatori di The Crown, che hanno evitato di mettere in scena bulldog corvini). Eppure Il dolore è una cosa con le piume, breve romanzo d’esordio di Max Porter, editor di Granta, è una boccata d’aria fresca anche per il lettore più insofferente a questi abusi. La cosa con le piume è un corvo che s’insedia a casa di una famiglia, un padre e due bambini piccoli, la cui mamma è appena morta: «I bambini senza mamma sono corvo puro. Per un uccello sentimentale è un nido magnifico da depredare, succulento e maturo al punto giusto». È un’allegoria, certo, impudicamente esplicitata nel titolo, così com’è esplicitato il riferimento letterario (il pater familias è uno studioso di Ted Hughes e non occorre immaginazione per cogliere il rimando a Crow). Però il corvo è anche altro, una presenza fisica assai materica, che lascia piume in giro e ruba merendine, e poliedrica: è «sintomo, finzione, spettro», ma anche «amico, analista e baby-sitter». La tentazione è definirlo demone, ma i demoni, che sono un’altra cosa, il corvo li combatte a scazzottate: oltre a essere sintomo finzione spettro e analista, è anche un po’ bodyguard. (Anna Momigliano)

 

Lars Mytting – Norwegian Wood. Il metodo scandinavo per tagliare, accatastare e scaldarsi con la legna (Utet) trad. Alessandro Storti

shadow_image_105355Inspiegabile è una parola che ho letto o sentito spesso negli ultimi due anni, da quando ci si accorse e si iniziò a parlare dell’incredibile successo di H is for Hawk, arrivato poi in Italia grazie a Einaudi come Io e Mabel nel 2016. L’inspiegabile (pure meritatissimo) successo di un libro su falconeria e superamento di un lutto è, tuttavia, quasi un fatto facilmente postulabile in confronto alla fortuna di questo volume grande, dalla copertina rigida e con le pagine spesse che mi sono trovato sulla scrivania gli ultimi giorni d’autunno. È un libro – scritto naturalmente da un norvegese: Lars Mytting – che non parla di nient’altro che di tagliare, accatastare e scaldarsi con la legna, e per di più in modo molto poco romanzesco: come scegliere la motosega, come favorire la ricrescita delle betulle abbattute, come non far inumidire i ciocchi, che stufa acquistare, e così via. È un manuale vero e proprio, caratterizzato da una scrittura leggermente più attenta alla forma, e con un pizzico di aneddotica in più. Mi è sembrato naturale associarlo al filone del “nature writing” di cui nella piccola bolla letteraria occidentale si sta parlando da qualche tempo, ma c’è qualcosa di diverso. È qualcosa che accomuna in un certo modo questo libro, L’arte di collezionare mosche di Fredrik Sjöberg, e Io e Mabel di Helen McDonald, per rimanere ai casi più celebri e recenti: è la presenza di qualcosa in più oltre la natura, di un’anima di how-to che ha, forse non sempre nelle intenzioni ma certamente nei risultati, la conseguenza di portare il lettore a pensare di poter imbracciare la stessa attività. Credo che da un lato sia uno dei motivi per cui questi libri colpiscono, dall’altro il motivo per cui la maggior parte dei lettori di Helen McDonald si siano riversati su Youtube a cercare video amatoriali di astori che cacciano fagiani nella campagna inglese. C’è un altro tratto in comune: tutti gli scrittori sono nord europei: un’inglese, un norvegese, uno svedese. Sarebbe bello che qualcuno da queste parti si prendesse il fardello della tendenza letteraria e ne nascesse un libro simile, ma mediterraneo: anche nei polpi dev’esserci della letteratura. (Davide Coppo)

 

Mario Vargas Llosa – Crocevia (Einaudi) trad. Federica Niola

shadow_image_102431-1Due amiche dell’alta società peruviana trascorrono una serata insieme e, mentre i mariti hanno impegni altrove, vanno a dormire nello stesso letto matrimoniale. Fuori si sentono gli echi delle bombe che rompono il silenzio del coprifuoco imposto dal dittatore Alberto Fujimori; ci sono gli spari e le uccisioni dei terroristi di Sendero Luminoso, è calata una notte pesante. Marisa e Chabela, così si chiamano le due amiche, si trovano a sfiorarsi le gambe, toccarsi, poi a baciarsi e fare l’amore, un disperato esorcismo della guerra civile che infuria all’esterno. È l’inizio di un thriller politico in cui un Vargas Llosa maturo e un po’ stanco racconta i lati peggiori del suo Paese: i ricatti, le minacce, le libertà negate, la violenza. C’è anche un tono di accusa forse troppo didascalico nei confronti del giornalismo – lo scrittore fu il primo a patire gli effetti dell’uso politico dei giornali di Fujimori – ma all’autore interessa soprattutto, e come sempre, raccontare senza nessun filtro vicende umane. Il Perù, il potere, il sesso, la paura sono gli sfondi che aiutano a parlarne, non si può far altro che scenderci a patti. Vargas Llosa non lo dice apertamente, ma lascia parlare un versetto di Giobbe: «Mi aspettavo il bene ed è venuto il male, invece della luce su di me è piombato il buio». (Davide Piacenza)

 

In lettura

Estratti da libri che stiamo leggendo

Ian Brokken – Il giardino dei cosacchi (Iperborea) trad.  Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo

shadow_image_106237Fëdor Dostoevskij ricevette la massima pena per aver letto una lettera di Belinskij a Gogol’ in uno degli incontri a casa di Petraševskij. Una condanna folle: la lettura in una cerchia ristretta di una lettera di uno dei nostri critici letterari più famosi (Belinskij) a uno dei nostri maggiori scrittori (Gogol’) era motivo di un’esecuzione giudiziaria. A rendere la cosa ancora più assurda, Belinskij era morto un anno prima e Gogol’ si era reso impopolare tra i suoi lettori approvando cose che un tempo aveva deriso. Tutt’a un tratto era diventato a favore della Chiesa, dello Stato, della servitù della gleba e dell’autocrazia. Belinskij, in una delle sue ultime lettere, gli rimproverava di essere lentamente passato a difendere tutto ciò che in Russia era marcio, arretrato, barbaro, tirannico e corrotto. In città chiunque avesse un minimo interesse per la letteratura sapeva che Gogol’ stava diventando pazzo. Immagino che Dostoevskij, leggendo la lettera di Belinskij, avesse più che altro voluto dimostrare questo, e non per un piacere sadico, ma per la delusione. Aveva sempre avuto un’alta considerazione di Gogol’ – invece che testi propri, alle serate letterarie leggeva interi brani delle Anime morte, di solito singhiozzando dalle risate. Ma nella foga di mostrare che l’umorismo di Gogol’ apparteneva ormai al passato, sottovalutò le implicazioni politiche.

Vintage

Estratti da libri che stiamo rileggendo

Leonardo Sciascia – Todo modo (Adelphi)

shadow_image_105644Finita la refezione e man mano che i commensali uscivano all’aperto, vidi che tutti andavano raccogliendosi intorno a don Gaetano: non casualmente, ma come per un’adunata stabilita, prescritta. E il mio malumore si dissolse nella curiosità.
Facevano cerchio. Ad un certo punto, forse quando ritennero di essere tutti presenti, il cerchio si scompose e prese forma di quadrato. Don Gaetano, che era stato al centro del cerchio, si trovò nel mezzo della prima fila del quadrato. Così ordinati, stettero un momento fermi e in silenzio: poi si alzò la voce di don Gaetano: «Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen» e il quadrato si mosse. Lo spiazzale, come ho detto, era vasto; e ancora più vasto lo rendeva il fatto che le luci vi erano state quasi tutte spente. Il quadrato marciò dalla porta dell’albergo al margine opposto. Arrivandoci, mi parve si aggrumasse in confusione e stentasse a ricomporsi, mentre in coro recitavano il Padrenostro. Ricomposto, venne verso l’albergo con l’Avemaria: e alla luce che veniva dalla porta e dalla finestra del pianterreno, vidi che in prima fila, con don Gaetano sempre nel mezzo, non c’erano gli stessi di poco prima. E mi accorsi che il movimento era in effetti più ordinato di quanto mi era parso da lontano: fermandosi un po’ prima del dietrofronte, don Gaetano lasciava che il quadrato si aprisse al suo star fermo e andasse avanti, ricongiungendosi, finché lui non si fosse trovato, al momento del dietrofronte, al centro dell’ultima fila, che diventava la prima. Certo, qualcuno si confondeva: ma la recitazione del Rosario non perdeva ritmo.

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