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House of Cards, il romanzo

Quella volta che Francis Urquhart, aka Frank Underwood, provò a convincere l'Europa a parlare inglese. Un estratto da House of Cards 3 di Michael Dobbs, che esce in questi giorni in libreria, mentre la serie omonima è in onda su Sky Atlantic.

Esce tra pochi giorni per Fazi editore House of Cards 3, il terzo capitolo della fortunata serie di romanzi politici di Michael Dobbs. Ex consigliere della Thatcher, Dobbs scrisse il primo romanzo della trilogia nel 1989, ispirandosi alla propria esperienza politica e al Macbeth di Shakespeare: il protagonista Francis Ewan Urquhart è un politico conservatore fascinoso e senza scrupoli, prima Chief Whip e poi Primi Ministro. Dai romanzi di Dobbs è nata una serie della Bbc, andata in onda agli inizi degli anni Novanta, cui si è ispirata Netflix, che ha creato il remake americano House of Cards. Dove il nome del protagonista, interpretato da Kevin Spacey, è però stato cambiato in Frank Underwood.

Qui riportiamo un estratto da House of Cards 3, dove Urquhart/Underwood dimostra al meglio le sue capacità di manipolatore. Buona lettura.

Urquhart raggiunse fortunosamente i banchi del governo, stringendo la sua cartellina rossa. Avrebbe preferito presentarsi alla Camera facendo un ingresso trionfale da dietro lo scranno dello Speaker, ma ogni volta il passaggio era sempre così affollato che doveva farsi strada tra corpi, gomiti, gambe e altri impedimenti dispiegati dai colleghi che non lavevano visto arrivare. Aveva quasi raggiunto il suo posto, alzando le ginocchia come in un esercizio di dressage e appoggiandosi alla schiena di Tom Makepeace in cerca di sostegno, quando il sottosegretario al Tesoro accusò un crampo e nel tentativo di sciogliere il muscolo gli diede un calcio sullo stinco. Ecco un altro volontario da spedire tra i backbenchers.

Ciononostante, Urquhart si sentiva bene, molto positivo. A pranzo aveva informato il Chief Whip che i suoi servigi di nostromo non erano più richiesti. Il collega aveva subito intuito il suo destino. La grande nave dello Stato raramente si fermava a soccorrere un uomo in mare, specie se il poveretto era stato deliberatamente gettato in acqua: un cirripede avrebbe avuto più fortuna. Eppure, nella disgrazia, gli era stato offerto un salvagente: la promessa di uno scranno tra i Lord alle prossime elezioni – se avesse tenuto la bocca chiusa, senza creare problemi.

La grande nave dello Stato raramente si fermava a soccorrere un uomo in mare, specie se il poveretto era stato deliberatamente gettato in acqua.

Così era rimasto seduto a far finta di godersi il pranzo, e tra la zuppa e il pesce aveva anche aiutato il premier a completare l’elenco di quelli che dovevano affiancarlo. Il senso del dovere e della disciplina è così radicato nella psiche della maggior parte dei Whip, che la vista del sangue – anche del proprio – non sembra mai turbare il loro appetito.

Mentre sedeva al suo posto accanto al casellario, contemplando l’esercito dell’opposizione assemblato in vari ranghi davanti a lui, Urquhart realizzò con stupore che i suoi nemici somigliavano a bersagli del tiro a segno.

Tante piccole paperelle, destinate a sfilare ordinatamente una dopo l’altra per farsi… be’, eliminare, mentre gli arbitri della lobby della carta stampata seguivano la scena dall’alto con imparziale curiosità, in attesa di contare le penne rimaste sul selciato. Li aspettava una giornata molto intensa. La sua vista poteva anche essersi abbassata, ma sapeva ancora prendere la mira.

La prima papera a starnazzare venendo allo scoperto fu un gallese che parlava con la dolce cadenza della costa del Clwyd e l’arguzia di un pezzo di carbone. Con un intervento vigoroso e apparentemente interminabile espresse la sua preoccupazione per il fatto che il primo ministro s’interessasse troppo poco delle questioni europee. Urquhart fece un gran sospiro annoiato e alzò gli occhi per esaminare il soffitto, che i suoi pensieri presero ad attraversare diretti verso la terrazza…Ma si richiamò subito all’ordine, tornando a concentrarsi.

«Infine, il primo ministro dice di credere in un mercato unico, e io la penso come lui. Ma se davvero ci crede, perché volta le spalle alla moneta unica? Tutte queste sterline, questi scellini e queste pesetas sono un inutile spreco».

Ma che bell’accento, pensò Urquhart, degno dell’Eisteddfod. Soffiava un gran vento dal Galles. Si alzò e poggiò un gomito sul casellario, per prendere meglio la mira.

«Se mi è concesso interrompere il soliloquio del mio onorevole collega…».

Sorrise, per dimostrare che non c’era acrimonia. Poi, con gesto deciso, chiuse la cartellina rossa che aveva davanti e che conteneva il suo rapporto sulla funzione pubblica. Le questioni in ballo erano altre. «Vorrei che sapesse che sono completamente d’accordo con lui».

In aula si levò un brusio costernato. Da quando Urquhart era d’accordo con l’opposizione?

«Be’, diciamo quasi completamente, almeno su una questione fondamentale – che credo sia la seguente…». Abilmente, e senza che il gallese se ne accorgesse, Urquhart stava spostando i pali, deciso a giocare tutta un’altra partita. «Cosa dobbiamo fare per avere un vero mercato unico in Europa? Anche se non capisco tutta questa urgenza di liberarci della sterlina, e di bandire la testa del re dalle monete del reame».

Il gallese dimenava le ali: non era questo che intendeva dire! E chi diavolo era Francis Urquhart per indossare l’armatura di paladino del re?

«Se vogliamo costruire un mercato unico c’è qualcosa di ben più importante della moneta unica. Ed è una lingua unica. Suppongo sia solo un incidente della storia se l’unica lingua in grado di far fronte a quest’esigenza è l’inglese».

«Ma lasciate che gli dica una cosa», continuò Urquhart puntandogli un dito contro, e prendendo la mira. «Se vogliamo costruire un mercato unico, e liberarci degli sprechi e delle inefficienze, c’è qualcosa di ben più importante della moneta unica. Ed è una lingua unica».

La Camera, stupita, piombò nel silenzio, digerendo quel boccone nuovo. Nel palco riservato ai funzionari civili, accanto allo scranno dello Speaker, un assistente cominciò a frugare tra le pagine del suo prontuario, nel tentativo disperato di ricondurre il dramma al copione stabilito.

«Oh, sì», proseguì Urquhart, alzando la voce e preparandosi a colpire con gli avverbi e gli aggettivi, «non c’è niente di più caro e inutile per un imprenditore che dover trattare in una moltitudine di lingue diverse. La spesa complessiva ammonta ogni anno a vari miliardi, scegliete voi la valuta. La logica dell’economia è incontestabile, la nostra priorità dev’essere parlare con una sola voce». Scrollò le spalle, come se avesse di fronte un problema per il quale non poteva far nulla. «Suppongo sia solo un incidente della storia se l’unica lingua in grado di far fronte a quest’esigenza è l’inglese».

Dalla sua postazione sui banchi in prima fila, Bollingbroke emise un ruggito di gioia – il suo piatto forte, come lo chiamava Urquhart, più corposo di una bistecca con pasticcio di rognoni, ideale per festeggiare una vittoria del Manchester United. Ciononostante, il premier apprezzò il gesto e si voltò per ringraziare, guardando nella direzione da cui proveniva il grido belluino. Notò che Tom Makepeace sembrava poco incline a unirsi ai festeggiamenti.

«Quando gli europei cominceranno a parlarmi di moneta unica in inglese», sentenziò, «anch’io mi deciderò ad ascoltarli»

«Quando gli europei cominceranno a parlarmi di moneta unica in inglese», sentenziò, «anch’io mi deciderò ad ascoltarli». Si stava divertendo molto. Al diavolo la diplomazia. Era colpa sua se Bruxelles non aveva sense of humour? «E a quel punto mi aspetterò il pieno sostegno da parte dei miei onorevoli colleghi, in particolare da quelli del Galles». Bel colpo: nel suo collegio avrebbe fatto furore.

Compiaciuto del putiferio che aveva scatenato in aula, Urquhart tornò a prendere posto. Non fece neanche in tempo a sedersi che il leader dell’opposizione era già scattato in piedi, tendendo le cuciture del suo Armani, col viso paonazzo di rabbia. Urquhart poggiò la schiena sulla pelle. Dopo che il suo collega era stato spazzato via con tutte le piume, solo uno stupido tacchino sarebbe corso a prenderne il posto. Ma Clarence era proprio un tacchino, praticamente pronto per il forno.

«Raramente ho sentito pronunciare in questa Camera parole così indegne e sprezzanti verso l’Europa. L’odierna esibizione del primo ministro è stata una disgrazia per tutto il paese. Tra pochi giorni dovrà recarsi a un incontro con il presidente francese. Non immagina che genere di accoglienza lo attende? Quali saranno le conseguenze, per la reputazione di questo paese, quando il suo primo ministro verrà fischiato lungo le strade di Parigi?». Paradossali fischi di sostegno giunsero dai suoi compagni di partito, per poi spegnersi rapidamente nella confusione mentre Urquhart li incassava educatamente. Clarence non si perse d’animo.

«Quando si deciderà a capire, il nostro primo ministro, che la sua ottusità, i suoi continui veti nei confronti del nuovo, le sue spregevoli chiusure verso l’Europa, stanno gravemente danneggiando gli interessi del paese?».

Tumulto in aula. Ci volle un bel po’ di tempo e ripetuti interventi da parte dello Speaker prima che Urquhart riuscisse a far sentire la sua risposta. Del resto, non vedeva il motivo di affrettarsi.

«Forse è la giovane età del mio onorevole collega a renderlo così impetuoso. E a far sì che ogni settimana si presenti in questa Camera smanioso di apprendere una nuova lezione a suon di bacchettate, secondo il buon vecchio metodo vittoriano. Ma la gioventù da sola non può giustificare l’ignoranza». Urquhart si alzò le maniche della giacca, come un maestro che si prepara a scrivere col gesso sulla lavagna. «Egli si è arrampicato così in alto sulla torre di Babele europea che ormai gli gira la testa e ha perso l’orientamento. Per l’ennesima volta mi toccherà riportarlo con i piedi per terra. Ricordandogli che in passato, il mondo ha avuto ragione di sentirsi grato a noi inglesi proprio perché abbiamo voltato le spalle alla moda europea. Esercitando il nostro veto e dicendo più e più volte “No”. Dimostrandoci ostinati e del tutto indisponibili a cedere. Come abbiamo fatto nel 1940. Quando rimanemmo soli, sostenuti solo da Dio e dai mari, mentre tutti gli altri» – li liquidò con un ampio gesto della mano – «avevano capitolato».

Bollingbroke sembrava impazzito, gridava a squarciagola il suo entusiasmo per sovrastare i colpi disordinati che partivano dai banchi intorno. Interrompendosi per il frastuono, Urquhart si ricordò della postura della statua di Churchill davanti all’ingresso della Camera e decise di fare un tentativo, spostando in avanti il piede sinistro, spingendo indietro i lembi della giacca, afferrando i fianchi con le mani e offrendo il petto ai colpi dei proiettili.

«La nostra ottusità, credo sia questo il termine che ha usato, a quel tempo salvò l’Europa. E il primo ministro britannico non venne fischiato nelle strade dopo aver liberato Parigi – anzi si inginocchiarono per ringraziarlo!».

In Francia sarebbe scoppiato il caos – ma se ne sarebbe fatto una ragione. I francesi non votano mica in Gran Bretagna!

Dio, in Francia sarebbe scoppiato il caos – ma se ne sarebbe fatto una ragione. I francesi non votano mica in Gran Bretagna! Sopra di lui, vide i volti famelici dei giornalisti, che si sporgevano per vedere meglio; e soprattutto, i banchi alle sue spalle erano diventati un bianco mare di ordini del giorno sventolati all’impazzata – come se il partito del governo si preparasse a fronteggiare la minaccia di una nuova invasione, nessuno escluso. Qualcuno sì, a dire il vero. Makepeace sedeva con le gambe rigide e tese e un’espressione arcigna che pareva scolpita nel cemento. Gli avrebbe creato dei problemi, una volta scongelato. Ma Urquhart era convinto di avere una soluzione anche per quello.

Urquhart attraversò con passo svelto il corridoio che portava al suo ufficio nella House of Commons, immaginando i titoli dei giornali. «Che ne dici di questo: “FU fa saltare in aria la babele di Bruxelles”? Oppure: “Francis 6, Francia 0”. Anzi, meglio: Essere o non essere – questa è la lingua”. Sì, mi piace!».

 

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