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Good girl gone bad

Ha venduto 30 milioni di album e 120 milioni di singoli, ma Rihanna fa più notizia con la musica o con la cornice alla sua musica? Riassunto delle provocazioni e delle "sbandate" (musicali e non) della più grande pop star non impegnata del mondo.

Madonna ha aspettato anni prima di adottare i social network, ma alla fine si è arresa, decidendo che la sua assenza non si notava di più della sua presenza. Il sito in cui è più prolifica è Instagram: lo usa per mostrare foto del suo glorioso passato, per promuovere le sue linee di cosmetici e per sostenere la cause célèbre du jour. Il suo feed è inarrestabile e il suo account Twitter serve solo per ripostare quei contenuti. Ultimamente ha anche scoperto l’efficacia del mezzo per scopi di teasing dei suoi progetti musicali e ha iniziato a insistere molto sull’hashtag #UnapologeticBitch, lasciando intuire che potrebbe essere il titolo del suo prossimo album. Madonna, come tutte le grandi popstar, ha costruito una carriera sull’appropriazione indebita, ma l’aggettivo unapologetic (“che non chiede scusa”) appartiene inequivocabilmente già a un’altra: Rihanna. Non è solo il titolo del suo settimo album, è la sua filosofia di vita: la cantante barbadiana fa della sregolatezza una bandiera, e questa è una breve cronistoria degli episodi in cui avrebbe potuto o dovuto chiedere scusa, ma non l’ha fatto.

Febbraio 2012. Rihanna chiama Chris Brown a collaborare al remix di “Birthday Cake“, suscitando un coro unanime di critiche per avere accolto di nuovo nella sua vita l’uomo che nel 2009 la menò così tanto da mandarla all’ospedale. Non contenti, i due tornano a cantare insieme anche a fine 2012 in Unapologetic. Il pezzo s’intitola “Nobody’s Business” e l’operazione non brilla per logica: non vogliono che se ne parli eppure ne parlano; sono cazzi loro, ma continuano a tirarli fuori. Rihanna non chiede scusa per avere chiesto scusa all’ex violento che tutto il mondo odia.

Aprile 2012. Rihanna viene fotografata a Coachella sulle spalle di un bodyguard mentre si rolla una canna, usando la testa pelata dell’armadio umano per fare la mista. Rihanna non chiede scusa, ma ci ricorda in un tweet di non volere essere un modello di vita per nessuno.

Novembre 2012. In occasione dell’uscita del settimo album, Rihanna inaugura l’iniziativa promozionale più ambiziosa e costosa degli ultimi anni, invitando 150 giornalisti e fan internazionali a viaggiare con lei su un Boeing777 per sette giorni in sette città. Il 777 Tour è un disastro organizzativo senza precedenti: il primo giorno la popstar scherza con gli ospiti e versa loro champagne, e poi scompare. La si vede solo sul palco ogni sera, sempre con ore di ritardo; i giornalisti soffrono il freddo, la fame, la sete, il jet-lag e la stanchezza. Visto che la vera protagonista è irraggiungibile, gli inviati diventano la notizia e l’hashtag del tour si trasforma nella migliore collezione di first world problem della civiltà occidentale. Rihanna questa volta si scusa un pochino, dicendo che doveva riposarsi per conservare la voce (e guardando il documentario sul tour trasmesso da Fox, ne aveva davvero bisogno), ma sotto sotto sembra un riuscitissimo esperimento di sadismo: voi, che vi stancate nel tragitto scrivania-macchinetta del caffè, passate sette giorni nella vita di una popstar e vediamo quanto resistete ai ritmi.

Settembre 2013. Rihanna, durante un viaggio in Thailandia, si fa un selfie con un lori lento, specie protetta che è vietato tenere in cattività. La polizia locale usa il suo Instagram per risalire ai bracconieri di lemuri, che vengono arrestati e multati. Rihanna non chiede scusa né al WWF né alla bestiola né ai criminali che ha spedito in carcere. (In un certo senso, questa volta si è quasi resa utile.)

Ottobre 2013. Rihanna viene cacciata da una moschea ad Abu Dhabi durante un servizio fotografico. A dire il vero, non è mai apparsa così coperta, visto che indossa un burqa. Rihanna non chiede scusa per avere violato le regole del luogo sacro, per avere portato un abito religioso e per avere fornito un’ottima motivazione ai terroristi.

Aprile 2014. Rihanna posa in topless per il mensile maschile francese Lui e carica la copertina su Instagram. Il contenuto è troppo esplicito per la piattaforma e viene richiamata all’ordine. Non è tuttora chiaro se il suo account, che contava 12 milioni di follower, sia stato sospeso dall’azienda o cancellato da lei stessa. Rihanna non si scusa e, anzi, riposta la foto incriminata su Twitter prendendo in giro quei bacchettoni di Instagram.

E arriviamo all’ultimo scandalo mediatico, che ancora una volta orbita attorno ai capezzoli della cantante. Il 2 giugno, Rihanna si presenta ai CFDA Awards coperta da una rete di Swarovski ideata per lei da Adam Selman e ritira il premio di Fashion Icon per essere la più interessante “ambasciatrice della moda” dell’anno. (In questo caso, le eventuali scuse per l’abito trasparente avrebbero invalidato l’onorificenza.) Il giorno dopo, anche i siti d’informazione più rispettabili diventano NSFW grazie alle sue gallery, si riaprono polemiche riassumibili in “qualcuno pensi ai bambini” e lei è nuovamente la responsabile del declino della società.

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Rihanna, a contrario di molte colleghe, non si è mai proclamata femminista. Lo fa Lady Gaga, spogliandosi con ambizioni artistiche; lo fa Miley Cyrus, usando la nudità con ironia e irriverenza per accentuare la sua liberazione sessuale; lo fa la sempre più politicizzata Beyoncé, che in “***Flawless” campiona il discorso “We should all be feminists” dell’autrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie e in “Partition” fa sentire una voce che, in francese, dice: “Gli uomini pensano che le femministe odino il sesso, ma è un’attività molto stimolante e naturale che le donne adorano”. Rihanna non ha bisogno di questi pretesti per celebrare il suo corpo, non ha bisogno di misurare la quantità di pelle scoperta col metro dell’empowerment: la sua carriera e il suo successo si basano su una metodica e costante missione di rottura delle regole fine a stessa – che sia violare le condizioni di utilizzo di Instagram o perdonare un ex fidanzato che, dall’esterno, sembra imperdonabile.

Il suo presenzialismo è secondo solo alla sua versatilità, che la rende perfetta per un’epoca di generi musicali dai confini sempre più vaghi.

In tutto questo, la musica è soprattutto un mezzo per rinforzare il marchio. Dopo due album che la posizionavano sul mercato come una generica popstar dal volto esotico, Rihanna inizia una trasformazione stilistica mirata a fugare ogni dubbio che sia una brava ragazza. Lo era, ma ha scelto la cattiva strada: Good Girl Gone Bad. È il 2007 e le biondine preppy repubblicane conoscono un momento di crisi col progressivo deragliamento di Britney Spears: l’impero vacilla quando la cantante si rasa la testa, e crolla con la sua rovinosa esibizione di “Gimme More” agli MTV Video Music Awards. Mentre il settore discografico si arrende alla carestia iniziando a cedere le responsabilità di A&R ai talent show ed MTV fatica a trovare una nuova identità senza la musica (Jersey Shore arriverà solo due anni dopo), quella Britney confusa e sedata si trasforma nell’ultima icona sacrificale: è la fine di un’era. Ma sullo stesso palco, durante la stessa cerimonia, avviene un simbolico passaggio del testimone: Rihanna si esibisce sia con Chris Brown che coi Fallout Boy e vince i premi di Miglior video e Miglior singolo con “Umbrella”. È una canzone rassicurante sul potere dell’amore e dell’amicizia, ma il video è tetro e, a volere sentire gli amanti delle teorie del complotto, pieno di riferimenti occulti (la silhouette di Rihanna nuda e coperta di vernice nera dentro un triangolo andrebbe a formare il volto di Bafometto); c’è un prestigioso cameo del suo manager Jay-Z, ma la base è fatta con un campionamento che chiunque può trovare su GarageBand. Rihanna si dimostra già attrezzata per il nuovo mercato: è pronta a incidere un album all’anno e vivere in tour, ma è anche disposta a mettere la faccia su qualsiasi prodotto.

Il suo presenzialismo è secondo solo alla sua versatilità, che la rende perfetta per un’epoca di generi musicali dai confini sempre più vaghi. Che sia la dance di Calvin Harris, il pop di Sia, l’R&B di Drake, il rap di Eminem o il rock di Slash, Rihanna costruisce una discografia schizofrenica che riesce a essere anche credibile (è una delle poche popstar a venire regolarmente recensita da Pitchfork). I suoi album sono assemblati da decine di produttori, e i brani possono arrivare da appositi raduni per parolieri, dalla stanza di Calvin Harris o da uno studio in cui l’autrice Esther Dean, come si legge in un profilo del New Yorker, canta parole a caso fino a trovare una sequenza abbastanza martellante. La sua voce – inconfondibile anche sotto strati di autotune – è l’unica costante in collezioni prive di qualsiasi filo conduttore, perché Rihanna è sregolata anche nella sua versione audio.

Eppure, malgrado 30 milioni di album e 120 milioni di singoli venduti, le sue produzioni diventano notiziabili solo nel momento in cui arrivano i video. Essi non hanno quasi mai narrativa né messaggio, non hanno brillanti trovate artistiche e non c’è nessun’altra scusa per parlarne: chi mette in homepage un video di Rihanna può solo volere molte visualizzazioni o volere spiegare qual è il problema con la quantità di carne in vista. Vengono accolti con aggettivi che vanno da risqué a raunchy dai siti anglofoni, mentre Repubblica e Corriere di solito ricorrono a hot – e a lei, più di ogni altra cosa, interessano quelle parole chiave accostate al suo nome.

Quanto può durare una sovraesposizione simile, quante regole può ancora infrangere e da quante piattaforme riuscirà a farsi cacciare? Viene in mente un’altra popstar che, a forza di cercare lo scandalo, ha smesso di scandalizzare e, a forza di usare la musica come accessorio, ha smesso di vendere dischi. Ha fatto una brutta fine: sta tutto il giorno su Instagram a taggarsi con #UnapologeticBitch.

 

Nell’immagine in evidenza, Rihanna durante un concerto a Londra nel suo “777 Tour”. Nel testo, la cantante durante i CFDA Awards, e uno scatto da Elle Uk del 2013.

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