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Giovani in bianco e nero

Oh Boy e Frances Ha: due film, accomunati dalla scelta del bianco e nero, che raccontano i venti-trentenni contemporanei senza cercare facili scorciatoie nell'ironia.

Agli inizi degli anni Duemila c’era una cosa che venne definita mumblecore e che, insieme alle borse di tela, band tipo i Bright Eyes e i festival delle cosucce DIY, era insieme l’ultimo rigurgito della cultura indie anni Novanta e uno dei primo vagiti di quella hipster del decennio successivo. Esattamente come fa intendere la parola, mumblecore è il biascicare annoiato e a volte un po’ incazzato dei tardo adolescenti, la verbosità estrema ma riluttante dei ventenni che ammazzano il tempo parlando di se stessi o rifiutandosi di farlo. Praticamente lo stile del cantante dei Pavement, un po’ sciatto e menefreghista, figo senza sforzi e senza sfarzi, nel nome dell’autenticità e del lo-fi. I Pavement sono grandiosi da ascoltare, ma purtroppo il mumblecore accadde sullo schermo e fu, per farla breve, un tipo di cinema americano indipendente, a bassissimo budget, con dialoghi spesso semi-improvvisati, attori non professionisti, anteprime al SXSW e tematiche care al giovane occidentale che si affaccia alla vita.

Parlare del mumblecore oggi potrebbe essere cosa piuttosto ridicola, in effetti; non solo perché è uno dei classici termini coniati per comodità di genere e non perché davvero rappresentativi, ma anche perché dei suoi protagonisti una buona metà è scomparsa o continua a galleggiare nella piscina della cultura indipendente (Computer Chess di Andrew Bujalski è un mockumentary sugli “scacchi informatici”, tra i film più bizzarri presentati alla scorsa Berlinale), mentre l’altra metà “presenta al Sundance progetti di budget medio-alto,” come i fratelli Duplass (produttori/attori/registi a seconda dei recenti Your Sister’s Sister o Safety not Guaranteed) o Joe Swanberg (tra gli ultimi, Drinking Buddies).

Swanberg è il nostro anello di congiunzione in questo caso, perché ci permette di fare il salto concreto tra il mumblecore e due film in distribuzione in Italia questo autunno, Frances Ha e Oh Boy. I due hanno diverse cose in comune e portano con sé non solo un po’ dell’eredità di questo tipo di cinema indipendente americano – che più che biascicone definirei “conversazionale” e che infatti guarda a Richard Linklater, quello di Prima dell’alba ma anche Slacker, non con ribrezzo ma interesse – ma sono anche in grado di superarlo, andando verso qualcosa di diverso, e forse, più moderno. Chi li ha già visti magari non sarà proprio d’accordo, perché entrambi i film sono in bianco e nero e sembrano privi di coordinate temporali precise. Eppure invitano a riflettere sul concetto di moderno; o meglio su come invecchiano i film e su come inventare nuovi modi di raccontare i ventenni d’oggi quando esistono già acclamati format narrativi ed estetici che lo fanno, cavalcando il famigerato Zeitgeist dei post-Duemila.

Oh Boy è in più un film europeo: scritto e diretto dal tedesco Jan-Ole Gerster, ha vinto una buona manciata di premi in Germania e, dopo l’iniziale storcimento di naso, – “No, ancora storie di giovani a Berlino” – è stato apprezzato più o meno da tutti. La trama esile e ciononostante divertente racconta la tragicomica giornata del quasi trentenne Niko, che, alla disperata ricerca di un caffé, rompe con la ragazza, si vede negato il rinnovo della patente da un funzionario particolarmente astioso e il conto in banca chiuso da parte del padre, trasloca e si aggira per la città vedendosi continuamente rinfacciata la sua totale inettitudine. Le colpe sono tutte sue e lui non lo nega e allora anche noi ci chiediamo: com’è possibile che un tizio tanto consapevole e umanamente simpatico sia così insicuro del proprio futuro e compia così tante azioni sottilmente irresponsabili? Probabilmente se conoscessimo la risposta non staremmo qui a scriverne o ad apprezzarne lo sforzo esistenziale, perché – è proprio questo il punto – cercare di vivere adesso da semi-neo-post laureati con la coscienza a posto e il portafoglio gonfio di soldi nostri è impresa quasi disperata.

Anche la Frances di Frances Ha passa un annetto piuttosto infernale, che per di più la coglie impreparata: ingenuamente crede che il suo lavoro in una scuola di danza la porterà verso spettacoli migliori come ballerina e coreografa, che la migliore amica sarà al suo fianco per sempre e che, in sostanza, i tempi saranno rosei ad infinitum. Attrice e autrice di Frances Ha – insieme a Noah Baumbach, autore di Greenberg e Il calamaro e la balena, tra i più noti – è Greta Gerwig, che infatti aveva già preso parte alla “scena mumblecore” (da ricordare Hannah takes the stairs e Nights and Weekends, di e con il nostro anello di congiunzione Joe Swanberg) e che durante le interviste tiene a sottolineare quanto il film sia una storia di amicizia. Cosa verissima, dato che la vita di Frances va a rotoli nel momento in cui l’amica del cuore si allontana. Però se si guarda Frances Ha di sbieco, si nota come il mondo di Frances sia costruito per opposizioni, da una parte come dovrebbero andare le cose e dall’altra come vanno realmente: il fidanzato che spinge per vivere insieme vs. i due coinquilini simpatici ma senza obbiettivi di vita precisi, la ricerca di un lavoro sicuro vs. l’estate trascorsa in un college come aiutante fuori tempo massimo per fingersi studentessa, l’amica storica che si sposa vs. quella nuova che l’aiuta per dovere e non piacere. Più o meno sono queste le categorie messe in discussione, l’identità del non-più-studente che vive come se lo fosse, la fatica che si fa a digerire la felicità altrui e la propria infelicità, trovare un posto – letteralmente – in una città che cambia. E anche Oh Boy, come Frances Ha, non parla esattamente del precariato (o della gentrificazione, o della difficoltà di impegnarsi in una relazione o di credere in quello che si fa), ma ingloba le problematiche del presente nei suoi due personaggi perché disoccupazione o, diciamo, lauree lasciate a metà sono aspetti ormai naturali che sarebbe un po’ anacronistico mettere in mostra con etichette di novità. Insomma, come quando finalmente a metà anni Novanta si sono iniziati a fare film con attori indigeni o nativi americani senza assegnargli la parte dell’aborigeno ubriacone o di Pocahontas – o, in poche parole, il meccanismo opposto di produzioni italiane come Generazione 1000 Euro o Tutta la vita davanti.

Le storie dei tonfi clamorosi di chi si affaccia all’età adulta costituiscono il repertorio base delle storie di formazione, però qui abbiamo diversi elementi che rendono due film generazionali non solo esclusivamente generazionali. Banalmente, è l’utilizzo del bianco e nero che accosta i due film, però ho il sospetto che le ragioni di questa scelta siano diverse. Per Frances Ha è stata, credo giustamente, notata la fascinazione (insana e colpevole) della cultura americana per la nouvelle vague – anche se altrove citano Manhattan e in effetti qui New York è un gran bello sfondo, spesso più bello da vedere in grigio che a colori. Dall’altro lato, il regista di Oh Boy propone una miscellanea di immagini un po’, ahimè, da flânerie vecchia scuola con jazz caldo  di accompagnamento e chiaroscuri poeticissimi, ché lo spettatore critico magari si seccherebbe anche un po’ eppure alla fine ringrazia il bianco e nero perché stempera ciò che di patetico potrebbe esserci nell’usare, guarda un po’, il bianco e nero oggi. Infatti entrambi utilizzano il mezzo riuscendo miracolosamente a ovviare soluzioni patetiche e anzi rendono i film  più universali di quanto i loro protagonisti farebbero pensare. Forse conseguenza inconsapevole di questa scelta stilistica è che finalmente ci raccontano i meta-ventenni d’oggi (brutto da dire ma bisogna chiamarli/ci in qualche modo, prima o poi) senza sovrabbondanza o addirittura con assenza di tecnologia e smartphone e internet e gente che ne parla e verbalizza il proprio rapporto conflittuale con il contemporaneo… ecco, no.

Contro esempio è in questo caso la serie Girls, a cui bisogna riconoscere in effetti una certa rilevanza (soprattutto perché sembra impossibile scrivere un articolo sull’argomento senza citarla). Lena Dunham è stata ovviamente strizzata all’ultimo tra i cosiddetti film mumblecore con Tiny Furniture, ma per quanto sia un’autrice capace, il suo stile e i suoi lavori sono a volte davvero troppo “post-”, troppo ironici ed iper-consapevoli per non essere fruiti con un po’ di stizza e la voglia di dirle “andiamo oltre”. Ora che infatti si nomina la famigerata ironia, mi rendo conto che lo scarto di Frances Ha e Oh Boy rispetto al cinema sui giovani del Duemila, avviene sul piano linguistico piuttosto che su quello formale. I termini linguistici-conversazionali sono a volte davvero il motore dei film ed è per questo che ho pensato al mumblecore (oltre che per le inevitabili sovrapposizioni di curricula di alcuni autori). Durante una cena viene chiesto a Frances che cosa fa. Lei risponde: “È difficile da spiegare”. “Perché quello che fai è complicato?”. “Perché non lo faccio proprio”. Questa potrebbe essere una battuta – e per certi versi lo è – ma non corrisponde affatto alla definizione di ironia, cioè dire l’opposto della realtà; lei è davvero disoccupata. Frances e Niko sono due personaggi estremamente onesti, ma entrambi i film non rinunciano affatto all’ironia delle cose, anzi se ne appropriano più come modo di fare che come meccanismo di difesa. La loro non è infatti un’ironia esteriore, visiva, esclusiva soprattutto, che marca il confine tra coloro a cui è dato di sapere e coloro che sono esclusi. Al contrario, l’ironia di Frances Ha e Oh Boy è molto semplice, diretta, è forse un umorismo umano che punta a rendere se stessi una persona migliore per la realtà,  e non, viceversa, la realtà un posto più sopportabile.

 

Immagine: una scena da Frances Ha
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