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Fine dei giochi

Il trionfo corredato da «Yeeessss!!!» di Murray, il cupio dissolvi di Sabine Lisicki, la cerimonia di chiusura e l'esperienza dell'All England Club.

La quinta (e ultima) puntata del diario da Wimbledon. Le altre sono quiqui, qui e qui.

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C’è bisogno a Londra di sentirsi dire cose del genere, aiuta a dare un senso al flusso ininterrotto di cose e persone, bilancia l’urgenza di dover sempre trovare il proprio posto, avere la reattività per muoversi nel modo giusto, per non arrestare il moto collettivo senza sosta. Tutti sembrano abituati al caos ordinato degli spostamenti, sgusciando l’uno accanto all’altro, come quando la sera dopo la finale del singolare maschile tornando verso casa ho urtato con un piede la ragazza che scendeva sulla scala mobile davanti a me, e istintivamente le ho toccato una spalla per scusarmi, ma lei non si è neanche voltata poiché conosce quel tipo di disturbo e quindi neanche si gira per verificarne l’origine, aspetta soltanto che passi per proseguire nel suo cammino predeterminato. Chissà se Andy Murray sulla strada verso il titolo abbia provato sensazioni analoghe, se gli ostacoli gli siano apparsi solo come mali necessari, semplicemente funzionali all’arrivo alla meta.

Molte cose sono accadute negli ultimi giorni di questo Wimbledon che ha visto la prima vittoria dopo 77 anni di un britannico nel singolare maschile: intanto Marion Bartoli ha vinto il torneo femminile, e nessuno all’inizio poteva immaginare che l’onore e la gloria sarebbero cadute su di lei. Sgraziata, vagamente pienotta e così poco diva da far perdere l’aplombe anche ai commentatori della BBC, di cui uno non si è trattenuto dal dire che Marion di certo non è una looker come Maria Sharapova, solo per poi dover rilasciare scuse ufficiali, la ventottenne francese si è portata via a mani basse il titolo ricevendo anche la grazia di non aver incontrato neanche un’avversaria tra le prime quindici teste di serie.

Entro presto sul Centrale per seguire la finale, l’accesso alla fine si rivela uno scherzetto, forse anche a causa della poca nobiltà dello scontro tra la Bartoli e la tedesca Sabine Lisicki: al mio ingresso Marion sta già 4-1 nel primo set, il suo approccio alle cose normalmente esagitato forse le rende normale la pressione dell’evento, e poi qui aveva già giocato una finale nel 2007.

Lisicki sembra invece intrappolata nel più classico dei casi di stage fright, pretende di riuscire a giocare bene senza avere la tranquillità per farlo, e invece di trovare il modo di respirare a sufficienza da poter tirare un dritto come si deve, sembra chiedere ai suoi stessi gesti di darle per magia la serenità di cui ha disperato bisogno. Bartoli invece continua a cavalcare il delirio della situazione in modo assai sciolto, e le rifila un 6-1 in 29 minuti. Tutto le riesce, botte da fondocampo, risposte sulla riga, poco ortodosse volée e palle corte a due mani, con quei gesti che ricordano il lancio del martello. Lisicki, che dovrebbe avere nel servizio la sua arma migliore, fa doppi falli di continuo e serve molto debolmente, preda di un affascinante cupio dissolvi. Marion vince il torneo con un ace che alza uno sbuffo di gesso bianco dalla linea, e in men che non si dica il campo è pronto per la premiazione, il tempo di voltarmi per fare una foto al pubblico e sono tutti lì schierati, come se attendessero da tempo l’arrivo della campionessa.

Vince dunque Wimbledon una giocatrice che tre settimane fa a Parigi è stata schiantata dall’ormai crepuscolare Francesca Schiavone, che guarda caso gioca ancora con una varietà che non è più praticata. Taglio sotto la palla, taglio sopra, accelerare, rallentare, giocare profondo o corto, tutte quelle soluzioni che stanno cadendo in disuso a favore di uno stile improntato alla sola accumulazione cinetica, caricando la palla di sempre più potenza fino a che lo scambio non esplode in favore dell’una o dell’altra delle contendenti. Dopo la vittoria Marion abbraccia l’avversaria, posa velocemente per i fotografi, poi parte con i ringraziamenti a mitraglia come se li recitasse a memoria, forse presa dal timore di non ricordarsi tutti nell’ordine giusto.

Il giorno prima era stata la volta delle semifinali maschili: la prima Novak Djokovic contro Juan Martìn del Potro, e sin dai primi minuti l’incontro aveva il sapore delle grandi occasioni: il silenzio della folla, la complessità degli scambi, la sensazione di un confronto estremamente serrato, dove le aperture  di gioco in cui tentare di prevalere sono minime, una manciata di punti a set. La mistica del tennis prevede la contrapposizione tra l’elogio del braccio e quello della tenacia e della resistenza, intesi come due poli opposti dell’idea di giocatore. Ma con Djokovic queste categorie saltano, all’opera non vediamo più né un’artista né un corridore martire, non apprezziamo il gesto ma piuttosto qualcosa di simile a un muro in costante movimento, fatto di una paurosa unione di potenza e elasticità muscolare.

Per questo poi di un suo match non si ricordano mai dei singoli colpi, ma la complessiva supremazia espressa, il suo lento prevalere. Ne è venuta fuori una partita di quasi cinque ore, dove Del Potro ha tirato fuori risorse inaspettate, ma in fondo mai se n’è andata la sensazione che lui avesse bisogno sia di dare il massimo che di sfruttare un calo dell’avversario, mentre Djokovic poteva tranquillamente gestire anche il meglio che l’argentino aveva da offrire. Così è stato, così si è deciso chi doveva andare avanti.

Dopo simile sbornia rientro a metà del primo set della seconda semifinale, quella tra Murray e Jerzy Janowicz; sono un po’ nauseato dal combattimento a cui ho appena assistito, ma immediatamente il modo di stare in campo di Janowicz mi risveglia, mentre lo ammiro tirare missili e accarezzare palle corte, perfetto nel ruolo del crudele invasore barbaro che vuole devastare il palazzo reale.

Il pubblico di Londra è sempre stato famoso per non cedere a derive partigiane, ma scopro che è solo perché per decenni non hanno mai avuto un giocatore per cui valesse la pena farlo.

Tira regolarmente seconde di servizio a 190 kmh, Murray accanto a lui sembra piccolo. Una hostess si lamenta con me del box degli ospiti di Janowicz: «È terribile, qualcuno dovrebbe dir loro che non si battono le mani in quel modo». Sono solo un po’ più agitati dei consueti ospiti miliardari che controllano il Blackberry ogni due punti, e soprattutto mentre loro applaudono le altre 15000 persone urlano all’unisono «Yeeessss!!!» anche per un doppio fallo di Janowicz. «Non ha grazia, non ha proprio maniere», continua la veterana dei cancelli del Centrale, mentre provo a spiegarle che sia Jerzy che i suoi amici sono nuovi a questo tipo di situazioni, e nel frattempo il pubblico è indemoniato. «He’s not playing a clean game, and THEY don’t like it», sentenzia in modo glaciale la mia vicina, mentre la folla lo fischia.

Il pubblico di Londra è sempre stato famoso per non cedere a derive partigiane, ma scopro che è solo perché per decenni non hanno mai avuto un giocatore per cui valesse la pena farlo. Finisce come doveva finire, Murray dopo aver perso il primo vince i successivi tre set: la folla ha atterrito anche me che stavo seduto a guardare la partita, figuriamoci un ragazzo che un anno fa ancora doveva giocare le qualificazioni per entrare nel tabellone principale.

Il pubblico rimarrà protagonista e, di fronte a un Djokovic chiaramente non recuperato dalla battaglia contro Del Potro, Murray avrà decine e decine di altri «Yeeessss!!!» urlati da una folla esaltata che lo spingerà a forza verso il suo destino. La finale maschile è stato un evento a cui ho assistito in diversi modi: prima in fila al desk della sala stampa attendendo che si liberassero posti in tribuna, poi facendo l’errore di accettare un posto in uno dei commentary box rimasti liberi, anche se avrei dovuto capire qualcosa dal fatto che non lo voleva nessuno. Arrivati lassù in cima è come stare a una plancia di comando di un’astronave, chiusi in un ambiente insonorizzato, un silenzio assoluto tranne che per il suono dei giornalisti che scrivono  e dell’onnipresente commento della BBC sempre in ritardo sulla diretta, scandito dall’inglese crucco di Boris Becker. Riesco a fare tutto tranne che seguire la partita, dopo pochi minuti neanche so più il punteggio. Me ne vado, poi dopo un altro po’ finalmente entro in tribuna per l’ultima mezz’ora dell’incontro. Mi siedo che Murray è avanti di due set e di un break, l’atmosfera è brutale, penso a Djokovic e non riesco a capire come si faccia a tenere in mano una racchetta in quelle condizioni, sembra che lo stadio si sia ristretto, che gli spalti assedino il campo. Finisce in fretta, nonostante Murray si complichi la vita al momento di servire per il match, ma si capisce che solo lui può arrivare al traguardo, Djokovic è incerto e falloso come mai, nulla può contro la forza degli eventi, e della sua stanchezza.

Si è scritta dunque la storia, tanto improbabile vista da lontano quanto è apparsa inevitabile assistendovi fisicamente. Il trofeo sta lì poggiato su un tavolinetto, scintillante nel sole a 30 gradi di un’inaspettata giornata estiva, la cerimonia è breve e serrata, senza incertezze. Nessuno ringrazia gli sponsor, il direttore del torneo o i raccattapalle, qui si parla solo dell’esperienza di aver giocato la finale, del significato di aver vinto o perso.

Provo a riordinare le idee andando a visitare il museo del Club: in un percorso espositivo che dedica più spazio ai primi trenta anni di storia del torneo che ai successivi cento, scopro che la pratica del controllo delle borse degli spettatori è stata introdotta nel 1913 nella vecchia sede dei Championships a Worple Road, a seguito del blitz di un gruppo di suffragette. Apprendo poi che 22 secondi è il record di velocità nello stendere il telone sul prato del Centrale, anche perché d’altronde, viene riportato, un tempo inferiore non darebbe modo ai giocatori di lasciare il campo.

Passo accanto alla biblioteca, austera come se custodisse manoscritti inestimabili, incontro bacheche di trofei e cartoline dalla Riviera degli Anni Ruggenti. C’è anche una sezione sugli abiti dei tennisti di fine ‘800: nel 1881 tale Walter Wingfield giocò contro un’avversaria donna di cui non è menzionato il nome, e su una targa viene riportato il fardello dei rispettivi abiti: 2.4 kg per lui, 4.9 kg per lei. Ci sono anche dei pesi da sollevare, corrispondenti alle rispettive tenute, per dare un’idea dell’ingombro dei capi indossati. Accanto ai pesi c’è il campionario dei vari indumenti femminili, così sotto a vari quadrati di stoffe e fibre mi trovo a saggiare anche la consistenza di un corsetto, con tanto di lacci di seta. Nella corsa veloce verso i giorni nostri il museo presenta a un certo punto un ologramma di John McEnroe che ci guida dentro una replica dello spogliatoio maschile, poi due statue con i volti dipinti e le bandiere sulle spalle, una versione assolutamente bugiarda dello spettatore tipo dell’All England Club, infine una serie di completi indossati da diversi campioni degli ultimi anni.

Allora da una fessura si spiava dentro il Centrale, una piccola feritoia da cui si intravedeva il sacro lawn, come a Roma si va a guardare San Pietro dal buco della serratura nascosto all’Aventino.

Al museo ci ero già stato quando avevo tredici anni, ma lo ricordavo completamente diverso, meno sofisticato, un’aria polverosa da museo delle cere. Chiedo spiegazione dei miei ricordi contrastanti e mi confermano che prima il museo si trovava sotto il Centre Court, per poi venire spostato accanto al Court n.1, dove si trova ancora oggi. Ma soprattutto la cosa che ricordo di più è che attraverso le sale di allora si arrivava in un punto in cui da una fessura si spiava dentro il Centrale, una piccola feritoia da cui si intravedeva il sacro lawn, come a Roma si va a guardare San Pietro dal buco della serratura nascosto all’Aventino. Mi dicono che la feritoia non c’è più, l’hanno sostituita con un percorso guidato che conduce i visitatori a ammirare il campo da una sorta di ampio bovindo di alluminio e vetro montato durante l’anno su una tribuna dello stadio. Un po’ come quando si guardano gli squali da dentro una gabbia in immersione, hanno deciso di togliere il brivido della fessura, della visione privata e diretta per sostituirla con la vista blindata dietro a una vetrata, che sta lì a ricordare quanto quel mondo non ci appartenga. Ed è un peccato, perché sono convinto che anche se si vedeva di meno, osservare da quella fessura fosse molto più bello, ancora lo ricordo come un momento soltanto mio, speciale, non come la tappa di una visita guidata.

Quella sensazione l’ho ritrovata spesso nelle due settimane del torneo, ogni volta che mi sono trovato in un campo secondario a seguire un incontro assieme a poche decine di persone, così vicino da riuscire a distinguere ogni filo d’erba del prato. Mi chiedo se la ragione per cui così tanti milioni di persone amino il calcio non sia segretamente il richiamo di quell’enorme distesa di erba verdissima, quella tabula rasa ancestrale che può regalare l’illusione di un centro attorno a cui far girare i propri pensieri, una superficie su cui far riposare le inquietudini, e ritrovare la certezza che tutto abbia un senso.

 

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