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Non chiamateli graffiti

Con Filippo Minelli ho fatto Brera. Anzi, Brera 2. Quei due piani di istituto tecnico convertiti a serie B dell’Accademia di Belle Arti milanese hanno visto negli anni un numero crescente di studenti annoiarsi e bighellonare per i propri desolati corridoi, la maggior parte dei quali hanno seguito la strada del web design piuttosto che quella dell’arte. Invitati d’eccezione discutevano tematiche d’avanguardia in un’aula magna mezza vuota, mentre in sale computer poco equipaggiate artisti-professori condividevano un decimo del loro potenziale con qualche confuso diplomato del liceo artistico. Nella noia cosmica scandita da assenze, ritardi, voti condiscendenti, ci si scordava spesso quello che c’era di veramente valido. Mangiavamo la pizza sui banchi mentre nell’altra stanza il video artista di culto Alberto Grifi faceva un workshop con alcuni studenti del biennio. La magrezza dei fondi e lo squallore della struttura in sé erano un dato di fatto, ma anche la mancanza di entusiasmo e di motivazione di parecchi studenti e professori faceva il suo.

Quando l’ho conosciuto Filippo Minelli non so se volesse fare proprio l’artista, ma si aggirava iperattivo in quell’ambiente sottostimolante come un gatto in gabbia. L’ultima volta che sono passato di lì c’erano ancora le tracce della sua esondazione grafomane, una sorta di vandalismo di sopravvivenza che avrebbe poi dato i suoi frutti. Dei tanti che sono usciti lui è stato uno dei pochi a ritagliarsi uno spazio sia in galleria che su ben altre superfici. Col passare del tempo il sito di Filippo si è arricchito del suo zigzagare internazionale. “Scrivere in giro è la prima cosa che mi ha dato soddisfazione da adolescente”, dice. “Non solo per la trasgressione, ma per le situazioni che vivi quando non ti fai troppi problemi. A volte ti trovi completamente solo con quello che sei in posti assurdi, oppure viaggi e incontri persone con le quali non saresti mai entrato in contatto viaggiando come turista, dagli alti ufficiali dell’Esercito dello Sri Lanka all’eroinomane di 12 anni del Nepal.”

Stranamente non avevo mai parlato con Filippo del suo lavoro, un po’ perché ci eravamo persi di vista, un po’ perché alla fine è lì, non lo devi spiegare. A Filippo piaceva taggare con gli smalti, in modo che il colore gocciolasse ed insozzasse i muri oltre il suo controllo. Adesso allo spray ha associato fumogeni colorati che rilassandosi nell’etere danno un altro colore all’ambiente. C’è lo slancio improvvisato, ma anche l’oculatezza della documentazione fotografica con l’angolazione giusta. Il suo stile grezzo e spontaneo, ma al tempo stesso concettuale, lascia all’immaginazione quel che le spetta. Quando c’è una critica sociale, come nella serie Contradictions, è così evidente da non richiedere didascalie, cosa che funziona di rado per l’arte politica. “Personalmente non mi interessa utilizzare quello che faccio come strumento politico, ma il fatto stesso di ritrarre la contemporaneità soggettivamente comporta l’espressione di un parere che di fatto è politica. Sono sempre stato affascinato dalla geopolitica e dai fattori di influenza globale, da cui la scelta di viaggiare in nazioni dove sono determinanti per le scelte locali. Con Flags voglio sottolineare proprio questo, utilizzando come medium la bandiera, simbolo di un concetto polveroso come la sovranità nazionale. Viviamo in un mondo che sta cambiando in fretta, nel bene e nel male, ma abbiamo la fortuna di poter ancora cogliere com’è stato finora. È come arrivare nel punto più alto di un bel panorama proprio al tramonto: che sia romantico o decadente non sta a me deciderlo.”

Ma un artista non vive di soli viaggi. Se Filippo ce l’ha fatta a campare di arte e la maggior parte degli altri studenti del nostro anno no non è solo questione di talento o interesse, per quanto siano imprescindibili. “L’unica è occuparsi solamente della qualità del proprio lavoro e andare dritti per la propria strada. Anche svegliarsi presto la mattina ed essere professionali non guasta, visto che bisogna rapportarsi con gente che lavora e spesso non viene pagata tanto da farsi scivolare addosso ogni nostro capriccio.”

Capire che l’arte è un lavoro significa anche prendere decisioni potenzialmente controverse. “Ho incontrato mercanti d’arte che mi dicevano di produrre in modo ruffiano, ma sulle pubblicazioni estere di alto livello sono usciti i miei lavori più ruvidi. Alcuni galleristi mi consigliavano di fare il cameriere piuttosto che fare marchette, per tutelare il mio lavoro, senza capire che nella vita voglio vivere di arte e non di mance. Certi curatori mi han detto che se partecipavo ad una determinata mostra non sarei stato invitato ad altre per ripicca, ma a me interessa creare e non seguire giochini da salotto.” Nonostante la doppia velocità, Filippo cerca di esprimersi al meglio sia nell’ambiente galleria che nei suoi progetti all’aperto. “Sono due approcci completamente diversi. Lavorare in spazi pubblici ti lascia molta libertà, puoi creare cose surreali e avere un contatto diretto con tutti, fuoriuscendo dal sistema-arte, ma interagisci con ambienti già costituiti. Le gallerie ti offrono un’audience più ristretta, ma se non hai limitazioni dal gallerista puoi effettivamente fare quello che ti pare.”

Invitato alla sezione lombarda del criticatissimo Padiglione Italia di Sgarbi, che in passato l’ha supportato insieme ad altri artisti legati al writing, Filippo pensa che la responsabilità del fallimento dell’iniziativa sia diffusa. Tra gli artisti che si sono tirati indietro per motivi politici e il curatore assente, a soffrire è stata la qualità della mostra. “Senza piangersi addosso, il problema dell’arte in Italia sono gli italiani, come in tutti gli altri campi. Un popolo livido, invidioso, che ama schierarsi invece di ragionare.”

Uno dei progetti più recenti di Filippo è sfortunatamente legato a condizioni di salute che l’hanno costretto ad una permanenza forzata all’ospedale di Brescia, dove invece di spray e tele si è trovato ad usare smart phone e social network. “Ho iniziato il blog Chemotherapy Updatea Natale dello scorso anno, dopo aver scoperto di essere quasi terminale per via di un linfoma non diagnosticato per tempo. È stato un modo per aggiornare amici e parenti senza farli stare troppo in ansia per me, e per tenermi impegnato ridendo di me stesso in questa esperienza assurda. Ho trovato un’applicazione iPhone che personalizza flyers e l’ho usata per trasformare ogni piccolo accadimento in un evento. Che più o meno è quello che succede quando ti dicono che sei morto.”

Ho incontrato Filippo a Eindhoven un mesetto fa. A parte i capelli è lo stesso dei tempi di Brera, con lo stesso occhio per certi dettagli e lo stesso umorismo. Dal posto deprimente dove abbiamo studiato era riuscito ad estrarre un’energia che nessun altro ci vedeva, adesso la stessa carica lo sta portando attraverso un luogo peggiore, dal quale uscirà con qualcosa di più di un pezzo di carta, qualcosa che sta già condividendo con tutti noi.

 

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