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Quattro anni dopo Aftersun, la regista Charlotte Wells ha finalmente annunciato il suo nuovo film Verrà presentato a settembre al New York Film Festival, è un corto che racconta la vita della leggendaria batterista Paula Spiro.
Il più grande baobab del Madagascar sta morendo e la causa della sua morte (ovviamente) è la crisi climatica Ha vissuto per più di mille anni. Poi sono arrivate le piogge eccessive e le infezioni fungine. E adesso non c'è più niente da fare.
Il nuovo film di Jonathan Glazer è un documentario girato con una videocamera dai bambini di Gaza, dell’Ucraina, del Sudan e dello Yemen , questo il titolo scelto da Glazer per il film, verrà presentato al prossimo New York Film Festival.
La foto più bella e difficile dell’eclissi solare l’ha fatta uno skater Lui si chiama Danny Leon e molto probabilmente la sua foto vi è apparsa nel feed. Scattarla è stata una vera e propria impresa.
David Byrne ha fatto una playlist da ascoltare solo e soltanto quando si va in bici Una selezione di 40 canzoni, scelte con un criterio estremamente byrdiano.
Anche l’Accademia svedese ha fatto la sua lista di libri per l’estate, composta tutta da Premi Nobel per la letteratura, ovviamente Cinque libri, cinque autori e autrici, con una brevissima recensione a spiegare perché vale la pena portarseli in vacanza.
In Spagna c’è un hotel in mezzo al nulla, senza Wi-Fi né tv, che si può prenotare solo spedendo una lettera scritta a mano E aspettando una lettera di conferma altrettanto manoscritta. È l'hotel El Elevador a El Hierro, la più piccola e meno visitata delle Canarie.

La letteratura naturale di Elif Batuman

Chi è la scrittrice e collaboratrice del New Yorker che ruba i titoli dei suoi libri a Dostoevskij.

11 Marzo 2018

Negli ultimi mesi mi sono accorta di avere sviluppato una discreta ossessione per alcune scrittrici che rispondono allo stesso identikit: quarantenne nordamericana che scrive sul New Yorker e che dà il meglio di sé nella nonfiction, e più precisamente in quel genere giornalistico-letterario che i più chiamano “personal essay” e che il New Yorker ha ribattezzato, con non poco snobismo, “personal history”. Ariel Levy, Kathryn Schulz ed Elif Batuman. Le tre autrici sono accomunate anche da un approccio che combina, con grazia e lucidità, il rigore analitico alla compassione, permettendo loro di muoversi con invidiabile naturalezza tra il generale e il particolare.

Elif Batuman, la più giovane, è nata a New York nel 1977 da una famiglia turca colta e benestante, musulmani laici e kemalisti: la madre aveva studiato al liceo americano di Ankara; il padre, di origini più modeste, è cresciuto nell’Anatolia meridionale. Elif, il cui nome, racconta, deriva dalla pronuncia turca della prima lettera dell’alfabeto arabo, la alif, cresce nel New Jersey, studia linguistica e letteratura russa a Harvard e Stanford. Il suo primo libro parla di un’impacciata ragazza turco-americana e della sua fascinazione per la letteratura russa. Il suo secondo libro parla, beh, di un’impacciata ragazza turco-americana e della sua fascinazione per la letteratura russa.

I Posseduti, pubblicato nel 2010 da Farrar, Straus and Giroux e portato in Italia da Einaudi nella traduzione di Eva Kampmann nel 2012, è stato descritto come una collezione di saggi e come un testo a metà strada tra il memoir e una lettera d’amore. Il titolo è un omaggio a Dostoevskij (The Possessed è uno dei nomi inglesi dei Demoni). È un memoir, perché il filo conduttore è il dottorato in letteratura russa che Batuman ha conseguito pur senza aspirare alla carriera accademica. L’alternativa sarebbe stata accettare una residency letteraria in una ex segheria del New England, così la ragazza sceglie il PhD, con la stessa forza della disperazione con cui Bridget Jones sceglieva la vodka e Chaka Khan. L’autrice paragona la sua esperienza a quella di Hans Castorp nella Montagna incantata di Thomas Mann e, miracolosamente, riesce a farlo senza sembrare pomposa: come lui ha passato sette anni in un sanatorio senza avere la tubercolosi, così io ho passato «sette anni in un sobborgo californiano a studiare la forma del romanzo russo» prima per caso, poi per amore. È una collezione di saggi perché si compone di sette testi separati, alcuni dei quali già pubblicati su Harper’sn+1 e New Yorker.

Il secondo libro è un romanzo, però gli elementi autobiografici sono tali da renderlo quasi un prequel del primo. The Idiot, e anche qui c’è l’omaggio a Dostoevskij, pubblicato da Penguin a marzo e non ancora tradotto in italiano, racconta di una studentessa di Harvard, ossessionata dal linguaggio, dai particolari, dalla letteratura russa e, non ultimo, dalla ricerca di un senso. Il tipo di ragazza che ci resta male perché il dizionario che le ha regalato la banca non include il lemma “ratatouille” e che ragiona ad alta voce: «Che cos’è “Cenerentola”, se non un’allegoria dell’infelicità fondamentale di quando vai a comperarti un paio di scarpe?». Come l’autrice stessa nei Posseduti, anche la protagonista di The Idiot spazia dalla realtà all’impressione della realtà, e dall’impressione della realtà a quello che essa evoca.

È la stessa dote che Batuman sfoggia nei suoi pezzi giornalistici. Nella storia di copertina del New Yorker dedicata alla sua esperienza in Turchia e al velo islamico, parte dalla vicenda dei suoi genitori, per raccontare l’ascesa di Erdogan e poi analizzare come sono trattate le donne, sollevando domande su quanto siamo disposti a sacrificare la nostra libertà per essere accettati, citando Houellebecq: riesce a farlo, cosa non da poco, senza l’ombra di un volo pindarico. Si potrebbe osservare, forse a ragione, che non c’è nulla di così speciale nel coniugare teoria ed esperienza, che è anzi un campo di scrittura fin troppo affollato (specie rispetto a quando Chris Kraus inaugurò con I Love Dick «un nuovo genere, qualcosa a metà strada tra critica culturale e fiction», come decretò il critico Sylvère Lotringer, suo ex). Batuman, è vero, non fa nulla di nuovo. Però lo fa tremendamente bene. Del suo secondo libro, la Los Angeles Review of Books ha scritto: «Ha impilato una bella collezione di non-eventi, eppure il risultato è incendiario». Raccogliere frammenti di memoria episodica e provare a trasformarli in memoria narrativa, soffermandosi più sul processo che sul risultato. È la stessa cosa che si legge nei Posseduti: «Gli eventi e i luoghi si succedono come le voci sulla lista della spesa. Possono esserci esperienze interessanti e commoventi, ma un fatto è certo: non prenderanno spontaneamente la forma di un libro meraviglioso».

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