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Nove ragioni per amare Downsizing

Abbiamo visto il film di Payne che ha aperto la Mostra del Cinema, l'utopia di un mondo minuscolo tra ambientalismo e miserie umane.

Downsizing, di Alexander Payne, è il film che ha aperto quest’anno la mostra del cinema di Venezia. Il protagonista è un Matt Damon un po’ imbolsito e, come si evince da titolo e locandina del film, minuscolo. O meglio, rimpicciolito. Da un metro e settantotto a dodici centimetri per l’esattezza, e non per un colpo di scena fantascientifico, bensì in seguito a una decisione spontanea, pragmatica e irreversibile.

La distopia, o forse solo l’utopia, che Downsizing mette in scena è quella di un futuro prossimo in cui, per rispondere all’emergenza demografica e ambientale, degli scienziati norvegesi presentano al mondo un piano di miniaturizzazione degli umani e dei loro ecosistemi di vita: case, cibo, animali, alberi, macchine, infrastrutture, prodotti e servizi; tutto viene ricostruito per far vivere e far prosperare i nuovi lillipuziani sul pianeta. I vantaggi di questa mutazione sono facilmente immaginabili: i “minuscoli” occupano pochissimo spazio, consumano molto meno e inquinano quasi zero. Possono spostarsi molto più facilmente (attraversare l’oceano in un pacchetto Fed Ex, ad esempio), e comunicare normalmente (o quasi) e in qualsiasi momento col mondo “reale” che hanno deciso di abbandonare. Vista la taglia microscopica, inoltre, i minuscoli possono permettersi molti più lussi della gente normale. Una reggia laccata oro a Leisureland (questo il nome della colonia americana dei miniaturizzati) costa quanto un tugurio del vecchio mondo, per non parlare del cibo, dei gioielli, dei vestiti e di tutto il resto. E allora perché ostinarsi a sbarcare il lunario in un sobborgo qualunque quando si può fare la spola tra il Chiantishire e la California per molto, molto meno?

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Dopo un inizio epico-ambientalista la gente inizia quindi a rimpicciolirsi per le ragioni più diverse: c’è chi lo fa effettivamente per coscienza etica, molti per indigenza, tantissimi per utilitarismo, altri addirittura per noia e, nel giro di qualche anno, i minuscoli diventano il 3% della popolazione mondiale. Tra loro c’è Paul Safrànek (Matt Damon, appunto, anche se quando aveva iniziato a lavorare al progetto, Payne per questo ruolo aveva scelto Paul Giamatti): un medico mancato e un discreto ergoterapista che non riesce a ottenere un mutuo dalla banca e nemmeno a far pronunciare il suo cognome nel modo giusto (gag decrepita quella del nome storpiato, eppure prodigiosamente con i modi e i tempi giusti continua a far ridere). Safrànek non dovrebbe diventare minuscolo da solo: ad accompagnarlo nella nuova vita dovrebbe esserci la signora Safrànek, Kristen Wiig (che prende il posto di Reese Whiterspoon, anch’essa designata nel 2014 per il ruolo e poi sostituita), che però all’ultimo, quando gli infermieri la stanno preparando al trapasso verso Leisureland, ci ripensa (mai sottovalutare le reazioni di una donna quando le si tagliano brutalmente i capelli) e, con un sopracciglio e la testa rasate a zero, chiama Safrànek per dirgli che non lo seguirà.

Lui, ovviamente, si è già fatto rimpicciolire, e da lì l’avventura comincia. Damon fa il suo ingresso da solo nel mondo dei minuscoli, con la testa rasata, la morte nel cuore e – a causa del divorzio – molti meno soldi a disposizione di quelli che pensava avrebbe avuto per vivere la sua nuova vita. Dalla villa palladian-repubblicana in cui avrebbe dovuto vivere finisce in un bilocale con cucina a vista, è costretto a lavorare in call center e si ritrova incastrato in una vita ben più patetica di quella che ha deciso di abbandonare. La svolta arriva da Dusan, il suo vicino di casa (interpretato da un formidabile Christopher Waltz), una specie di Jay Gatsby serbo, crapulone e maneggione, che al termine di uno dei suoi party lo coinvolge nei suoi traffici e gli presenta Gong Jiang (Hong Chau, la Jane di Inherent Vice), una dissidente vietnamita con una gamba di legno che gli cambierà la vita.

Il film è un misto tra Truman Show e una puntata di Black Mirror; non sfiora la perfezione del primo e non trasmette l’angoscia del secondo ma la storia é piacevole e brillante, ben scritta e ben diretta, con l’ironia accessibile e delicata che contraddistingue il cinema di Payne. Non manca qualche lungaggine, e il lieto fine hollywoodiano lascia perplessi, ma l’idea alla base di Downsizing è di indiscusso fascino, e l’universo narrativo visivo che va in scena è pieno di spunti e dettagli da portarsi a casa. Eccone qualcuno, più o meno minuscolo.

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1. I quadri alle pareti delle case di Leisureland
Notte stellata, i Girasoli di Van Gogh, il Bacco di Caravaggio, Il bacio di Klimt: bastano i dipinti delle regge dorate in cui i minuscoli moderatamente abbienti vanno a vivere per raccontare l’ottusa aspirazione alla felicità del residenti di Leisureland, e la grandiosa piccolezza del sogno che rincorrono con la loro scelta.

2. L’accento di Dusan, interpretato da Cristopher Waltz
Anzi, Cristopher Waltz tout court, con le sue tute acetate, il dollaro grandezza naturale incorniciato alla parete, il suo senso della morale e dell’onore e la sua visione tutta serba del sogno americano: «Perché tu sei buono, ma anche un po’ patetico», non smette di dire Dusan a Matt Damon per tutto il film.

3. L’inglese di Hong Chau, le sue camicette a fiori e gli 8 tipi di scopata del maschio americano
What kind of fuck you give me? Difficile rispondere, ma anche non farsi ogni volta, d’ora in poi, la stessa domanda.

4. Il sorriso ebete e l’herpes di little Ronnie, il primo bambino nato minuscolo
Belloccio norvegese scemo e bello come una mascotte dev’essere, fa il giro delle colonie di miniaturizzati di tutto il mondo col suo seguito di groupies e il suo ciuffo ribelle. Non appena lo vede alla festa di Dusan, Safrànek gli chiede di farsi un selfie. Perché è buono ma anche un po’ patetico, appunto.

5. Le palettine di metallo
Con cui le infermiere raccolgono i minuscoli appena sfornati al termine del processo di rimpicciolimento e il primo gesto di Safrànek al risveglio (non c’è bisogno di dirvi qual è, vero?)

6. La scena della firma del divorzio
Una sigla minuscola per un casino gigantesco. Non è sempre così, anche per chi non si fa rimpicciolire?

7. Gli oggetti e i gadget importati dal vecchio mondo
La rosa gialla gigante con cui Safrànek si presenta alla festa di Dusan, l’enorme cracker con cui le infermiere scherzano con i neo-minuscoli al risveglio, e una tele normalissima che diventa un cinema all’aperto per decine e decine di messicani arrivati a tradimento a Leisureland dentro a un tv pack.

8. Il trolley finale
Proprio mentre partono gli archi in sottofondo e state pensando “certo potevano inventarsi una fine diversa”, ecco che Safrànek fa scattare la maniglia telescopica del trolley e si trascina verso l’happy ending come un turista goffo alla ricerca dell’albergo per le strade di Venezia. L’America che si prende in giro da sola è sempre meglio dell’America presa in giro dall’Europa, e in questo Payne è maestro.

9. La conferma che, gira che ti rigira, minuscolo o non minuscolo, il mondo alla fine innocente non lo resta mai tanto a lungo
E che i cliché tendono a ripetersi a qualunque scala e in qualunque era. La certezza che propositi drastici e soluzioni radicali non durano poi molto, e dei piccoli – e a volte un po’ patetici – gesti quotidiani sono l’unica vera risorsa che abbiamo.

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