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David Foster Wallace/3

Come orientarsi nel mondo dei racconti del controverso scrittore americano

“Viaggiare informati” è una rubrica nella rubrica ideata da Francesco Pacifico per orientarsi meglio sulla superstrada DFW; Parte terza (qui la prima e qui la seconda)

Terza parte: Non fiction e extra

La non fiction di Wallace è la sua carriera parallela. Nella sua non fiction sembra provare piacere, trovare una distrazione. In fondo trovare anche alcuni extra incatalogabili, in alcuni casi interessanti in altri molto meno.

Tennis tv trigonometria e tornado. 1997. FONDAMENTALE.

Prima raccolta di non fiction di Wallace, è lo standard del gonzo/long/pop journalism anni Novanta. Il trucco di Wallace sembra essere ben altro che un trucco: prendere appunti estesi, ben oltre il dovere di cronaca, su tutto quanto vede quando è inviato da una rivista a scrivere del mondo reale. Rimarrà una caratteristica di tutta la sua non fiction, ma in questo primo libro le cose vanno meglio che nell’ultimo Considera l’aragosta: in Tennis tv… si sente come Wallace voglia convincere i committenti, tipo Harper’s che lo manda alla fiera dell’Illinois da cui traggo questo passaggio sui maiali (p. 144, edizione minimum fax), di aver scelto l’uomo giusto, di potersi fidare di lui. Sono quindi piuttosto “saggi su un argomento” che “saggi di Wallace”:

È vero: i maiali sono proprio grassi, e alcuni francamente enormi – metti 1/3 di una Volkswagen. Ogni tanto si sente dire di un allevatore maciullato o ucciso da un maiale. Denti non se ne vedono, qui, ma gli zoccoli sembrano più che capaci di maciullamento – fessi e rosa e in qualche modo osceni. Non so se nei suini si chiamano zoccoli o piedi. A circa otto anni i rurali del Midwest si convincono irreversibilmente che si dice «i zoccoli», e non «gli zoccoli». Alcuni dei maiali hanno di fronte al chiuso grossi ventilatori verticali, e altri dodici grandi ventole ruggiscono dal soffitto – ma nonostante ciò, qui si soffoca. L’odore pare un misto di vomito ed escrementi, come un orribile disturbo digestivo su vasta scala. Fa pensare a un reparto di colerosi. I proprietari e i custodi indossano stivali di gomma, niente a che fare con gli stivali East Coast alla L.L. Bean. Alcuni dei maiali in piedi intessono idilli fra loro attraverso le stecche dei chiusi, con i grugni che quasi si toccano. Quelli che dormono tirano botte nel sogno, scalciando con le zampe di dietro. A meno che non siano in difficoltà, i suini grugniscono in un tono basso e costante. Fanno un suono piacevole.
Ma ora un maiale color mou si mette a gridare. I maiali, quando soffrono, urlano. Il suono è umano e al contempo disumano, e tutt’e due le cose ti fanno rizzare i capelli. L’urlo del maiale sofferente si sente in tutto il Capannone. I professionisti del settore lo ignorano, noi invece entriamo in agitazione (…)

Una cosa divertente che non farò mai più. 1997. FONDAMENTALE.

Una cosa divertente che non farò mai più è perfetto da solo, ma in originale faceva parte di quel che in Italia è uscito come Tennis tv trigonometria e tornado. Una cosa divertente… è la cosa più accessibile di Wallace: è una cosa scritta per piacere, colpire, divertire, far provare emozioni. Sembra fatta più per esser letta ad alta voce che in silenzio. Fa ridere molto, e pur parlando dei temi preferiti di Wallace – la morte e la solitudine – lo fa descrivendo una crociera pacchiana la cui ideologia del divertimento e della pulizia è proprio il contrario dell’indole di Wallace. Uno scontro di civiltà intra-occidentale fra depressi e vacanzieri in cui l’elemento kafkiano è dato dal senso di essere accerchiati da chi ci vuole intrattenere e viziare. A pagina 64, per capirci:

Ma è l’esperienza delle pulizie in cabina che forse rappresenta l’estremo esempio della stressante volontà di viziarvi, così stravagante che confonde il cervello. Al di là della mia ardente passione, la cosa fondamentale è che la cameriera della cabina 1009 non l’ho vista quasi mai, la diafana Petra dagli epicantici occhi da cerbiatto. Ma ho buoni motivi per credere che lei vede me. Perché ogni volta che lascio la cabina per più di mezz’ora, quando torno è tutta di nuovo pulita e spolverata e gli asciugamani ripiegati e il bagno uno specchio. Non voglio essere frainteso: per certi versi è una cosa fantastica. Io sono un po’ un sudicione, sto un sacco di tempo nella cabina 1009, ed entro ed esco un sacco di volte, e quando sto nella cabina 1009 mi siedo sul letto e mentre scrivo mangio frutta e il letto si riduce uno schifo. Però tutte le volte che esco e poi torno, il letto ha lenzuola fresche con gli angoli rivoltati come in ospedale, e c’è un altro cioccolatino alla menta al centro del cuscino.
Garantisco fermamente che un servizio di pulizia invisibile e misterioso è in un certo senso fantastico, incarna appieno le fantasie di ogni sudicione: qualcuno che si materializza, di disinsudicia la camera e scompare – è come avere una mamma però senza senso di colpa. Ma qui c’è anche, ritengo, uno strisciante senso di colpa, un’ulteriore problematicità profonda, un disagio che si presenta – almeno nel mio caso – come una strana paranoia da viziatura.
Perché dopo un paio di giorni di questa invisibile e misteriosa pulizia della cabina comincio a chiedermi come fa Petra a sapere esattamente quando sono nella 1009 e quando non ci sono. È in questi momenti che mi rendo conto che non riesco a vederla se non di rado. Per un po’ tento esperimenti come schizzare all’improvviso nel corridoio 10 per vedere se scopro Petra acquattata da qualche parte a spiare chi esce dalla cabina, e perlustro tutta la zona e persino il soffitto in cerca di qualche telecamera o monitor che registri i movimenti delle porte delle cabine – niente su entrambi i fronti. Ma poi mi rendo conto che il mistero è ancora più complesso e indecifrabile di quanto avrei potuto immaginare, perché la mia cabina viene pulita sempre e solo durante gli intervalli di tempo in cui resto fuori più di mezz’ora. Quando esco, come fanno Petra o i suoi supervisori a sapere con precisione quanto tempo resterò fuori?

Considera l’aragosta. 2005. OK.

Il libro è notevole ma 100 pagine per descrivere la campagna di John McCain per le primarie del 2000 sono troppe (non a priori, dopo averle lette). Divertenti i pezzi sugli oscar del porno e sul conduttore radiofonico di destra. Se non vi piace lo capite da questo brano, un po’ troppo anything goes (a pag 174, edizione Einaudi Stile Libero):

E va bene, allora, sì sì, più copertura stampa per John S. McCain III, una carriera in Marina, prigioniero di guerra, cittadino americano, candidato repubblicano alle primarie del 2000.com. Il Rocky della politica. McCain l’ammutinato. The Real McCay. Lo Straight Talk Express. L’uomo che si finanzia la campagnia via Internet. Cocco dei media. Pilota della Marina. Secondo nome: Sidney. Figlio e nipote di ammiragli. Oltre che un autentico osso duro, un senatore repubblicano realmente di destra, eletto in uno degli Stati politicamente più trogloditi del Paese. Un uomo che si oppone all’aborto, al controllo delle armi, ai finanziamenti per la televisione pubblica, che sostiene la pena di morte e l’incremento delle spese per la difesa e gli emendamenti alla costituzione che rendono illegale bruciare la bandiera e giusto pregare nelle scuole. Che ha votato per incriminare Clinton durante l’impeachment, per ben due volte. E che lo scorso autunno si è di colpo trasformato nella grande speranza populista della politica americana. Un uomo che vuole il vostro voto, ma senza per questo essere disposto a prostituirsi. Un anticandidato. E chissenefrega.

Se vi piace, vi piace proprio perché in un saggio recensisce dizionari inglesi e approfondisce il tema dell’uso politico delle parole. Ecco a pag 121 un estratto da “Autorità e uso della lingua”:

Lasciate perdere la stalinizzazione o gli equivoci da falsi sillogismi, però. L’Inglese politicamente corretto ha in sé un’ironia ancora più macroscopica. E cioè che sebbene l’IPC abbia la pretesa di essere il dialetto della riforma progressista, di fatto è – nella sua sostituzione orwelliana degli eufemismi dell’eguaglianza sociale al posto dell’effettiva eguaglianza sociale – molto più di aiuto ai conservatori e allo status quo di quanto non siano state le tradizionali prescrizioni Snob. Se io fossi, per esempio, un conservatore politico contrario all’utilizzo delle tasse come strumento per ridistribuire la ricchezza nazionale, sarei felice di osservare i progressisti Pc che sprecano tempo ed energie a questionare se un povero debba essere descritto come un individuo “a basso reddito” o “economicamente svantaggiato” o “pre-benestante” piuttosto che fabbricare pubbliche argomentazioni efficaci in favore di una legislazione redistributiva o di un incremento delle aliquote marginali. (Per non parlare del fatto che questi codici rigorosi di eufemismo egualitario servono a soffocare quel genere di discorso doloroso, sgradevole e a volte offensivo che in una democrazia pluralistica porta a un effettivo mutamento politico piuttosto che a un mutamento politico simbolico. In altre parole, l’IPC agisce come una forma di censura, e la censura è sempre al servizio dello status quo).

Il rap spiegato ai bianchi. 1990. Scritto con l’amico Mark Costello. SOLO SE VI PIACE IL RAP (contiene analisi dei testi…).

Scritto nel 1990, dopo Straight Outta Compton ma prima della guerra tra East e West Coast, e prima che hiphop e R&B imponessero la musica nera al mainstream, il saggio di Wallace e Costello suona oggi pioneristico, ingenuo, appassionato e quasi antico. Guardate a pagina 50:

Perciò, forse sono stati loro. Loro. Forse ci stiamo avvicinando a un bivio obbligato sulla strada della storia della musica, dove l’industria dell’entertainment gestita dai bianchi dovrà mettere insieme quel che le resta, fare i bagagli e andare in cerca di futuro e di fortuna alle spalle di qualche altra minoranza. Forse il recente estremo isolamento della musica nera a cui assistiamo nel rap non è solo intenzionale ma premeditato, parte di un programma neo-nazionalista, oddio mio, quasi nazionalsocialista, e il circolo stretto ed ermetico della nuova scena è più qualcosa di molto grosso arrotolato più volte su se stesso che qualcosa di piccolo e piatto.
Forse ora cominciare a farvi una vaga idea del tipo di preoccupanti possibilità che il rap che ci piace racchiude in sé. E un’idea ancor più vaga di quanto possa essere complicata questa faccenda di analizzarne campioni dall’esterno. Ciò che è rimasto veramente strano, per noi, è il fascino che l’aspetto vagamente minaccioso del rap porta con sé. Il fatto che i pochi bianchi affacciati a quella finestra amino il rap non senza imbarazzo e ambivalenze nulla toglie all’autenticità dell’amore. È una forma di perversione? Una specie di masochismo extralusso da yuppie? Una sorta di “non ‘è rosa senza spine”? O è un po’ come fare la corte a una ragazza non malgrado ma per il fatto che lei non vuole avere niente a che fare con te – e in particolare con una certa parte di te?

Sul motivo per cui Wallace e Costello si sono fissati sul rap, leggere pagina 71. Da cui si capisce, secondo me, che i ventenni americani erano in attesa morbosa che il grunge arrivasse nel mainstream.

Fondamentalmente, abbiamo deciso che il motivo per cui ci piaceva il rap era che, anche lasciando da parte le gonfiature dei media, questo genere di musica era agguerrita, aveva del mordente. La data approssimativa della stesura di questa parte del saggio è luglio ’89. Tornate indietro con la memoria. Questi ultimi anni finanziari hanno visto Madonna tornare “sulla cresta dell’onda”; cover di cover ormai classiche di pezzi storici sono state a loro volta rifatte e hanno scalato le classifiche; Rod Stewart è stato disibernato ed è tornato in sella… MTV ormai non è altro che un lunghissimo spot pubblicitario di se stessa e degli interessi delle etichette multinazionali; Bobby McFerrin ha tirato fuori un disco di platino e poi una serie di jingle pubblicitari da un invito alla spensieratezza (“Don’t worry, be happy”) balbettato su un sottfondo di sintetizzatori reggae, una canzone le cui parole hanno lo stesso sapore preconfezionato degli spot televisivi, e di altri equivalenti linguistici dell’orsacchiotto di pezza di un bambino.
Lo scorso anno l’heavy metal dei finto-satanisti bellocci ha rappresentato il 50% delle vendite discografiche complessive negli Stati uniti; gli U2 hanno girato un omaggio da venti milioni di dollari alla propria irreprensibile moralità e all’ormai sempre meno mascherata megalomania di Bono. È stato l’anno in cui anche i buoni vecchi R.E.M. sono passati al pop commerciale, con Green, in cui il buon vecchio Springsteen ha mollato la moglie, in cui un’artista dal talento modesto e appena nascente come Tracy Chapman è stata accolta dalla critica fra squilli di trombe per aver confezionato un bel frullato, a regola d’arte e al passo coi tempi, di Joan Baez e Joan Armatrading (…)

Ed ecco gli extra, il lato più oscuro:

Tutto e più – storia compatta dell’infinito. 2003. NO.

Chi ne sa di matematica dice che questo libro divulgativo ma non troppo su cos’è l’infinito per la matematica è pieno di inesattezze (oltre che di spaventose equazioni). Qui è il massimo dello sforzo per far vedere di saper fare quella cosa. C’è un grande uso dell’aggettivo “sexy” per definire la qualità assente o presente in una data riflessione astrusa. Credo lo si possa definire delirio di onnipotenza. Per l’imbarazzo ho lasciato il libro dov’era due traslochi fa. (Edizioni Codice.)

Federer come esperienza religiosa. ?. NON SO. È uscito solo nella Svizzera Italiana.

Uscito per il New York Times e pubblicato in volumetto nella Svizzera italiana. Un inno a Roger Federer visto dal vivo a Wimbledon. La autobiografia di Agassi di base spazza via il Wallace scrittore di sport. Mi è caduto nella vasca da bagno e ho ritenuto di non doverlo riacquistare. Si trova poco. Se sei arrivato nel momento della tua vita in cui comincia a vergognarti di essere stato un fanatico wallaciano e capisci che il mondo si presta a molteplici letture della realtà, questo libro è la cosa di troppo che hai letto.

Quasi tutti quelli che amano il tennis e seguono i tornei maschili in televisione avranno sperimentato, negli ultimi anni, uno di quelli che potrebbero essere definiti “Federer Moments”. Ci sono delle volte, quando guardi giocare il giovane tennista svizzero, in cui la mascella scende giù, gli occhi si proiettano in avanti ed emetti suoni che inducono il coniuge nell’ altra stanza a venire a vedere se ti è successo qualcosa.
Questi “Federer Moments” sono ancora più intensi se hai abbastanza esperienza diretta di gioco da comprendere l’ impossibilità di quanto gli hai appena visto fare. Tutti possiamo citare qualche esempio. Questo è uno. Finale dello US Open 2005, Federer contro Agassi, siamo all’inizio del quarto set, Federer ha il servizio. C’è uno scambio piuttosto lungo di colpi da fondocampo, con il caratteristico andamento a farfalla del tennis da picchiatori che predomina ai giorni nostri, con Federer e Agassi impegnati ognuno dei due a far correre l’avversario da un lato all’altro del campo, cercando di trovare il colpo vincente – fino a quando, improvvisamente, Agassi tira fuori un potente rovescio incrociato che costringe Federer a decentrarsi alla sua sinistra: ci arriva, in allungamento col rovescio, ma il tiro esce corto e tagliato, mezzo metro oltre la linea di battuta, una di quelle situazioni in cui Agassi va a nozze, e mentre Federer si scalmana per cambiare direzione e recuperare la posizione centrale, Agassi si fa sotto per prendere la palla corta di controbalzo e la scaglia con forza nello stesso angolo di prima, per cercare di prendere Federer in contropiede, e in effetti ci riesce: Federer è ancora vicino all’angolo, ma sta correndo verso il centro, e la palla ora è diretta verso un punto dietro di lui, dove stava appena un attimo fa, e non c’ è tempo di girare il corpo, e Agassi segue il colpo scendendo a rete sul rovescio – ed ecco che Federer, non si sa come, riesce a invertire istantaneamente la spinta, arretra di tre o quattro passi quasi saltellando, a velocità impossibile, e colpisce la palla di diritto sul suo lato di rovescio, con tutto il peso spostato all’ indietro, e quel diritto è un topspin lungolinea da urlo, e Agassi, sceso a rete, si protende per cercare di intercettarlo, ma la palla lo supera, corre lungo la linea e va a atterrare esattamente sull’angolo destro del campo di Agassi, conquistando il punto, con Federer che ancora sta danzando all’indietro quando la palla tocca terra.
E poi segue quel consueto, breve secondo di silenzio attonito prima che la folla newyorchese esploda, e in tv John McEnroe, con il suo auricolare da commentatore in testa, che dice (più che altro a se stesso, sembra): “Come ha fatto a far punto da quella posizione?”.
E ha ragione: considerando la posizione di Agassi e la sua straordinaria velocità, Federer doveva indirizzare la palla dentro un corridoio largo cinque centimetri se voleva superarlo, ed è quello che ha fatto, muovendosi all’ indietro, senza tempo per preparare il colpo, e senza poter sfruttare il peso del corpo per imprimergli potenza. Era impossibile. Era una roba alla Matrix. Non so che razza di suoni siano usciti dalla mia bocca, ma la mia consorte dice di essere accorsa nella stanza e di aver trovato il divano pieno di popcorn e il sottoscritto in ginocchio, con gli occhi che sembravano quelli finti a palla che si trovano nei negozi di cianfrusaglie.

Questa è l’acqua. 198X, 200X. BOH.

Wallace era un Vonnegut o uno scrittore? Un predicatore illuminato e credibile o un narratore? Certo è uno whitmaniano, che scrive per nutrire lo spirito altrui, ma non del ramo sessuale degli whitmaniani: di quello politico. Purtroppo, una delle ultime cose di Wallace uscite in Italia è Questa e l’acqua, che raccoglie un materiale nettamente, grottescamente eterogeneo: dei racconti degli anni Ottanta ancora inediti in volume, e un discorso ai neolaureati di un’università americana, tenuto nel 2005. Il discorso è roba alla Vonnegut, alla Eggers, motivazionale, ma in chiave labirintica e dark, ma si conclude con un caratteristico appello alla coscienza e alla verità da cui capirete se sarete mai fra i lettori del monologo (P154, Eunaudi Stile Libero):

So che questa roba forse non vi sembrerà divertente, leggera o altamente ispirata come invece dovrebbe essere nella sostanza un discorso per il conferimento delle lauree. Per come la vedo io è la verità sfrondata da un mucchio di cazzate retoriche.
(E qual era la verità sfrondata? Credo questa, dichiarata poche righe sopra…)
Il genere di libertà davvero importante richiede attenzione, consapevolezza, disciplina, impegno e la capacità di tenere davvero agli altri e di sacrificarsi costantemente per loro, in una miriade di piccoli modi che non hanno niente a che vedere col sesso, ogni santo giorno. Questa è la vera libertà. Questo è imparare a pensare. L’alternativa è l’inconsapevolezza, la modalità predefinita, la corsa sfrenata al successo.

La cosa assurda è che per far uscire questo discorso, che in America è uscito in un ancora più stucchevole volumetto da self-help di alto bordo, l’hanno accompagnato a racconti scritti negli anni Ottanta. Forse il collegamento bizzarro è che sono racconti scritti da un’universitario. Non so. Comunque, sono racconti che non sono stati scelti per le tre splendide raccolte. Per capire se ti interessa, vai a pagina 106, dove si parla di un bambino che per far dispetto alla madre apprensiva incrocia gli occhi:

Immaginatela, dunque, supplicare il piccolo Barry Dingle di non incrociare mai e poi mai gli occhietti. Crede, con la completa convinzione della madre fobica, che il bambino che incrocia gli occhi resterà così per sempre. Blandisce, intima; la manovra di indottrinamento è ampia, lenta e irresistibile come la station wagon dei Dingle. L’orientamento degli occhi diventa per il piccolo Dingle oggetto di sinistra malia. Sogna, nella parte oscura della notte, che gli occhi si incrocino per sbaglio e che le loro strade non divergeranno mai più. Evita di osservare oggetti che non siano stabili. Resiste alla tentazione naturale nei bambini di guardarsi il naso. Con la signora Dingle a piantonare le loro rispettive nevrosi, Dingle ha a cuore la nitida binocularità della sua vista come fosse una biglia che non sbaglia un colpo. Resiste a quindici anni di deliziose tentazioni senza un fremito retinico.

Interessante, però, a pagina 68-69, un estratto da “Il pianeta Trillafon e la cosa brutta”, dove si parla di una fantomatica malattia fisica del corpo di nome Cosa Brutta. È del 1987 e fa presagire il tema della depressione:

Per me è come una nausea completa, totale, assoluta. Cercherà di spiegarmi meglio. Immaginate di avere una nausea davvero tremenda che parte dallo stomaco. Quasi tutti hanno avuto una nausea davvero tremenda, perciò tutti sanno come ci si sente: è tutt’altro che divertente. Ok. Ok. Ma quella è una sensazione circoscritta: si accentra grossomodo intorno allo stomaco. Immaginate che tutto il corpo abbia la nausea: i piedi, i grossi muscoli delle gambe (…) Ecco pressappoco cos’è in sostanza la Cosa Brutta. Tutto in voi è nauseato e paradossale. E siccome l’unica conoscenza che si ha del mondo intero passa attraverso le varie parti del corpo (…) il mondo intero che voi percepite, conoscete e abitate vi arriva filtrato da questa brutta nausea e diventa brutto.

Scrivere se stessi. 2011. PERVERSO E UTILE.

Rimando al numero 5 di Studio, dove lo recensisce Cristiano De Majo. È la sbobinatura di una lunga intervista fatta a Wallace da un collega più giovane all’uscita di Infinite Jest. Il confronto tra i due giovani scrittori sul tema della fama fa paura: manca solo Gollum. Se sei interessato all’argomento gloria e narcisismo vs vocazione e dedizione è un libro necessario a scatola chiusa. Se ti interessano anche argomenti come il seguente feud Ethan Hawke/DFW va tutto bene (P170, minimum fax):

Durante la presentazione del libro, a New York, hai detto qualcosa che ha fatto arrabbiare Ethan Hawke.
No no no no no. Poi ci faccio la figura del…

Be’, veramente ci fai la figura di uno molto fico…
No, non è vero. No, invece… E va bene, te lo racconto. Ma se lo metti nel pezzo, devi dire le cose come sono andate veramente. E la verità è che… allora, è successo questo, che ero molto nervoso, e mi è scappata una tipica scorreggia mentale. Un flash di un nanosecondo. Una cosa che ti esce di bocca e subito vorresti riacchiapparla. C’era tutto un pezzo sugli “attori di scarso successo che nei decenni precedenti sarebbero apparsi nelle televendite”. È nella parte sul videofono. E ci ho aggiunto “e nei film di Richard Linklater”. Pensando che lui non l’avrebbe trovata una frase ostile. (Scuote la testa ripensando a questa decisione.) Ecco, ho una star di Hollywood al mio reading, e mi metto ad aggiungere frasi false con uno strano atteggiamento da leccaculo ostile…

L’hai aggiunto nella parte sul videofono?
Sì. Ma era solo… l’ho semplicemente aggiunto, mentre leggevo a voce alta. Cioè, non l’ho scritto nel libro. Della serie: “Dai, ci aggiungo questo, fa ridere”. Ma stando a Charis, lui si è incazzato davvero. E allora ho pensato: “Oddio, poveraccio. Non può neanche mettersi all’ultima fila, non voleva farsi notare, voleva soltanto andare a sentire un reading”. E io, per via del nervosismo, penso bene di lanciargli questa frecciatina condiscendente: mi sono sentito proprio un coglione. Un vero coglione. E se puoi, mi piacerebbe che me lo facessi dire, nel pezzo, che mi sono sentito come un totale coglione.

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