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David Beckham

Si ritira, dopo un giro del mondo con un nome che è un marchio e una garanzia di qualità. Beckham ha portato a spasso la nostra epoca.

Sicuri che sia stato capito? Un attimo, per piacere. Prima di cadere nel luogo comune e nella retorica anti-modernista c’è quello che è Beckham.

Dicono marketing, dicono pubblicità, dicono immagine. Dicono che la sua America, così come la sua Spagna, la sua Italia e la sua Inghilterra siano solo una soap opera sceneggiata per la tv e un contratto milionario con gli sponsor. Come se Beckham non sia degno di giocare. David viene preso in giro, deriso, dileggiato. Parlano della pettinatura, del tatuaggio, della nuova villa, della moglie. Sanno tutto di tutto, ma non come gioca a pallone. Facile la storia dell’uomo business: il ragazzo che ha fatto dell’apparenza uno stile di vita. David deve pagare, come se ci fosse qualcuno che ha decretato il suo non essere all’altezza. Lui versa l’obolo all’invidia, eppure non basta mai. Ne vogliono ancora, ne vogliono di più. Non gli perdonano il suo modo d’essere l’ultimo degli dèi del capitalismo, il simbolo della modernità che non sputa sui soldi, ma li pretende. David non ha cercato il posto più ricco: gliel’hanno proposto. È arrivato a Los Angeles perché l’Europa s’è spaventata troppo della sua notorietà. Il Real lo voleva indietro, lui ha detto no: «M’avete scaricato voi, adesso io non torno più. Peccato». Avrebbe dovuto sentirsi offeso David, invece s’è sentito tradito il pallone. Così, per punirlo, è arrivata la pretesa di addossargli la responsabilità del destino del soccer americano. Ha vinto, prendendo a schiaffi lo scetticismo.

È un logo, sì. Embè? Beckham è vero: s’allena, s’impegna, gioca, combatte. Tutto il resto è un contorno piacevole che è servito molto ai suoi detrattori. Quelli che l’accusavano di essere un prodotto.  Loro malgrado, lui è nella storia del pallone: per quello che ha rappresentato come simbolo della globalità e però anche per quello che è tecnicamente. Trovate un piede destro migliore del suo. La parabola che disegna con un lancio, la traiettoria che sceglie per le punizioni. È il talento nel quale s’è specchiato il Regno Unito per una quindicina d’anni. Non ci sta a farsi ridurre a figurina. Allora: è bravo, è tecnico, è tattico, è intelligente, segna, fa segnare, è diligente, è un esempio. Thank you and goodbye ai nemici.

La verità è che David è una giravolta della banalità: è un simbolo di massa, detestato dall’élite. L’Inghilterra lo adora, tanto da aver consentito che la sua gigantografia prendesse il posto di quella di Margaret Thatcher, alla National Portrait Gallery di Londra. Lo vogliono sulle passerelle e lo vogliono in campo. Lo vogliono in strada, perché sorride alla gente. L’età non ha ridotto la popolarità. Anzi, piace ai giovani, che più piccoli sono più cercano di assomigliargli, complici le madri che non hanno mai smesso di pensare a David come a un bambinone tanto carino, uno che fa l’eccentrico ma è buono, gentile e generoso, uno di quelli che ti porterebbe la spesa a mano in casa. Il figlio di Sandra la parrucchiera e di Ted, l’aiutante di un installatore di gas. Sempre e comunque from Leytonstone, Greater London, cioè periferia dell’umanità, prima che della metropoli britannica. Eccolo il sesto cerchio della Londra olimpica. Personaggio: un eroe leggero. Perché  è show, ma è ancora un giocatore di calcio: fighetto disposto al sacrificio, sciupafemmine che però resta a Los Angeles e rinuncia a Parigi per i figli. Quattro figli. Più lo dipingono come avatar di uno sportivo, più lui dimostra di essere credibile. L’apparenza schiacciata dalla realtà. E quindi, di nuovo, s’allena, s’impegna, gioca, combatte. Si diverte. Si pulisce gli scarpini da solo. Britannicamente globale. Patinato, ma autentico. Essere un marchio significa avere un’identità. Giocare per divertirsi a 37 anni, invece, significa essere un uomo. Il contrario di ciò che vogliono far credere che sia. È sempre e solo la sfida tra nostalgia e modernità: David porta a spasso la nostra era, senza bisogno di essere accompagnato.

 

Dal numero 9 di Studio
Illustrazione di Giorgio Di Salvo

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