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Dasaev, 25 anni dopo

Il 25 giugno del 1988, Van Basten segnava un gol storico. Rilettura di un momento epocale visto dalla parte di chi stava in porta, Rinat Dasaev.

Ci sono parabole che non puoi fermare anche se sei il migliore: sai che arrivano, le vedi e ti prepari, poi ti giri e sei superato. Impotente. Ci sono traiettorie che conosci, ma non puoi evitare: le hai studiate, le hai provate, le hai deviate, poi un giorno si presentano ancora e sono più forti di te. Immobile. E’ il pallonetto che ti fa la vita, più che un avversario. E’ quel colpo che segna il tuo tramonto e il mezzogiorno di qualcun altro. E’ un momento solo. E’ l’inizio della fine. Rinat Dasaev si è chinato al crepuscolo della sua carriera senza volerlo in un tardo pomeriggio del 25 giugno 1988. Si è voltato e ha visto che non c’era più niente da fare. Il tiro di Marco Van Basten: destro al volo, da una parte all’altra, la palla che scompare, con tutto quello che si porta dentro. Lui fermo, nel mezzo. La parabola: la luce che divora il grigiore, il bello che umilia il brutto, l’ovest che si mangia l’est, il sole che illumina l’occidente e lascia nel buio l’oriente. Lì ha capito che il giorno era finito, che il tramonto se ne stava andando per lasciare spazio alla notte. La sua, dei suoi compagni, del suo paese. Dei sogni e degli incubi. Ha abbassato la testa.

Lo sapeva che sarebbe toccato a lui chiudere la porta del passato. Perché lui era il simbolo: il guardiano della Perestrojka. Dasaev è stato l’ultimo portiere dell’Unione Sovietica, è stato il capitano, è stato la metafora. E’ stato il figlio modello di un sistema che doveva essere perfetto anche nella fine. E che invece se ne è andato imperfetto com’era nato. Sbagliato. Non poteva non essere lui: l’unico singolo in un gioco di squadra, quello che viene lasciato solo quando gli altri non ce la fanno più. Lui è stato Mosca abbandonata prima da Berlino, Varsavia, Praga, Budapest e Bucarest, poi da Vilnius, Riga, Tallin, Kiev e Minsk. E’ stato quello che ha aperto la strada agli altri ed è rimasto indietro. Aveva 31 anni, quando Van Basten tolse a lui e a Michail Gorbaciov la possibilità di finire l’epoca dei Soviet dello sport con una vittoria. Trentuno anni: abbastanza per aver visto con i propri occhi la paura della Guerra fredda e abbastanza per aver sperato che il cambiamento lo portasse nel mondo dei lustrini, senza dover fuggire, senza dover rinnegare, senza la paura di passare per un vigliacco o un traditore. Trentuno anni per un portiere sono il massimo. Il punto più alto della carriera. Anche se tra i pali ci sei andato per caso. A Dasaev è successo così. E’ successo che, quando era un ragazzo di Astrakan e aiutava il padre a inscatolare i pesci pescati nel Mar Caspio dal Collettivo, doveva scegliere tra il nuoto e il calcio. Scelse il secondo: centrocampista. Ma alla sua squadra uno in mezzo al campo non serviva. Serviva, invece, uno che andasse tra i pali. Come sempre: chi arriva per ultimo, non può scegliere. Si adegua. Finì in porta. Diventò un numero uno e in pochi anni il numero uno tra i numeri uno: cinque volte miglior portiere dell’Urss, poi il più forte d’Europa e del mondo. Perché funzionava così nell’Unione Sovietica. Si giocava prima nella propria regione. Poi i responsabili sportivi del Pcus si andavano a prendere i gioielli dalla periferia per portarli al centro, per farli studiare e allenare. Per educarli. I più bravi in Nazionale. Rinat fece la trafila completa: dal Kazakistan alla Russia, da Astrakan a Mosca. Dal Volgar allo Spartak, la squadra del Partito. Assieme a tutte le altre.

Ci sono regimi che puntano tutto sugli sportivi più appariscenti, quelli che segnano e sognano, quelli che fanno propaganda. Per l’Unione Sovietica, invece, il simbolo è sempre stato quello che giocava con la maglietta diversa dai compagni

Era il 1977, al Cremlino c’era Breznev. A 20 anni Dasaev doveva difendere il concetto, doveva diventare l’emblema. Ci sono regimi che puntano tutto sugli sportivi più appariscenti, quelli che segnano e sognano, quelli che fanno propaganda. Per l’Unione Sovietica, invece, il simbolo è sempre stato quello che giocava con la maglietta diversa dai compagni. Apposta. E’ il capro espiatorio nella sconfitta, il prototipo del successo nella vittoria. Per il partito era più facile perché quello è il ruolo più difficile. E’ peggio del centravanti, peggio della mezzapunta, del regista, del mediano, dello stopper, del terzino, dell’ala. Quelli si confondono tra gli altri: quando giochi in mezzo ti puoi isolare, ti puoi nascondere, ti puoi riposare. Prendi un cinque in pagella e speri che la prossima volta vada meglio, che le gambe reggano e la testa funzioni. Segni o fai segnare e torni un campione. Senti il boato, i cori, la passione. Senti il tuo nome che scende ritmato dalle tribune. In porta è diverso. Non è solo la consapevolezza di essere l’unico che non può sbagliare, perché se succede è finita. Questo fa parte del gioco, lo sai e ti sei anche stancato di sentirlo. In porta è diverso perché sei solo e non ti puoi nascondere, perché ci sono i tempi morti e devi combattere con i nervi: devi evitare che la mente vada da un’altra parte, che ti spinga a guardare le tribune, che ti faccia pensare a domani. E’ un attimo. Non segui il gioco e perdi la concentrazione. Sei fottuto. In campo questo non succede: la palla sta lì, la segui e le sei quasi sempre vicino, cerchi di capire se e come arriverà a te, se e quando andartela a cercare. Il pallone è una freccia, il portiere è colui che può impedire che colpisca il bersaglio, ma anche l’unico che rischia di non farlo per un caso. Lui sta fermo, mentre tutti gli altri corrono. Prende acqua da impalato quando piove, non può combattere il freddo e soffre più degli altri se fa caldo. Il portiere è diverso per istituzione: in uno sport dove l’obiettivo è fare gol, lui deve evitarlo. E’ un estraneo. Lo capiscono solo i difensori e non tutti. La maggioranza dei calciatori non c’arriva: non può comprendere uno che ha scelto di giocare a calcio, ma s’è messo in porta. Non può capire perché ha voluto essere un solista in un gruppo e perché vuole un territorio definito, un’area dentro la quale muoversi, quando tutti gli altri possono essere liberi di andare dove vogliono.

Il portiere è statico mentre gli altri sono dinamici, quando gioca bene vuol dire che la squadra gioca male, perché troppa gente arriva dalle sue parti. E se anche gioca bene, ma prende gol per colpe non sue, nessuno ricorda la sua partita. Fare il portiere è una specie di missione. Allora esistono un sacco di storie su quelli bravi e sfortunati, sulle colonne portanti di una squadra, di una città, di un Paese, cadute nel precipizio dell’insicurezza e della sfiducia, di tutti i simboli sbriciolati per una palla che li ha fregati, per un filo d’erba che ha deviato la traiettoria, per un tocco maldestro e meschino che li ha presi in contropiede. Basta una volta sola. Basta un secondo. Magari non è colpa loro, ma nessuno lo capisce. Il portiere è la potenza e la debolezza insieme. E’ il primo. E’ l’ultimo. Non è uno qualsiasi. L’Urss ha capito e ne ha approfittato. E’ stato così per colpa di Lev Jashin, che, mentre i carri armati entravano a Budapest, guidava la rappresentativa sovietica riuscendo a non essere antipatico. Anzi, una volta quando andò a giocare un’amichevole nella Spagna di Franco fu addirittura preso come baluardo contro il fascismo. Non in patria, ma nel resto d’Europa.


Ecco che cosa toccava a Dasaev: diventare il nuovo Jashin, l’erede del mito, la prosecuzione dell’allegoria. Uno che si doveva assumere la responsabilità politica prima di quella sportiva: “Senti ragazzo, noi contiamo su di te”. A 22 anni, nel 1979, esordì in Nazionale, contro la Germania dell’Est. A 23 titolare della selezione che partecipava ai Giochi olimpici di Mosca. Finì con un bronzo poco gradito al Cremlino, che sul podio si vide davanti due figliastri: la Cecoslovacchia e la Repubblica democratica tedesca. Finì con Breznev a coccolare tutti gli altri sportivi del Soviet e a umiliare i calciatori: perché gli altri avevano dominato l’Olimpiade, mentre i giocatori avevano perso. Contava poco che nella finale per il terzo posto l’Urss avesse sconfitto la Jugoslavia del ribelle Tito. Contava ancor meno che in tutte le altre discipline i sovietici avessero avuto vita facile: non c’erano gli americani a Mosca, non c’erano i rivali, non c’era la possibilità di perdere. Nel pallone, no. Perché gli Stati Uniti comunque non sarebbero mai stati pericolosi. Eppure quelli erano l’orgoglio, questi la vergogna. Alla fine dei Giochi la squadra di calcio non fu ricevuta dal segretario generale del Partito comunista. Ad accoglierli furono gli altri del Politburo. C’era anche Gorbaciov. Fu il primo incontro ufficiale tra Rinat e l’uomo della Perestrojka. Non ci furono complimenti, non ci furono premi. A ognuno il Partito consegnò un riconoscimento e confermò lo status di privilegiati. “Dobbiamo essere contenti di come veniamo trattati – disse qualche anno dopo Dasaev – abbiamo una casa e una macchina. Abbiamo un rimborso spese di 400 rubli al mese (800 mila lire), quando un ingegnere nucleare ne prende al massimo 100”.
E’ sempre stato un adepto, Rinat. Ha eseguito alla lettera gli ordini che arrivavano dall’alto: zitto quando serviva il silenzio, davanti ai microfoni per parlare a nome di tutti quando gli veniva chiesto, compiacente con il Partito e col sistema, sia prima sia durante la nuova rivoluzione cominciata nel 1985, fedele alla linea della chiusura verso il resto del mondo prima e all’apertura poi. Al servizio. Così è diventato il simbolo. Così è diventato una leggenda per milioni di sovietici. L’ha aiutato l’aspetto: alto e magro, fiero, ordinato. Quello che nella Coppa del Mondo del 1982 in Spagna lo fece eleggere tra i più belli del Mondiale. La scelta fu delle redattrici del settimanale femminile spagnolo “Cambio 16”. In questa speciale squadra di irresistibili, Rinat era accompagnato dai brasiliani Socrates ed Eder, dall’honduregno Gilberto, dallo spagnolo Santillana, dal tedesco Rummenigge e da Paolo Rossi. Il giudizio su Dasaev diceva: “Ha qualcosa di tenebroso, ma ispira fiducia. Se è vero che gli uomini sovietici sono i più affidabili, lui ne è l’esempio. E’ un perfetto padre di famiglia”. Poco dopo Rinat si sarebbe sposato con Nela, un’ex campionessa di ginnastica conosciuta all’ospedale, dove entrambi erano ricoverati per un infortunio. Poi avrebbe avuto una figlia, Elmira. Perfetto. Tanto perfetto che nell’88, all’Europeo di Germania, confessò di aver rinunciato alla macchina che aveva ricevuto, una Fiat, per spendere meno e vivere meglio con la famiglia: “Abbiamo una casa piccola, ma sufficiente, l’auto non mi serve più. E poi non ho mai amato guidare”. Nel 1982 in Spagna aveva 25 anni. Nel 1986 in Messico il suo secondo mondiale, il primo da capitano. Un anno prima era arrivato Michail Gorbaciov. L’inizio del cambiamento: fino a quel momento a Rinat non era permesso andare negli Stati Uniti. Lui ci andò in quello stesso anno, subito dopo la Coppa del Mondo. Il 25 luglio giocò a Pasadena, in California: America- Resto del mondo per l’Unicef. Due passi in uno. Protagonista, come un ambasciatore. Da allora il nuovo corso sovietico l’ha usato così, come il chiavistello per rientrare nel pianeta, come uomo immagine anche per le svolte economiche. Così una volta venne in Italia in missione commerciale. Era il 10 dicembre 1987, Rinat arrivò a Milano per festeggiare la sponsorizzazione da parte dell’Ocrim di Cremona delle sei squadre di club sovietiche impegnate nelle Coppe Europee. Era accompagnato da Gennady Logofet, ex terzino della Nazionale e all’epoca dirigente della Federazione calcio di Mosca. Venne per presenziare all’accordo economico, ma soprattutto a testimoniare che la perestrojka arrivava anche nello sport. Si aprivano le maglie della burocrazia per l’espatrio del calciatori, per la trasformazione in professionisti. Il primo compagno calciatore se n’era appena andato: Shawlo, al Rapid Vienna. Le novità le aveva volute direttamente Gorbaciov, convinto che lo sport fosse lo strumento giusto per dare il senso della sua rivoluzione. D’altronde se gli altri l’avevano usato per dimostrare il proprio potere, lui poteva utilizzarlo per i suoi scopi. Ecco la nuova regola: le squadre straniere dovevano intavolare le trattative con la federazione sovietica e con il ministero dello Sport. A quel punto si chiedeva il benestare dell’allenatore del club, praticamente un altro funzionario statale. Niente trasferimenti per chi aveva meno di 28 anni, possibilità per i più vecchi. Nell’87, Rinat di anni ne aveva 30: “Mi piacerebbe vivere a Firenze o a Roma, ho avuto l’opportunità di visitarle. Ma non so, per ora ci sono soltanto voci, non ho ancora ricevuto proposte concrete. Bisognerà riparlarne più avanti, dopo l’Europeo. In Germania andremo in finale”.

L’Unione Sovietica del pallone è implosa quando aveva visto il traguardo. E non ha potuto farci nulla. Da allora è stato un caracollare, uno sfaldarsi, un salutarsi sapendo che non ci si incontrerà più, perché i russi saranno russi, gli ucraini saranno ucraini, i bielorussi saranno bielorussi

Finale fu, dopo aver eliminato l’Italia. Di fronte l’Olanda. La partita del tramonto, il giorno della resa, il gol di Van Basten, la gemma che ha oscurato definitivamente l’Unione Sovietica del calcio, che non ci sarà mai più, che se avesse vinto quel giorno non avrebbe comunque resistito al collasso del paese. Il 25 giugno 1988, a Monaco di Baviera, Rinat fermo a guardare il vuoto con il pallone che lo supera, con Van Basten che alza un solo braccio al cielo, con Rinus Michels che si mette le mani in testa, è stata la fine di una potenza sportiva. Quella che ha anticipato la morte della potenza politica e militare. Lo dici adesso che sai quello che è successo, che hai visto la storia. Ma da quel momento non c’è stata più speranza. L’Urss vincerà il torneo olimpico di Seul, ma lo vincerà con i giovani, con i figli della nuova Russia, con quelli che avevano ancora la falce e il martello sulla bandiera, ma non sapevano più che significato avessero. No, l’Unione Sovietica del pallone è implosa quando aveva visto il traguardo. E non ha potuto farci nulla. Da allora è stato un caracollare, uno sfaldarsi, un salutarsi sapendo che non ci si incontrerà più, perché i russi saranno russi, gli ucraini saranno ucraini, i bielorussi saranno bielorussi. E’ così che sono arrivati al Mondiale di Italia ’90, accompagnati da un cliché rispettato soltanto per dovere: rigidi, protetti, inguardabili, impenetrabili. Lontani. C’era sempre Rinat dietro tutti. Sempre lui a coprire, a mettere a nudo il suo volto e la sua fascia da capiriutano: sono l’immagine del mio paese, vi stiamo salutando. Italia, 1990. Bari, 9 giugno: Urss contro Romania, come se il destino avesse scelto l’avversario che ti deve sgretolare per dirti: “Mi avete ridotto così, ecco il conto”. Coincidenze. Le squadre entrano in campo. Suonano gli inni. Non se ne accorge quasi nessuno: l’Unione Sovietica per la prima volta nella storia dal dopoguerra indossa una maglietta anonima. Non c’è più la scritta Cccp. Quelle quattro lettere erano state l’emblema di un mito che pareva restare eterno. Quelle che hanno sempre spaventato, quelle che marchiavano, quelle che quando le vedevi sapevi subito che dietro quella squadra c’era una potenza. Ostentate, sempre. Non c’erano più. Non sarebbero più tornate. Negli spogliatoi parlò soltanto Dasaev: “Sapevo che qualcuno avrebbe fatto questa domanda. Non so perché le nostre divise non hanno più la sigla. Ce le hanno date così, penso che sia stata una decisione del ministero dello Sport. Grazie”. Il calcio prima della politica, ancora.
A Bari, Rinat ha indossato per l’unica volta quella maglietta anonima. E’ andata così, perché è stata l’ultima partita giocata per la sua nazione. In panchina, superato dai giovani e dal tempo, dopo 95 gare di seguito, dopo un Olimpiade, tre Mondiali, un Europeo. Da allora ha giocato solo per se stesso, ma imbrigliato nel suo passato. Perché la Perestrojka che l’aveva lasciato emigrare in Spagna alla fine è stata la sua condanna. A Siviglia, per difendere la porta della squadra andalusa, arrivò il 21 novembre 1988, quasi un anno dopo la trasferta milanese che annunciava l’apertura delle frontiere ai calciatori russi. Arrivò dopo una trattativa cominciata a settembre del 1987 e chiusa il 15 ottobre ’88, tra gli emissari del club spagnolo e i funzionari del ministero dello Sport sovietico. Contratto per due anni con 22 clausole, 180 milioni di pesetas – poco più di due miliardi di lire – al regime di Mosca. A lui andavano 150 mila pesetas al mese, un milione e settecentomila lire: le briciole consentite dalle regole del professionismo a metà voluto dal Cremlino. “Ho avuto un’accoglienza incredibile, per qualche minuto mi sono sentito paralizzato dall’emozione, non pensavo che ci fosse tanto entusiasmo, non l’avevo mai visto”. La prima partita il 30 novembre, contro il Real Madrid: 1-1. All’uscita dallo stadio, mille persone a chiedergli l’autografo: “Sono fantastici, gli spagnoli. Spero presto di riuscire a farmi comprendere, ho una certa difficoltà a farmi capire, perché non conosco la lingua. Ho anche un po’ nostalgia della mia famiglia”. E’ una nostalgia che non finì mai: moglie e figlia lo raggiunsero due settimane dopo, per tornare però presto a Mosca. Un milione e settecentomila lire non bastavano. Il giorno della partita con il Real è stato l’unico felice in Spagna. Per il resto due anni d’inferno, senza punti di riferimento, senza poter tornare in una patria che si stava spezzando. Un’altra stagione a Siviglia, da solo. Un incidente in auto, l’infortunio alla mano. Alla fine del contratto Dasaev rifiutò il trasferimento al San Gallo, in Svizzera. I dirigenti del Siviglia avevano scoperto che l’incidente non fu un caso. Rinat beveva. Volevano sbarazzarsene. Un altro schianto: il ricovero in rianimazione, la vita in salvo per caso.

Era il 1991. Tornò in una casa che non c’era più: il colpo di Stato, Boris Eltsin, Gorbaciov epurato. A Mosca c’era ancora quella casa di due locali: vuota, perché Nela ed Elmira erano andate via. Altro alcol. La solitudine. La depressione. Per dieci anni Rinat Dasaev, il monumento, il guardiano della Perestrojka, ha fatto la vita del vagabondo. L’ha raccolto nel 2002 un vecchio amico dei tempi dello Spartak Mosca. L’ha riportato nel calcio. Nel 2003 Rinat è stato in porta in una selezione di vecchie glorie che giocava contro la squadra dell’associazione ebrei russi. Ha giocato un tempo, poi un malore gli ha fatto abbandonare il campo. Si è rimesso in piedi, gli hanno dato un pallone tra le mani per insegnare ai ragazzi delle giovanili del Cska come si sta tra i pali. Poi l’anno scorso un altro amico dello Spartak l’ha preso con sé: Georgy Yartsev, diventato commissario tecnico della Russia, l’ha nominato nello staff dei suoi collaboratori per l’Europeo 2004, in Portogallo. Allenatore dei portieri. Oggi Dasaev insegna a Igor Akinfeev che il pallonetto perfetto non si può parare.

 

La versione originale di questo articolo è anche il primo capitolo di Doppio Passo (Limina 2007) con cui l’autore ha vinto il premio del Coni per la letteratura sportiva.

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