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Cosa può ottenere Renzi in Europa e perché Padoan non è Tremonti

Perché la missione europea del premier per convincere i partner della credibilità delle nostre riforme è molto complicata ma meno impossibile che in passato.

Roma – Incontri, sfide, tentazioni, blocchi, passi indietro, propaganda e campagna elettorale. La partita più complicata che Matteo Renzi giocherà durante la prima fase della sua esperienza a Palazzo Chigi riguarda un punto delicato che coincide con una domanda molto semplice: ma a parte le risatine, a parte i sorrisini, a parte le strette di mano, a parte le foto all’Eliseo, a parte gli abbracci con la Merkel, il presidente del Consiglio può davvero portare a casa qualcosa in più rispetto a quello che hanno portato a casa negli ultimi anni prima Mario Monti e poi Enrico Letta?

Il contesto all’interno del quale si muove Renzi presenta di per sé un vantaggio rispetto ai suoi predecessori. Le condizioni economiche sono migliorate, ovvio, ma il punto di forza di Renzi è un altro. Letta e Monti, politicamente parlando, erano legittimati più dalle cancellerie europee che dall’elettorato italiano. E da questo punto di vista, per i due ex presidenti del consiglio era complicato mostrare i muscoli in Europa di fronte ai propri azionisti di maggioranza e poter strappare qualcosa di concreto alla signora Merkel o al signor Hollande. Viceversa, Renzi si muove in uno scenario diverso, e pur essendo arrivato a Palazzo Chigi – come Monti e come Letta – non scelto dal popolo ma scelto dal Presidente della Repubblica, il sindaco d’Italia, a differenza dei suoi predecessori, ha un profilo più politico. Vuoi per la composizione della sua maggioranza di governo (oggi non c’è una grande coalizione pura ma c’è una coalizione allargata). Vuoi per il profilo dei ministri scelti nell’esecutivo (i tecnici puri sono pochi). Ma vuoi soprattutto perché, a differenza di Monti e Letta, Renzi non è una figura neutra o neutrale ma è il capo di un partito politico. E capo di quel partito è diventato non per caso o tramite giochi di palazzo ma attraverso una legittimazione popolare. Sotto questa luce, dunque, Renzi può permettersi il lusso di poter andare in Europa senza dover pensare che la sua fonte di legittimazione primaria siano le cancellerie. E questo è oggettivamente uno strumento che gli ultimi due presidenti del Consiglio non avevano.

Potrà combinare qualcosa Renzi? Possibile. Si è parlato molto di Fiscal Compact (Renzi vuole ricontrattarlo). Si è parlato molto di flessibilità (Renzi qualcosa potrebbe ottenere sui project bond). Ma al di là delle singole tecnicalità molto del lavoro di Renzi passerà per la capacità che avrà il suo ministro dell’Economia di rispondere alle sollecitazioni del presidente del Consiglio. Ci riuscirà? O magari tra Renzi e Padoan è già in corso una guerra fredda cominciata la scorsa settimana quando il ministro ha detto al presidente del Consiglio che per approvare i provvedimenti economici sarebbe stato necessario prima avere coperture sicure e non solo ipotetiche? A voler essere maliziosi si potrebbe cadere nella tentazione di immaginare un rapporto tra Renzi e il suo ministro dell’Economia non diverso da quello che vi fu nelle passate legislature tra Berlusconi e il suo ministro dell’Economia, ovvero Giulio Tremonti. Non c’è dubbio che Renzi, come Berlusconi, avrebbe voluto occupare la casella “Tesoro” con un ministro capace di essere il riflesso diretto del pensiero del presidente del Consiglio, e capace dunque di dare al premier la possibilità di muoversi come se avesse lui stesso l’interim all’Economia.
Ma è davvero così? Le prime mosse del sindaco d’Italia potrebbero trarre in inganno. Perché é vero che Renzi, portando sotto il suo mantello di presidente del Consiglio sia le deleghe alla spesa sia quelle alla coesione sociale, sta davvero creando a Palazzo Chigi un ministero dell’Economia ombra – che avrà un peso non secondario nella scrittura del Documento di economia e finanza che il governo presenterà entrò il 21 aprile in Europa assieme al Pnr – ma è anche vero che il profilo di Padoan non somiglia a quello di Tremonti per una serie di motivi che vale la pena di mettere in fila.

Padoan, intanto, non è un politico che cerca di trovare una sua legittimazione mostrando al mondo il suo profilo tecnico – ciao mamma guarda come sono tecnico – ma è, al contrario, un tecnico che sa che avrà una sua forza contrattuale se riuscirà a mostrare nei mesi il suo profilo politico (e Padoan, dietro le visti da tecnico, nasconde un passato politico cominciato molti anni fa quando, a Roma, si iscrisse alle giovanili del Partito comunista). Inoltre, Padoan, a differenza di Tremonti, non è un politico che può pesare nella vita del governo solo trasformandosi in un contropotere ma è un tecnico che, al contrario di quello che fu Tremonti per Berlusconi, condivide in pieno la linea economica del presidente del Consiglio (e in quella linea, Padoan, vede molti punti di contatto con la linea che fu nel 1998 di Massimo D’Alema, del quale Padoan, ops, fu collaboratore). L’asse tra Padoan e Renzi, dunque, sarà il vero terreno sul quale si misurerà la forza europea di questo governo e sarà un asse che funzionerà più o meno così: Renzi andrà in giro per l’Europa spiegando l’impostazione, conquistando con l’arte oratoria, e magari con qualche cucù e qualche mister Obamaaaaa, il consenso dei leader delle grandi cancellerie europee, spiegherà ai quattro venti che ora basta, si cambia verso anche in Europa, perché noi rispetteremo i patti ma i patti ora vanno rinegoziati; e dall’altro lato, poi, in silenzio, senza troppe dichiarazioni ad effetto, sarà Padoan che cercherà di individuare nelle cancellerie europee i giusti spiragli per inserirsi e piazzare il colpo.

Il duetto, insomma, potrebbe funzionare. E se Renzi e Padoan mostreranno coesione il governo potrebbe avere gli strumenti giusti per sottrarsi dall’abbraccio mortale delle burocrazie e per convincere anche Napolitano che la lotta all’austerity non si fa solo con le belle parole ma si fa andando in Europa e mostrando i muscoli. Affermare che Renzi ci riuscirà oggi è complicato. Ma dire che Renzi ha più probabilità dei suoi predecessori di portare a casa un risultato è un dato di fatto. E per questo, sarà ancora più grave se Renzi non riuscirà a fare in Europa quello che in questi giorni ha promesso di fare. In tre parole: Austerity? No, grazie.

 

Foto Getty Images

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