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Che fatica la Florida

Stanotte si vota in uno stato dove è difficile fare campagna elettorale; la controrimonta di Romney

Tampa - “Comincio a credere che potremmo vincere”. Con queste parole ieri sera a Tampa Mitt Romney si è congedato dai suoi sostenitori, mettendo fine alle due settimane più difficili e ricche di colpi di scena di questo mese di gennaio. Sette giorni fa Newt Gingrich sembrava in grado di infliggergli un’altra dura sconfitta e di strappargli i 50 delegati in palio oggi, alle primarie repubblicane.

La Florida è però uno Stato difficile da affrontare.
Il nord è brullo, rurale, evangelico e conservatore. E’ quasi Georgia, anche politicamente, con una forte concentrazione afroamericana. E’ una terra gialla, secca, bruciata dal sole, dove alle piccole industrie a conduzione familiare si alternano silos, grandi depositi e torri dell’acqua che vegliano su paesi apparentemente deserti. Si vedono campi da baseball polverosi e pompe di benzina abbandonate. Sulle case sventolano lente bandiere americane sporcate dagli anni.
Scendendo verso il centro, comincia ad aprirsi un territorio più prosperoso, vivo. E’ un’area industrializzata, ci sono le prime fabbriche e gli operai curvi al lavoro, ci sono i primi massici centri commerciali. Qui inizia la terra per cui democratici e repubblicani combattono ogni due anni, ma soprattutto questa è la suburbia americana che pulsa, l’ingranaggio maestoso di una macchina inceppatasi con la crisi e che ancora fatica a riprendersi.
Al sud e nella zona del golfo le palme crescono ordinate e ubbidienti, la vegetazione è rigogliosa. I campi da golf spuntano numerosi fra gli alberi, come le berline giapponesi o americane che riflettono il Sunshine State. Questa è la Florida ricca e quella dei fondi pensione.
Poi c’è Miami, che America quasi non lo è più. Una città vivace, sudamericana: per le strade di Little Havana, quelle della comunità cubana, ci sono anziani che giocano a domino ai tavolini dei bar. Al ristorante Versailles, una volta covo di terroristi e spie, mangiano ancora gli esuli di Cuba, fuggiti dalla revolucion e fieri conservatori.
La Florida è uno swing state, ha un elettorato frammentato, come lo è l’elettorato latino. Alla vecchia e ricca borghesia cubana che mangia ai tavoli del Versailles si contrappongono i figli, che con i soldi di famiglia sono entrati nelle migliori università americane, trovando un’ottima istruzione e un animo liberal. Lo stesso è successo ai ricchi sudamericani giunti qua nel corso degli anni, ai trafficanti di droga messicani e ai loro figli.
Le sacche più povere restano in bilico, come la Florida, il cui elettorato rappresenta ogni sfumatura di questa America.

Qua è difficile e costoso fare campagna elettorale, bisogna toccare tanti cuori e troppi cervelli. Dieci giorni fa, all’indomani della straripante vittoria del South Carolina, Gingrich sembrava averli tutti in pugno. I sondaggi gli assegnavano un buon vantaggio su Romney, che da grande favorito si era trasformato nel debole incompiuto, preso a bastonate dai conservatori sociali del South Carolina. Le primarie repubblicane erano state capovolte, i soldi e la macchina elettorale di Romney sembravano non contare più. Nei giorni immediatamente successivi, l’ex governatore del Massachusetts era apparso disorientato. Vedeva sfuggirgli di mano uno Stato che aveva creduto ormai conquistato.
In quelle stesse ore però stava mettendo a punto una nuova strategia. Romney ha infatti assunto una squadra per poter apparire più cattivo, determinato. A guidarla ha chiamato Brett O’Donnell, consigliere di Michele Bachmann durante le vittoriose elezioni del 2010 in Minnesota.
I risultati si sono visti al dibattito di Jacksonville, giovedì scorso: un Romney feroce ha attaccato Gingrich dall’inizio, sfoderando la sua migliore prestazione dall’inizio della campagna. La partita è cambiata di nuovo, Santorum e Paul sono usciti di scena per concentrarsi sul futuro, questo non era terreno per loro.
Con Romney in grande forma, e sotto i colpi ricevuti dall’establishment repubblicano che ha cercato di scongiurarne l’indesiderata vittoria, Gingrich è crollato senza neanche accorgersene, nonostante il futile endorsement di Herman Cain. Romney ha continuato a guadagnare consensi, fino a raggiungere un margine del 16% secondo un sondaggio Rasmussen. Per Romney l’obiettivo di oggi è proprio quello di infliggere a Gingrich una dura sconfitta, più ampia di quella subita in South Carolina, che metta ko l’ex speaker almeno fino al Super Tuesday del prossimo 6 marzo.

 

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