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Libia: quattro frasi per capire

Si sa chi è il nemico, si sa un po’ meno chi sono gli amici. L’Alleanza atlantica è divisa sui mezzi e sugli obiettivi della missione. E’ la prima guerra voluta e perseguita da Obama, il presidente premio Nobel per la pace che era stato eletto con la promessa di tirare gli Stati Uniti fuori dal pantano iracheno. E, ufficialmente, non è neppure una guerra, ma solo una missione militare per proteggere i civili. Sul campo, però, in Libia infuria una vera e propria guerra civile. E l’Occidente ha scelto, forse suo malgrado, di schierarsi a favore di una delle due parti. Con quale obiettivo non è del tutto chiaro: la fine di un massacro? Un regime change? Una nuova spartizione del potere e degli idrocarburi? Le guerre civili sono quanto di più complicato (nonché incivile) esista nella storia umana.

War upon rebellion was messy and slow, like eating soup with a knife,” diceva T.E. Lawrence, meglio noto come Lawrence d’Arabia. Nel nostro piccolo abbiamo individuato quattro frasi e le abbiamo commentate per cercare di fare un po’ di chiarezza sul grande caos libico. Una faccenda che rischia di trascinarsi, lenta e disordinata come chi impara a mangiare la zuppa con un coltello. 

“Welcome to Libya, Mr President”
Aaron David Miller su Foreign Policy
Commander in chief riluttante, adesso Obama ha la sua guerra. Non è l’Iraq, eredità mal digerita dai due mandati Bush e che Obama ha promesso di terminare il prima possibile. E non è neppure l’Afghanista, un conflitto che il presidente pacifista ha scelto di proseguire e su cui investire nuovi mezzi con l’intento di non lasciare le cose a metà. Una decisione coerente e coraggiosa, nelle parole di Miller: “To get out, your military advisors argued, you first had to get it deeper. And you chose to do so”. Ma la Libia, beh la Libia è una cosa diversa. Barack Obama ha scelto di entrare in questo nuovo conflitto. Con tutte le cautele del caso, magari un po’ tirato per la giacchetta da Francia e Regno Unito, ma è pur sempre stata una scelta sua: non c’è nessuna eredità bushiana cui accollare la responsabilità.
La Libia, si diceva, non è né l’Iraq né l’Afghanistan, ma ha qualcosa in comune con i due altri fronti aperti: “A essere ottimisti – scrive Miller – entrarci potrebbe essere molto più facile che uscirne.” Ecco una delle ragioni per cui gli Stati Uniti hanno messo in chiaro che le truppe di terra non sono un’opzione. L’altra è che le truppe di terra sono giàh impiegate altrove.

“Siamo in Libia per proteggere i cittadini, non per armarli”
Andres Fogh Rasmussen, segretario generale della Nato
Le parole del più alto rappresentante Nato la dicono lunga sulla confusione che ruota attorno non solo alla gestione dell’intervento militare, ma anche alla sua stessa ragion d’essere. Rasmussen tiene molto a ribadire che la missione è difendere la popolazione, non schierarsi da una delle due parti in quella che ormai è una guerra civile conclamata.
E in effetti mandato delle Nazioni Unite consiste nel proteggere i civili dagli attacchi di Muammar Gheddafi, che non solo spara contro il suo stesso popolo ma addirittura lo bombarda. Da qui l’idea della no-fly zone, ossia uno strumento per impedire che l’aviazione pro-Gheddafi portasse avanti i suoi raid, e che ovviamente implicava anche la neutralizzazione della contraerea del regime.
Problema: fin dall’inizio era chiaro che anche solo garantire una no-fly zone (e poi sappiamo che le truppe alleate sono andate oltre) equivaleva anche a favorire una delle due parti in causa. Perché con la Nato che copre loro le spalle dall’alto, i ribelli hanno una carta in più. Non bisogna essere esperti di analisi strategiche per capire che la Nato, seppure solo nella dimensione aerea, è schierata dalla parte dei rivoltosi, che nella guerra civile libica ci sta dentro fino al collo.
Ormai Italia, Francia e Gran Bretagna hanno assurto il Consiglio Nazionale di Transizione, ossia l’organo politico dei ribelli, come governo legittimo della Libia. E adesso quelli battono cassa, chiedono soldi e armi. Rasmussen o non Rasmussen.

“Gli Usa hanno aiutato i mujaheddin contro i russi e poi si sono ritrovati al-Qaeda”
Guido Olimpio sul Corriere della Sera
Posto che europei e americani sono in guerra, Rasmussen o non Rasmussen, è chiaro che il nemico è Gheddafi. Peccato che non sia altrettanto chiaro chi siano i nostri alleati. Forse in buona fede, forse per accaparrarsi le simpatie dell’Occidente, o più probabilmente per un misto delle due cose, il il Consiglio Nazionale di Transizione ha pubblicato un manifesto intitolato Visione per una Libia democratica, due scarne pagine in formato A4 in cui esprime il suo programma per il dopo-Gheddafi: “Abbiamo imparato dalle lotte passate durante i giorni bui della dittatura che non esiste alcuna alternativa alla costruzione di una società libera e democratica, e all’assicurare la supremazia della legge umanitaria internazionale e della Dichiarazione dei diritti dell’uomo,” si legge nel paragrafo introduttivo. E non mancano tutte le parole chiave, come “pluralismo,” “società civile” e “contratto sociale”, che fanno la gioia di un lettore anglosassone e/o anglofilo.
L’esperienza storica insegna però che spesso, e specie quando si ha a che fare con guerre di guerriglia nel mondo islamico, a lungo andare gli alleati possono trasformarsi in nemici. Olimpio, appunto, cita l’esempio dell’Afghanistan, dove “gli Usa hanno aiutato i mujaheddin contro i russi e poi si sono ritrovati al-Qaeda.”

“Even a mission that starts off badly can end well”
Michael O’Hanlon su Foreign Affairs
Le premesse, abbiamo letto finora, non sono delle migliori: la missione non è chiara, non si capisce bene chi siano i nostri alleati e gran parte della coalizione non dispone del pieno delle sue forze, visto che ha già altri due fronti aperti. Ma non tutto quello che comincia male deve per forza finire male: questa almeno è l’analisi (finalmente qualcuno che dice qualcosa di incoraggiante) di Michael O’Hanlon, Senior Fellow of Foreign Policy alla Brookings Institution. O’Hanlon sostiene che, nonostante le divisioni all’interno della Nato e la portata limitata di una missione squisitamente aerea, fermare il massacro di civili in Libia è un dovere morale: Obama ha scelto di agire “perché consigliato dalle stesse persone che hanno visto con i loro occhi le debacle del Ruanda e della Bosnia”. E, parlando di ex Yugoslavia, fa notare che anche la missione in Kosovo era partita maluccio e alla fine si è rivelata un successo parziale. L’importante è non aspettarsi troppo: “If the war seems headed for stalemate, there is a range of other outcomes that Washington could live with, just as the United States eventually lived with only achieving limited aims on the battlefield in Kosovo”.

 

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