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C’è un museo a Guantanamo

Esiste, circa. È un insieme d'opere a tema, diffuse, che creano un ponte con Guantanamo, la base militare separata da tutto il mondo.

C’è un pezzo di Stati Uniti d’America in un angolo dell’isola di Cuba, un territorio un po’ ossimoro geopolitico conquistato dalle stelle e strisce nel 1903 con la guerra ispanico-americana e rimasto immobile nonostante Batista, Castro, l’Unione Sovietica e i suoi missili. Come protetta da una bolla anti-atomica l’incantevole baia di Guantanamo è per sua natura una postazione sospesa, capace di rappresentare il mondo libero vivendo a suo agio in ciabatte nel tinello di un dittatore comunista. E tale è rimasta con il crollo del muro, distruttore di certezze ma brezza leggera in quel dell’Avana, dove la diatriba comunismo-capitalismo ha proseguito per anni seppur stancamente. Ci è voluto un evento diverso, il primo evento storico della nuova era, per smuovere le sue acque stagnati: è successo quando 19 terroristi di al Qaeda colpirono gli Stati Uniti al cuore, Manhattan e Washington, l’11 settembre del 2001. Di qui la “guerra al terrore”, prima in Afghanistan e poi in Iraq, e il 22 gennaio 2002, la creazione di una prigione speciale nel cuore della bolla Usa nell’isola socialista. Quello che Amnesty International nel 2005 definì «il Gulag dei nostri tempi» è un istituto che da allora ha imprigionato 779 persone (tutti uomini), vittime di torture psicologiche e fisiche basate su razzismo, intolleranza religiosa e abusi sessuali.

Sponsorizzato dall’Amministrazione Bush come territorio al di fuori dallo stato di diritto, nel 2006 la Corte Suprema Usa decretò invece che anche a ”Gitmo” (uno dei tanti nomignoli della base) dovessero essere garantiti ai propri detenuti la protezione minima prevista dal terzo articolo della Convenzione di Ginevra (che condanna «[…] le violenze contro la vita e l’integrità corporale, specialmente l’assassinio in tutte le sue forme, le mutilazioni, i trattamenti crudeli, le torture e i supplizi; la cattura di ostaggi; gli oltraggi alla dignità personale […]»). La chiusura di Guantanamo fu uno dei tasti più pigiati dal Barack Obama del 2008, annata ancora fresca e dal sottotitolo unico, “HOPE”, il quale, vinte le elezioni nel gennaio 2009, firmò l’ordine di sospendere i lavori della prigione per 120 giorni per poi chiuderla, scoppiando la bolla della baia. La polemica conseguente è storia recente: molti detenuti vennero liberati, altri furono considerati troppo pericolosi e mantenuti prigionieri. L’ultimo censimento, dello scorso agosto, dice che 164 uomini sono rimasti dentro la bolla.

Buco nero che risucchia diritto internazionale e militare, Guantanamo è ancora viva, accettata anche da Barack Obama come un’oscura «necessità» inzuppata di real politik. Ma le cose cambiano, sempre. Per dirne una, c’hanno fatto un museo.

Ian Paul è un artista multidisciplinare, classe 1984, che l’anno scorso ha deciso di prendere sul serio gli annunci dell’amministrazione Obama e agire satiricamente come se la prigione di Guantanamo fosse ormai chiusa. E cosa fare con quella struttura in un luogo così storicamente pesante? Un museo, ovvio. Il Guantanamo Bay Museum per l’esattezza, che da allora ospita mostre e opere d’artisti internazionali e nel suo sito internet si camuffa da museo “vero” facendo del distaccamento dalla realtà manifesto. È tutto in regola: ci sono gli orari (dalle 8 o 10 di mattina fino alle sei di sera; chiuso il lunedì), l’inevitabile sezione “come raggiungerci” («Siccome il nostro museo si trova nell’ex prigione di Guantanamo nella Baia di Guantanamo, a Cuba, organizzare delle visite al museo può essere difficile») e una fanta-storia del museo, ambientata in un universo parallelo in cui la prigione è stata chiusa anni fa.

«Volevo fare una riflessione sui tanti modi d’istituzionalizzare il ricordo di atrocità a tragedia nella nostra cultura», spiega Ian Paul a Studio, «e i musei sono la scelta migliore per farlo. Finiscono però sempre per essere coinvolti con grandi istituzioni e strutture di finanziamento politiche, alla fine ci si sente incastrati tra l’atto della memoria e il sentirsi all’interno della politica stesso». Per questo ha mantenuto alcuni dettagli reali nella sua opera, come i lunedì di chiusura. Un non-museo, quindi, apolide e senza dimora – in attesa di trovare “pace” in quel di Cuba, ovviamente. «La cosa più notevole di Gitmo è il suo operare eccezionalmente, al di fuori dalla normalità politico-legale o dei confini etici», ovvero la bolla di cui si diceva prima, diventata la non-sede di un’istituzione fantasma, fatta di opere che vengono esposte in tutto il mondo ma sono sempre dirette verso la Sede Promessa cubana. Come All of the People on Google Earth di Jenny Odell, composta da campi bianchi in cui i pochi puntini neri rappresentano la posizione dei carcerati in alcune prigioni americane. L’artista ha sfruttato Google Earth per abbattere le mura dei penitenziari e guardare dall’altro la quotidianità dei penitenziari, un atto liberatorio e di sorveglianza allo stesso tempo.

Non manca il karaoke, declinato da Adam Harms in Performing the Torture Playlist, un video di 59 minuti in cui gruppi di persone cantano in allegria classici della pop music – 18 canzoni che sono state utilizzate per torturare i detenuti nel corso degli anni: in questo caso l’opera sembra un collage ubriaco di feste in casa, spensierate e allegre (“We are the champions!”) ma nasconde un’ombra maligna data l’utilizzo che che si è fatto di quei brani. Continua l’epica di Guantanamo come realtà parallela, separata, una dimensione morbosa in cui Christina Aguilera evoca immagini grottesche e persino le canzoni per bambini possono essere utilizzate per il male.

Performing the Torture Playlist from Ian Alan Paul on Vimeo.

Oppure con Interrogation of al Qaeda Operative di Jon Kuzmich, uno dei progetti più intensi e disturbanti della collezione: consta di un video in cui si vede la trascrizione dell’interrogatorio fatto a Omar Khadr (il più giovane inquilino dell’istituto, catturato in Afghanistan nel 2002 all’età di 15 anni), un documento pesantemente censurato ed editato; la traccia audio è occupata dalla registrazione dell’interrogatorio resa pubblica di recente. È uno dei tre cosiddetti “Torture Memos” svelati nel corso degli anni.

Interrogation of al Qaeda Operative from Ian Alan Paul on Vimeo.

Si prosegue con Arrows to Mecca di Carling McManus e Jen Susman in cui le frecce rivolte verso La Mecca presenti a Guantanamo per “indirizzare” le preghiere dei suoi detenuti (la stragrande maggioranza di fede islamica) vengono ricreati in ambienti quotidiani, occidentali, con dell’acqua. È una conferma della funzione di “portale” del museo, il cui obiettivo sembra quello di creare un legame con la realtà, collegare finalmente quell’angolo di Cuba al resto del mondo. «Abbiamo la possibilità», continua Paul, «di immaginare ai mondi radicalmente diversi che potrebbero riposare dentro il nostro, e di cercare di soddisfare il nostro desiderio di giustizia oggi, senza proiettarlo nel futuro».

Intanto, si stanno aprendo i primi varchi dimensionali: il museo si sta impegnando infatti a rendersi materiale con delle “esibizioni satelliti”, la prima delle quali è in corso alla università Uc Berkeley, in California (fino al 19 ottobre). E magari un giorno troverà davvero pace in quel di Guantanamo, chissà. Dovesse succedere, ricordatevi che il lunedì è chiuso.

 

Immagini: la base di Guantanamo di notte (Chris Hondros / Getty Images); All the People in San Quentin, Jenny Odell.

 

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