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Bradford Cox

Intervista al cantante e chitarrista dei Deerhunter, reduci da un nuovo disco e un nuovo tour. Influenze, introspezione, e serie tv.

Circolo Magnolia, vicino all’Idroscalo di Milano. Sono le otto e mezza di sera e tra un paio d’ore suoneranno i Deerhunter, una delle band più geniali e indefinibili degli ultimi anni. Sto per intervistare il loro cantante, Bradford Cox. Sono piuttosto emozionata; è un personaggio notoriamente sfuggente e incontrarlo non è facile.

Cox è affetto dalla sindrome di Marfan, una rara malattia incurabile. È molto alto, magrissimo, ha il viso allungato e le sue mani sono grandi, lunghe. In più, è un tipo strambo: basta fare un giro su Google per leggere i racconti di giornalisti offesi o allibiti dal suo stile interattivo, a volte ruvido fino alla scortesia. Il cantante dei Deerhunter ha opinioni forti su quasi tutto; non le manda a dire. Sembra che non gli freghi un cazzo di niente e non abbia problemi a farlo capire.

Al Magnolia, infatti, c’è un po’ di trambusto: Cox ha fatto i capricci da quando è arrivato. Qualcuno mi racconta che si è tagliato con la custodia di una chitarra, che è nervoso e non ha voglia di parlare con nessuno. Ha anche litigato col resto della band durante il soundcheck. Insomma, è una giornata no. Il loro tour manager, visto l’andazzo, ha anche provato ad annullare l’intervista con me. L’impressione è che il suo entourage sia molto protettivo nei suoi confronti.

Mentre mi preparo per essere mandata a quel paese, però, l’allarme rientra, mi dicono che Cox “sta disegnando su dei sassi” e tra poco sarà pronto. Uno dei ragazzi che ci ha avuto a che fare nel pomeriggio mi dice “buona fortuna” quando entro nel backstage.

Nelle quinte c’è un odore molto forte di salmone affumicato; i Deerhunter hanno appena mangiato e Bradford, secondo le previsioni, sta dipingendo delle pietre con un pennarello nero. Sembra tranquillissimo, anzi, addirittura un tantino addormentato. Mi invita ad accomodarmi in maniera estremamente gentile e lo faccio: mi siedo a pochi centimetri.

 

È appena finita l’edizione di All Tomorrow’s Parties curata dai Deerhunter. Venite da lì?

Sì, eravamo in Inghilterra fino a ieri.

 

Com’è stato?

Magnifico, magnifico. Abbiamo chiamato a suonare tutti i nostri amici.

 

Ho visto che c’era Steve Reich… (compositore storico, classe 1936, padre del minimalismo, ndr)

Steve Reich non è un amico. È tranquillo però, un tipo mite. È più anziano e… Voleva sbrigarsi e andarsene a casa. Non aveva una gran voglia di parlare, ma la sua esibizione è stata incredibile. A noi piace moltissimo.

 

E poi c’erano le Breeders, la band di Kim Deal. Che ha appena lasciato i Pixies.

Doveva succedere. Credo che se l’aspettassero tutti quanti. Vuole fare le sue cose. Le vogliamo molto bene.

 

C’era tanta gente all’ATP?

Tantissima. E anche noi eravamo innanzitutto spettatori. È molto diverso organizzare il proprio festival, diverso anche dal suonarci e basta. Mi sono stancato parecchio perché non volevo perdermi un solo minuto di niente. Non ho neanche dormito. Quando siamo arrivati avevo un jet lag pazzesco ma ogni performance era abbastanza grandiosa da farmi passare il sonno. E poi c’è stata anche la festa finale, che è durata fino alle sette di mattina.

 

Dimmi della festa.

L’avevano organizzata i ragazzi degli Animal Collective, David e Noah, cioè Avey Tare e Panda Bear. Non è stata una di quelle cose pazze, eh: c’era solo musica e buona conversazione. David metteva musica dal suo iPad. I miei migliori amici erano tutti concentrati in un solo punto, è stato come tornare in famiglia. Anche noi, i Deerhunter, eravamo particolarmente uniti. È stato una specie di climax, come raggiungere un traguardo.

 

Tra l’altro voi stessi avete suonato tre dischi per intero.

Cryptograms, Microcastle, Halcyon Digest e alla fine un po’ di Monomania.

 

È stato bello, immagino, fare un salto indietro; tornare sulle vecchie cose.

Davvero! Io non ascolto mai i nostri dischi. Una volta che sono finiti, che escono, li lascio andare. Suppongo che molti musicisti facciano lo stesso.

 

E invece come va con Atlas Sound, il tuo progetto solista? Ti ho visto dal vivo, una volta, al SXSW di Austin. Eri sul palco con le Breeders. Ai tempi ascoltavo molti girl group e ne avevo sentito una eco nel tuo show. Parlo delle Ronettes, delle Crystals…

Adoro le Crystals. Sono state una grandissima influenza, anche sui Deerhunter. Quando abbiamo scritto e registrato Microcastle mettevamo su le Shirelles tutto il tempo. Sul retro di Halcyon Digest c’è anche una foto di Martha and the Vandellas. Mi piacciono tantissimo anche i girl group della Motown, tipo le Supremes. Le Ronettes non sono mai state le mie preferite, ma è impossibile fare di meglio dell’attacco di Be My Baby. L’hanno citata praticamente tutti. I Ramones, i Jesus and Mary Chain. Ma meglio le Crystals, ripeto. Erano più… Come dire? Pericolose.

 

In Monomania, invece, mi sembra che quel sound sia scomparso.

Suppongo che ci sia più rock’n roll anni Cinquanta.

 

Ti avranno detto in molti che alcuni pezzi ricordano David Bowie.

È curioso, in effetti. In un paio di canzoni c’è, forse… Ma il Bowie che piace a me non è quello “classico”; è il più strano, il più… africano. Amo molto “Lodger”, ad esempio. Ma a quali pezzi di Monomania ti riferisci?

 

“Dream Captain”, direi.

Davvero? Non l’avrei detto. Per me quella canzone è molto Ramones.

 

E citi anche una frase di “Bohemian Rapsody” (I’m a poor boy from a poor family, NdR)

Non l’ho fatto apposta. È stato inconscio. Credo che i migliori riferimenti vengano fuori da soli, come se avessero una loro volontà. Se ne perde la traccia. È l’affiorare di cose che si sono già lette, già viste, già sentite. Nel caso di “Dream Captain” stavo immaginando un personaggio: questo povero ragazzo annoiato, solo, perduto, che prega il capitano pervertito di una nave di prenderlo con sé e sfruttarlo.

 

Ho letto da qualche parte che non scrivi mai la parole prima di scrivere la musica. È ancora così?

Faccio le due cose contemporaneamente. Canto sulla melodia. Non è un processo, né niente. E non parto mai con un messaggio preciso nella testa, neanche nel mio lavoro come Atlas Sound. Se penso tanto a qualcosa, finisce per stufarmi.

 

L’introspezione può essere noiosa.

Funziona quando non è filtrata, quando non scegli quello che vuoi dire. Lasci solo che venga fuori. In letteratura lo facevano i surrealisti, e anche Virginia Woolf. O René Crevel.

 

E André Breton.

Sì, ma lui non mi piace. Era omofobo, misogino e razzista. Sai che non voleva che gli omosessuali facessero parte del surrealismo?

 

E il surrealismo ti piace anche nel cinema?

Sì e no. Preferisco il realismo, specie quello italiano. Impazzisco per Pasolini: Le 120 giornate di Sodoma, Mamma Roma, Uccellacci & uccellini. Lui è uno dei miei miti, dei miei idoli. Pensare che è stato ucciso dal suo stesso gigolò, messo sotto una macchina. Mi chiedo se c’entrasse la chiesa cattolica… Di sicuro c’entravano i conservatori. Non credo che molti americani si interroghino su queste cose. Danno per scontato i sacrifici che si fanno per l’arte. Siamo troppo viziati: per noi è facile, ci esprimiamo quasi sempre senza conseguenze. Pensa alla Russia, alle Pussy Riot. Che è successo adesso che Berlusconi è stato condannato? È scoppiato un casino?

 

Non quanto ci si aspetterebbe. Tanta gente continua a difenderlo.

In America c’è una tolleranza molto bassa nei confronti di un certo tipo di comportamenti, ma ognuno vive secondo i suoi principi. È una cosa meravigliosa; non bisogna mai sottovalutare questa libertà. Detto questo, esistono molti modi occulti di mettere pressione sul singolo individuo. Il paradosso è che siamo sopraffatti dall’eccesso di scelta.

 

Come in uno di quei giganteschi supermercati.

Quando vengo in Europa mi infilo in tutte le piccole botteghe che trovo.

 

Com’è, per te, vivere nell’America di oggi? Quella di Obama e del progresso dei diritti civili.

Direi che è una buona società, ma non credo nel bene e nel male assoluto. Né in politica, né per quel che riguarda le persone. Ognuno e ogni situazione si porta dentro entrambi. Quanto ai diritti civili, non credo sia merito di Obama. Non solo, almeno. Negli Stati Uniti viene ascoltato chi porta avanti un messaggio in maniera affascinante, quindi credo che la cultura, quella pop o comunque dal basso, sia responsabile di gran parte del cambiamento. La musica, il cinema, le serie tv catturano molto più di Noam Chomsky. È una specie di rivolta emergente, o almeno, mi piace pensarla così.

 

 

Foto: Karl Walter/Getty Images

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