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Borgata Dubai

Viaggio nella Roma che vuole essere Las Vegas, sulla Tiburtina, tra casinò orientali, tanta luce, glamour un po' kitsch. Per viziosi del gioco o pirati metropolitani.

Fino a qualche anno fa l’insegna di Cornettonotte, il maxi bar aperto fino a notte fonda sulla Tiburtina segnava il confine est della Roma godona, un km dopo il Sacro Gra, oltre valeva l’antica legge: hic sunt leones. La luce del bar era virata in giallo, una tonalità grassa e sporca, in fila per la cassa mentre al bancone c’era chi placava la fame chimica con dolci e salato si poteva fissare un enorme vaso di vetro pieno di monete, dentro quel piccolo acquario di resti destinati a mance il giallo si fondeva col verde del metallo ossidato. Quel vaso non c’è più, anche il bar si è ripulito, ma da quella luce underground è uscita fuori la lampada sfarzosa della Borgata Dubai. Manhattan Caffè, Las Vegas, Dubai Palace, Royale, Punto Otto, e soprattutto Dubai Cafè: sono i nomi delle enormi insegne coloratissime delle nuove sale giochi e dei luxury coffee shop apparsi dal 2011 sulla Tiburtina, da Collatino a Pietralata a Settecamini, tutti quanti all’insegna del play and resort.

Di notte la Borgata Dubai è anche il cuore dell’outdoor capitolino, chi cammina lo fa sul tappeto della prostituzione e le consolari sono trafficatissime.

Concettualmente per arrivare alla Borgata Dubai bisogna prima pagare dazio allo stereotipo di Las Vegas con luci e slot machine (la stessa città che da sempre tributa un omaggio alla Roma imperiale con la maestosità del Caesars Palace) e poi abbracciare come simbolo il logo a forma di palma della penisola artificiale di Dubai, per poi infine aprire gli occhi e ritrovarsi fisicamente in uno dei tasselli non contemplati da Rosi e Bassetti nel Sacro Gra. Nella scena del documentario premiato con il Leone d’oro quella del locale scrauso con giovani annoiati sui divanetti con lo smartphone in mano e cubiste trucide e stanche, c’è una pallida imitazione del’estetica della Borgata Dubai. Innanzitutto al suo confine a sud la Borgata Dubai è rappresentata anche dalla fila di otto pompe di benzina (due Agip, Esso, Erg, Shell, Ip, Tamoil, e G8), una di seguito all’altra, sullo stesso tratto della Prenestina, perché nella BD non si passeggia come nel Sacro Gra, si va solo in macchina ed è meglio fare il pieno. Inoltre nella BD nulla è assoluto e poetico ma tutto è complementare e relativo: all’ingresso discreto e silenzioso della sala videolottery Punto Otto, sotto il simbolo di una fiche blue gialle campeggia la gigantografia di una coniglietta #brunette della BD, una immagine da cover di compilation house. È una promessa non mantenuta ma sono molto vicini alle sale giochi e ai lounge bar della BD gli strip club Blue Night, Paradise, Prince Club e Studio 54, tutta la movida sexy raccontata dal Viviroma di Massimo Marino che in questi ultimi anni a Roma è tornata di moda e che però non riesce a uscire da una dimensione amatoriale. Di notte la BD è anche il cuore dell’outdoor capitolino, chi cammina lo fa sul tappeto della prostituzione e le consolari sono trafficatissime. In direzione Raccordo, centro o hinterland, c’è una Roma che gira e rigira nervosamente in auto.

Di giorno è un’altra storia. Oltre ai quartieri popolari le insegne della Borgata Dubai poggiano su una storica area industriale di Roma, dai biscotti Gentilini al recupero di materiali pesanti degli inceneritori della Basf (ex Engelhard) fino agli stabilimenti Pallini, quello dei liquori. Poi c’è la Tiburtina valley con il polo tecnologico creato dal 1995, 80 tra aziende e software house in 72 ettari tutti cablati, un progetto più volte tormentato dalla crisi e persino dalle alluvioni del 2008 e 2011, c’è la solidità della ELT specializzata nei sistemi informatici per la difesa, nella valley, e l’inglorioso declino di Alena Aeronautica e Tecnicolor, sullo sfondo ci sono sparsi ovunque scheletri di capannoni ed edifici. Secondo StartupItalia.eu Roma sarebbe la seconda città per start up ma nella Borgata Dubai si va su investimenti classici: oltre alla costruzione e riqualificazione di magazzini e capannoni, si offre riparo a condizione di infilare un gettone o di giocare a bingo, oppure si mangia h24 sette giorni su sette con lounge bar e ristoranti. Persino le tradizionali cornetterie e tabacchi sono salite di livello e di location. Perché mangiare un panino dallo zozzonese puoi cenare con 15 euro? Il menù del Dubai Palace somiglia a una brochure da ristorante da 100 coperti, con menù anticrisi e praticamente gratuito per giocatori fedelissimi. Per il resto l’investimento è far dimenticare l’assedio del traffico della Tiburtina con ambienti ovattati, saloni condizionati, interni eleganti e confortevoli, dove i modi delle persone sono felpati ma gli sguardi rimangono da preda. Le sale giochi sono luminose e tranquille, comode e soft. La durezza della bisca è solo un ricordo. Al Bingo si vince anche a notte fonda: alle 04:14 (789,28 euro), alle 03,22 (781,51 euro), sempre con cartelle da 1,50 euro. Per gli aficionados si può cenare, fare colazione, mangiare una pizza o un piatto di pasta senza pagare.

«I nostri luoghi periferici assomigliano a quelli americani, sono luoghi di frontiera, segnano l’uscita dalla città verso la foresta».

Edoardo Camurri ha percorso di recente la BD con il suo programma Viaggio nell’Italia che cambia (Rai Storia, in onda ogni domenica): «Andare in queste sale slot assomiglia alla meditazione buddista. Da una parte vieni inondato da colori soffusi, primari, i colori dei fumetti, ti fanno entrare uno stato d’animo infantile che abbassa la guardia, anche le luci delle slot sono così. Il resto è un mandala tibetano, il gioco è schiacciare un tasto ogni 4 secondi. È un modo per uscire dal pensiero razionale, il fatto che annulli il tuo pensiero ti spoglia di tutti i tuoi averi e in cambio ti dà l’uscita mistica. C’è un annullamento del tempo ancora più orientale, è l’essenza di questi posti. I nostri luoghi periferici assomigliano a quelli americani, sono luoghi di frontiera, segnano l’uscita dalla città verso la foresta».

Nella foresta della BD si sfidano a distanza il Dubai Palace e il Dubai Cafè di Settecamini, il primo punta a fare banco offrendo tutto insieme: i grandi saloni delle slot, la zona della roulette, la sala bingo, il punto Snai, il ristorante con il palco per gli eventi dal vivo, i corridoi con schermi televisivi. Il secondo conta sugli eventi a getto continuo e sull’autorevolezza dell’ideatore. Infatti se il Maxxi l’ha fatto l’irachena Zaha Hadid, allieva di Rem Koolhaas, il Dubai Cafè è opera dell’iracheno Abbas Khamiss, allievo di Portoghesi. Khamiss è arrivato a Roma a 18 anni, ora ne ha 51, con Portoghesi ha seguito i lavori per la Moschea dell’Acqua Acetosa e poi nel 1996 ha aperto uno studio in Prati. Da Baghdad a Roma ci è capitato per caso, era diretto a Parigi.

«Con la mia ex socia Stefania Ippoliti abbiamo incontrato questi trentenni rampanti, tra cui Fabiano Valelli. Conoscevamo già il posto, c’era il nostro fornitore di legnami, è una zona depressa, con un forte vuoto architettonico. Volevamo cambiare le cose e dare l’esempio per altri che infatti sono venuti dopo. L’idea era di immaginare una grande lampada nel deserto delle case diroccate e del degrado di Settecamini, con la possibilità di illustrare 1500 mq di spazio. Koolhas? Siamo lontani dalla sua bigness, in realtà abbiamo cercato un po’ di pudore perché nel voler interpretare Las Vegas a Roma pensavamo a una cosa più morbida: un cubo semplice, illuminato usando il rosso che rompe il contesto scuro e con le tende beduine che richiamano l’attenzione e rompono l’orizzonte dello sguardo da lontano. La facciata è doppia: un basamento con gres nero e poi rosso-bianca retroilluminata con il logo che si proietta per caso sulla tenda. Il comune voleva considerare il logo della palma come una pubblicità e bloccare tutto. Il nostro progetto era dispendioso, due milioni di euro licenze comprese. I clienti volevano essere troppo vistosi ma noi frenavamo. Locali così grandi a Roma non c’erano, tutto sembrava bello e costosissimo, ma poi hanno deciso di accettare il progetto che avevamo in mente fin dall’inizio».

A sorpresa nella Borgata Dubai c’è già la copia: «L’altro Cafè Dubai, quello prima del raccordo,non lo abbiamo fatto noi, è stato letteralmente copiato». Anche nel progetto originario c’era un baby park, come al Maxxi: «Dietro al Cafè c’è un locale enorme in cui era previsto uno spazio per le feste dei bambini. L’idea era di creare una zona cuscinetto per tutti gli abitanti. Non a caso l’ingresso alla sala giochi è indipendente». Per ora Borgata Dubai deve accontentarsi del concorso Miss Dubai con relativa fascia. Khamiss invece ha appena consegnato il suo nuovo progetto per un centro culturale islamico di 4 piani dell’ex sede Gaggioli, con 1200 mq da trasformare in moschea a Centocelle: «Abbiamo rifatto la facciata del palazzo ma non volevamo il segno delle Mille e una notte, è tempo di pensare da italiani musulmani».

«Che cosa è Dubai se non una risibile parodia accelerata dell’Occidente?» si chiedeva retoricamente stizzito e disincantato Walter Siti nel libro reportage Il canto del diavolo.

A Roma Khamiss ha curato il Tad concept store di via del Babuino (con Giampiero Pea) e locali a Ponte Milvio ma i suoi amici radical chic sono fuggiti dalla inaugurazione del Dubai Cafè perché non si aspettavano la ressa e il kitsch dell’evento: «Cose pacchiane d’accordo, ma degne di un locale da gioco». Anche sulla fauna umana di ospiti e invitati ha qualcosa da ridire: «Siamo cuochi che nessuno ringrazia, quella sera tutti salutavano il padrone di casa ma poi uno dei soci mi è venuto a cercare per dirmi che gli avevo fatto il locale più bbello de Roma».

Gli amici dell’architetto arabo non sono gli unici a essere rimasti delusi dalla tenda del Dubai Cafè, per esempio c’è anche Walter Siti. Nella vera Dubai lo scrittore c’era già stato anni fa. «Che cosa è Dubai se non una risibile parodia accelerata dell’Occidente?» si chiedeva retoricamente stizzito e disincantato nel libro reportage Il canto del diavolo (Rizzoli, 2009). Lo scrittore era rimasto deluso da un viaggio negli Emirati che non voleva fare e di cui nulla però voleva capire, come sottolineava una ampia recensione di Francesco Longo sul Riformista (2009). Siti non aveva nemmeno voglia di uscire dall’albergo, salvo rifugiarsi nella salvezza di vedere la sua borgata romana ovunque a seconda degli umori. Tornato come inviato di Repubblica a marzo di quest’anno e inconsapevole di essere nella Borgata Dubai Siti l’ha definita come «una game valley (…) un’intera strada che funziona da spropositato gratta-e-vinci» e dove tutto è automatizzato e disponibile «per un popolo di zombie» e di persone sole, «di tutte le etnie e di tutte le età». Neanche l’impatto estetico del Dubai Cafè ha sorpreso Siti che così ha sentenziato: «Più che un nido del vizio sembra un autogrill”.

Non c’è pace dunque tra gli ulivi della Borgata Dubai. Ma è il modello romano a vivere nel limbo, a voler essere usato pezzi e bocconi e a non dare un appagamento assoluto (escludendo il gioco ovviamente), un po’ perché il gusto internazionale finisce subito per essere frustrato, un po’ perché l’obiettivo di porsi modelli alti e raffinati si scontra con contenuti non all’altezza. Chi si muove nella Borgata Dubai è costretto a spostamenti continui e infatti a Roma la Borgata Dubai è ovunque, in attesa di altre lampade nel deserto.

 

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