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#BringBackOurGirls, l’attivismo e Twitter

A un mese dal sequestro delle ragazze africane sui media spopola una campagna di sensibilizzazione più virale di un meme. C'è chi pensa che questa attenzione sia controproducente. Per altri è un nuovo Kony. Un hashtag può fare la differenza?

I fatti iniziali, prologo di una storia ormai più che conosciuta, sono relativamente noti. Nella notte tra il 14 e il 15 aprile scorso a Chibok, nella regione di Borno, in Nigeria, un gruppo di ragazzine sta riposando in una costruzione semifatiscente. È il loro collegio, dove sono tornate per gli esami di fine anno. Sanno di non trovarsi in un posto sicuro: da cinque anni il loro paese è alle prese con la recrudescenza dei crimini di Boko Haram, gruppo terrorista votato al fondamentalismo islamico che opera principalmente proprio lì, nella parte nordorientale dello Stato africano. A luglio una quarantina di ragazzi sono stati fucilati nel loro dormitorio della regione di Yobe. Prima ancora, a febbraio, ventinove persone erano state uccise dagli stessi militanti islamisti, bruciate vive. I colpevoli non sono ancora stati trovati, e difficilmente lo saranno in futuro.

“Boko Haram” in lingua hausa significa «l’educazione occidentale è peccato». Quale sia il peccato delle studentesse di Chibok, invece, non è dato sapere. «Sono entrati nella nostra scuola spacciandosi per soldati, indossavano le divise […] poi hanno dato fuoco alle aule e si sono messi a sparare ovunque, anche alle guardie armate davanti all’edificio», hanno spiegato Amina Sawok e Thabita Walse, due delle poche persone che sono riuscite a fuggire, al quotidiano nigeriano The Punch. Alla fine, delle 276 ragazze tra i 15 e 18 anni d’età che erano nell’edificio, 223 sono state caricate su dei camion e portate via, presumibilmente verso il confine col Chad e il Camerun, in una terra porosa e desolata.

La notizia della sparizione delle studentesse nigeriane, comunque, rimane per giorni confinata a pagine interne e trafiletti dei principali quotidiani mondiali. «Forse se le 200 ragazze rapite dalla loro scuola fossero su un traghetto in Corea, su un aereo nell’oceano Indiano, in tribuna vip a una partita dei Los Angeles Clippers, o semplicemente bianche il mondo presterebbe più attenzione», scriveva Xeni Jardin su Boing Boing il 30 aprile scorso. Sui giornali inglesi tra il 28 aprile e il 3 maggio l’accaduto ha avuto non più dello stesso risalto del presunto matrimonio di George Clooney.

Fino al 30 aprile il volume di tweet contenenti l’invito rivolto al governo nigeriano è rimasto invariato, nel raggio di poche migliaia di condivisioni.

Nel frattempo, però, è successo qualcosa. Il 23 aprile a Port Harcourt, sul delta del Niger, è stata celebrata la nomina della città a Capitale mondiale del libro, un’iniziativa annuale promossa dall’Unesco. Quando Oby Ezekwesil, ex funzionario governativo e attuale vicepresidente della sezione africana della Banca mondiale, ha preso la parola, il suo fine era attrarre l’attenzione dei presenti sul caso del rapimento. «Bring back the girls!», ha esclamato, facendosi portavoce delle madri e dei padri del suo paese. L’hashtag #BringBackOurGirls è nato quella sera, twittato da due persone presenti fra il pubblico e, poco dopo, dallo stesso Ezekwesil.

Fino al 30 aprile, come mostrano i dati raccolti dalla società di metrica social Sysomos, il volume di tweet contenenti l’invito rivolto al governo nigeriano è rimasto sostanzialmente invariato, e comunque nel raggio di poche migliaia di condivisioni. L’ultimo giorno del mese, però, si è diffusa una notizia secondo cui le ragazze sarebbero diventate parte di un harem condiviso dai militanti di Boko Haram, o, in alternativa, vendute oltre confine per meno di dieci euro a persona.


I tweet contenenti l’hashtag #BringBackOurGirls nel periodo 15 aprile-5 maggio. (fonte: Mashable)

Nella sola giornata di giovedì 1 maggio #BringBackOurGirls è apparso su Twitter poco meno di 270 mila volte. Nemmeno una settimana dopo i tweet contenenti la dicitura sensibilizzante avevano già superato il milione. Per una coincidenza di fattori, una tragedia dimenticata da quel giorno è diventata più virale di un meme, coinvolgendo in un’iniziativa globale celebrità di ogni calibro, leader di ogni latitudine, cantanti, sportivi e un numero sempre maggiore di persone comuni. Il 3 maggio l’attivista pachistana Malala Yousafzai ha diffuso tramite il profilo della sua organizzazione una foto che la ritrae mentre esibisce un cartello con l’hashtag (5400 retweet). Il 7 maggio l’ha seguita a ruota Michelle Obama, che si è fatta ritrarre nella stessa posa alla Casa Bianca (57000 retweet). Domenica scorsa persino Papa Francesco si è unito al gruppo degli attivisti di Twitter, chiedendo ai suoi fedeli «una preghiera per il rilascio immediato» delle ragazze (17000 retweet). Irina Shayk, modella, ha postato su Instagram una foto che la ritrae in topless col cartello (72.300 like). In Italia Repubblica ha lanciato l’iniziativa “Manda la tua foto #BringBackOurGirls. La scuola è un diritto di tutti”. Per farla breve, la campagna ha ampiamente sconfinato nel mainstream.

Per qualcuno la mobilitazione è solo un’altra reincarnazione dello slacktivism anni Novanta, poco più che un atto simbolico e autogratificante a basso impatto pratico.

Se l’attenzione attirata dalla campagna grazie a un uso sapiente e fortunato dei social media è indubbia, per qualcuno la mobilitazione è solo un’altra reincarnazione dello slacktivism anni Novanta, poco più che un atto simbolico e autogratificante a basso impatto pratico. Lo scrittore afroamericano Teju Cole si è recentemente espresso in maniera molto critica nei confronti dell’iniziativa («Boko Haram ha ucciso più persone ieri del numero totale di ragazzine rapite tre settimane fa. Orribile, e impossibile da rendere un hashtag», ha scritto polemicamente ai suoi follower la sera dell’8 maggio). «Il vostro nuovo interesse (grazie) non semplifica nulla, non risolve nulla», ha digitato Cole, soffiando sulle ceneri di uno dei dibattiti più articolati e onnipresenti degli ultimi anni.

In molti hanno istintivamente paragonato la mobilitazione per le ragazze nigeriane a quella per #Kony2012, forse il più citato case study attinente a questo ambito. L’hashtag divenne il più famoso sinonimo di attivismo online nel marzo del 2012, catturando l’interesse di celebrità come Rihanna, Bill Gates e Stephen Fry. Joseph Kony, come abbiamo imparato in quel periodo, è un capo militare ugandese che si è macchiato di orrendi crimini di guerra nel suo paese. Eppure, come fa notare il Washington Post, l’iniziativa «non è riuscita ad articolare nessuna richiesta specifica al di là dell’ovvio “fermiamo Kony”».

«Una vittoria? Più che altro questo è solo uno step in una storia che è iniziata molto prima dell’hashtag, e non finirà col termine dell’attenzione globale», ha commentato la studiosa di social media turca Zeynep Tufekci. Mettendo in dubbio l’effetto dell’attenzione catalizzata dalla campagna mondiale attorno all’evento, Tufekci arriva a una conclusione controintuitiva: «È contorto ma vero: l’attenzione di per se può essere la ricompensa che Boko Haram va cercando […] Premiare la loro sete di attenzione può portarli a ripetere l’atto che ha funzionato così bene la volta precedente. Rapire ragazzine, che magari genera inaspettatamente sdegno a livello globale, ma adesso c’è di mezzo il Grande Satana: sciacqua, ripeti».

Che like, retweet e hashtag non abbiano il potere di risolvere crisi umanitarie e catturare miliziani sanguinari rimasti impuniti per decenni è senz’altro vero. D’altra parte, però, c’è chi è convinto che siano un passo necessario a mobilitare l’opinione pubblica e ottenere risultati concreti. Secondo uno studio della Georgetown University del 2011, chi si presta a forme di slacktivism è due volte più propenso a impegnarsi in attività di donazioni e volontariato.

La situazione in Nigeria, almeno per ora, rimane bloccata. Due giorni fa Boko Haram ha fatto sapere di prendere in considerazione l’idea di scambiare le ragazzine con prigionieri politici, e il governo di Lagos, sentendo il fiato sul collo dei media mondiali, interviene quasi giornalmente per promettere di sbloccare la situazione. Ieri è apparso un video di poco meno di mezz’ora che ritrae le giovani mentre recitano versetti coranici in un luogo imprecisato.

Uno dei problemi dell’«hashtag activism», com’è stato ribattezzato, è la velocità con cui diffonde imprecisioni ed errori tout court. Una delle immagini più utilizzate a corredo dell’hashtag, raffigurante una ragazza di colore e postata – tra gli altri – da Chris Brown, Kim Kardashian e Mary J. Blige, non è esattamente la più indicata per la sua finalità. La persona ritratta nella foto presa in prestito vive nel Guinea-Bissau, a 4000 chilometri dal collegio dove sono state rapite le ragazze. E lei, che si chiama Jenabu Balde, al tempo dello scatto non era stata rapita da nessuno.

 

Nelle foto: Michelle Obama, Irina Shayk, Malala Yousafzai, David Cameron, Alicia Keys e la presidente cilena Michelle Bachelet aderiscono a #BringBackOurGirls.

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