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Big Star

Storia dei Big Star, la band meteora dei primi '70 diventata mito e culto trent'anni dopo. Quando i componenti originali, incluso loro il leader, se n'erano già andati.

Partiamo subito da un video amatoriale girato in Danimarca nell’agosto del 2008. Si vede un palco abbastanza sfigato sotto una specie di tendone, una cosa tipo festa della birra. È giorno. Sotto il palco, il pubblico: dieci persone. Il cantante della band non sembra giovanissimo. Noi che lo sappiamo possiamo dire che in quel momento ha 57 anni. Dice: “E ora una vecchissima canzone,  è il primo disco che ho fatto ed è ancora il mio più grande hit. Quarantun anni fa. Quarant’anni nello show business, baby! Ed è così che ci sono finito dentro…” . Poi comincia “The Letter”. La canzone che nel 1967 ha costretto Alex Chilton a entrare nello show business all’età di sedici anni.

 

 

Chi conosce la storia che c’è dietro quell’omino sul palco sfigato in Scandinavia trova la scena illuminante e commovente. Le amare parole di Chilton sono verissime, niente di più autentico. “The Letter” resta l’unico grande hit di una carriera quarantennale ed è stato il primo pezzo che lui abbia mai registrato. L’incredibile storia dei Big Star, da sempre rinchiusa nel recinto autocompiacente dell’underground e del cult, sta finalmente conquistando il grande pubblico grazie al recente documentario di Drew Denicola “Nothing Can Hurt Me”. I Big Star sono i Velvet Underground degli anni settanta, e li guidava proprio l’uomo sul palco sfigato in Scandinavia, lo scostante e carismatico Alex Chilton. Una storia che merita di essere raccontata dall’inizio.

 

 

Siamo a Memphis nel 1967. Il sud degli Stati Uniti è ancora il sud del dopo guerra civile: neri da una parte e bianchi dall’altra. La cosa bella di Memphis è il rapporto con la musica. Patria di Elvis e della Stax Records, è una città musicale. Si suona dappertutto,  ci sono almeno cento band in attività e nascono etichette discografiche e studi di registrazione in ogni stanza libera del centro. Alex Chilton ha sedici anni e ama esibirsi come cantante ai talent show organizzati dalla sua scuola. Il Devilles, sorta di celebrità locali poco più che ventenni, lo notano durante uno di questi talent e lo chiamano a diventare il loro nuovo cantante. I Devilles sono una creatura del manager Roy Mack, che li guida come un’estensione della propria persona. Trova le canzoni da incidere, decide lo stile da usare, le pettinature e le divise dei musicisti e così via. Hanno già inciso alcuni singoli, ma non hanno nulla a che fare con il nascente movimento rock, sono ragazzi bianchi di buona famiglia che cercano di imitare i Beatles senza tradire l’anima blues e r’n’b di Memphis. Alex è un ragazzino, ma ha già le idee chiare: la musica dei Devilles non gli piace per niente. Nicchia ma alla fine cede e accetta di diventare il nuovo cantante della band. Con l’arrivo del giovane Chilton i Devilles cambiano il nome in Box Tops e  registrano in due ore “The Letter”, una brevissima canzone r’n’b (meno di due minuti) scritta dal musicista country Wayne Carson Thompson. A poche settimane dall’uscita del singolo cominciano a verificarsi casi di stazioni radio del sud, e via via anche del resto del paese, che trasmettono “The Letter” tre volte all’ora. In breve la canzone scala le classifiche e si installa stabilmente al primo posto, risultando una delle più vendute del 1967.

 

 

I Box Tops resistono nelle classifiche per tre anni, sempre leggermente in calando. La loro formula di finto rock non è più attuale. Quando nel 1970 la band si scioglie, Alex Chilton ha 19 anni e alle spalle una vera e propria carriera musicale piena di successo e anche di denaro (intascato a suo nome dalla famiglia); non può immaginare che da quel momento in poi la musica non gli renderà mai più abbastanza soldi da consentirgli un’esistenza dignitosa.

Chris Bell, nato un paio di settimane dopo Alex, è il figlio di un ricco ristoratore di Memphis. Discreto chitarrista, vive nel mito dell’Inghilterra, ascolta solo i Beatles e mette su una band con il batterista Jody Stephens e un altro rampollo dell’alta società di Memphis, Andy Hummel, che si diletta al basso. Alex si unisce alla band nel 1971, accolto come una specie di celebrità, e in fondo lo è. Il gruppo suona materiale originale composto da Bell e con l’arrivo di Alex entrano a far parte del repertorio anche alcune sue creazioni. Intendiamoci: stiamo parlando di quattro ventenni che cominciano senza ambizioni a registrare canzoni negli studi Ardent in orari notturni per non disturbare il normale ciclo continuo di registrazioni professionali che lo studio effettua conto terzi per la Stax. Non suonano mai tutti insieme: ognuno registra le sue parti separatamente. A lungo andare, e si parla di mesi e mesi, le sessioni di registrazione portano a una serie di tracce che possono anche diventare un album. Si tratta di canzoni un po’ fuori dal tempo: si sente ancora moltissimo l’atmosfera sixties che nel resto del mondo ha già lasciato spazio ad altre forme espressive: siamo all’inizio del 1972, l’anno di dischi come Ziggy Stardust di David Bowie, Foxtrot dei Genesis, Made In Japan dei Deep Purple. Le canzoni dei quattro ragazzi di Memphis sono leggere, mai lunghe, presentano armonie vocali alla Beach Boys e Byrds, sono pop, ma hanno una ricchezza sonora e un suono così cristallino da non passare inosservate alla Ardent che, un po’ a sorpresa, propone di fare uscire l’album nel suo catalogo. I ragazzi accettano e si accorgono che non hanno nemmeno ancora un nome. Big Star è una catena di discount del Sud degli Stati Uniti. Il nome viene da lì, dal supermercato che sorge di fronte agli studi Ardent in Madison Avenue.

 

 

I dischi della Ardent sono distribuiti dalla famosa etichetta Stax. Per capire le cause dell’epico fallimento dei Big Star la questione della mancata distribuzione Stax è fondamentale. Per motivi mai chiariti, il disco dei Big Star, intitolato ironicamente #1 Record, non arriva mai ai negozi, se non in poche migliaia di esemplari. Quando le prime recensioni della stampa specializzata gridano al miracolo e i lettori vanno nei negozi di tutti gli Stati Uniti a chiedere il disco, succede che, semplicemente, il disco non c’è. Chris Bell la prende male e addirittura abbandona l’attività musicale del tutto, tornando a occuparsi dei ristoranti del padre, mentre Chilton e gli altri, incoscentemente, continuano a registrare materiale nuovo e nel 1973 fanno uscire Radio City, sempre per la Ardent. Anche quest’album fa la fine del primo: grandi recensioni da parte della stampa (alcune canzoni sono potenziali hit) e nessuna distribuzione.

La band si scioglie.

 

 

Mentre i problemi di Chilton con l’alcol si aggravano, un ensemble variegato di musicisti di Memphis crea dal nulla e senza nemmeno sapere bene quel che sta facendo, il magico terzo disco dei Big Star (il più osannato oggi), registrato tra il 1974 e il 1975. Resiste alla batteria il fedele Jody Stephens, ma per il resto l’artefice del lavoro è un Chilton sempre ubriaco e pieno di oppiacei. Il disco scaturito da quelle session molto fuori controllo non ha mai neppure avuto un titolo univoco. Certe edizioni riportano la titolazione 3rd, certe Sister Lovers e certe altre The Third Album. Si tratta di un disco pesantissimo, radiografia esistenziale di una personalità fortemente disturbata. Proprio per questo è considerato a volte come un disco maledetto e a volte come una pietra miliare per la futura nascita di interi generi musicali indie. Accanto a delicate ballate romantiche trovano posto composizioni sperimentali in cui Alex Chilton sembra mettere in pratica quel nichilismo che l’ha sempre contraddistinto fin dall’adolescenza nei Box Tops.

 

 

Per tre anni il master del disco resta inedito. Chilton se ne dimentica perfino. Alcolismo e uso di droghe hanno accentuato il suo senso di non appartenenza allo show business. Vaga senza suonare per un paio d’anni e nel 1977 si trasferisce a New York. Cerca ingaggi nei club e quando il New York Times titola un trafiletto: “Alex Chilton, Rock Legend, back” ha soltanto 26 anni. Nel 1978 esce, dopo tre anni di inspiegabile naftalina, il famigerato terzo disco dei Big Star e Alex Chilton non lo viene neppure a sapere: come al solito l’industria discografica traffica in sua assenza. L’anno si chiude con la notizia della morte per incidente d’auto dell’amico ed ex socio Chris Bell. I Big Star sono ormai solo un bruttissimo ricordo da lasciarsi alle spalle.

I new waver del CBGB’s vedono in Alex un not-so-beautiful loser, uno che dagli anni settanta è uscito pulito dal punto di vista della reputazione musicale. La sua personalità cinica e disincantata, da vecchio scoppiato che le ha viste tutte a neppure trent’anni, ne fa subito un’icona del punk e quindi, nel 1980, lo troviamo accreditato come produttore del disco d’esordio dei Cramps, gruppo di pittoreschi punkabilly, del tutto incapaci di suonare, che sarebbero poi diventati abbastanza famosi da aprire disastrosamente alcuni concerti dei Police.

 

 

Dal punto di vista discografico gli anni ottanta di Alex Chilton sono una confusa sequenza di lavori sfocati e svogliati usciti per etichette indipendenti (l’incubo della pessima distribuzione sembra perseguitarlo) e a dirla tutta nessuno si ricorda più di lui. Le cose però cominciano a muoversi favorevolmente a sua insaputa a fine decennio, quando escono le ristampe dei tre dischi dei Big Star. Vuoi per fame di riscoperte inusuali da parte dei collezionisti, vuoi per ragioni puramente musicali (un gruppo degli anni settanta che non sembrava degli anni settanta), comincia a formarsi un culto di questa misteriosa band di Memphis, passata senza lasciare tracce e degna di essere riscoperta e celebrata. Gruppi come Teenage Fanclub, Posies e R.E.M. rilasciano interviste in cui confessano il loro amore e il loro debito di riconoscenza verso i Big Star. Nel 1992 la Ryko fa uscire i tre album in cd, completando l’operazione di rilancio con I Am The Cosmos di Chris Bell (postumo e inedito, registrato poco prima della morte) e un live dei Big Star nel 1971, in una formazione a tre.

 

 

Alex si rende conto che si sta verificando qualcosa di veramente inaspettato. Quando nel 1993 gli viene chiesto di rimettere in piedi i Big Star per suonare alla University of Missouri, dice di sì. Nessuno se lo aspettava. Il sogno di migliaia di fan si realizza. Alla batteria c’è il solito Jody Stephens, mentre i due Posies Jon Auer e Ken Stringfellow forniscono chitarra e basso oltre alle loro voci per le armonie vocali. Le canzoni dei Big Star, romantiche, tristi, struggenti, a volte rockeggianti e rabbiose, ma sempre curate, rifinite, fantasiose, vere e  proprie matrici delle produzioni intere di artisti come Wilco e Elliott Smith, tornano a risuonare dopo vent’anni di quasi clandestinità.

 

 

Il secondo tempo del gruppo, fatto di concerti affollati e di riconoscimenti continui, è proseguito ininterrottamente fino al marzo 2010 quando, il giorno prima del concerto al SXSW Festival di Austin Texas, Alex Chilton muore per un attacco cardiaco a New Orleans, dove era andato a vivere da quando aveva smesso di bere. Storia da film, più che da documentario, quella di Alex Chilton: la Memphis degli anni sessanta, la fama precoce, il precoce destino di ex, l’oblio e poi, proprio come in un film, la rinascita dovuta all’amore dei fan per una manciata di canzoni scritte a vent’anni senza crederci troppo.

 

 

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