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Berlino, passeggini e piromani

Berlino nuovo paradiso del welfare e dell'infanzia, ma non tutti sembrano essere d'accordo

Per certi versi Berlino è ancora una città divisa. Le differenze tra quartiere a quartiere sono così significative da riguardare persino il tipo di manifesti elettorali. Il 18 settembre si terranno le elezioni amministrative e camminando per Kreuzberg o Friedrischain, attaccati ai pali della luce si notano i cartelli che sostengono il PiratenPartei (il Partito dei Pirati): il movimento radicale nato in Svezia, famoso per la sua battaglia contro il diritto d’autore e fautore dei diritti civili più al passo con le nuove tecnologie. Se ne vedono parecchi, mischiati ai numerosi manifesti dei Verdi, del Die Linke (letteralmente: La Sinistra) e dei socialdemocratici della SPD (il partito di Klaus Wowereit, sindaco uscente in carica dal 2001) ma è sufficiente superare il grande parco che collega la Porta di Brandeburgo al quartiere residenziale di Charlottenburg perché spariscano del tutto. Qui vanno per la maggiore i poster della CDU, l’unione cristiano-democratica di cui fa parte anche il cancelliere Angela Merkel. Ma non sono né i partiti minori né le grandi forze contrapposte della SPD e della CDU a farla da padrone nel centralissimo Mitte o nell’adiacente Prenzlauer Berg. A farla da padrone lì sono le carrozzine.

Entro nella stanza che l’Hamburger Banhof – il grande museo d’arte contemporanea di Berlino – dedica alle opere di Anselm Kiefer e ci trovo un bambino steso a pancia in giù sul pavimento. Porta una salopette arancione e un caschetto di capelli castani; avrà cinque o sei anni ed è completamente preso a schizzare sopra un foglio l’opera che ha di fronte. Sembra divertirsi moltissimo. Sta copiando una parete di grigia roccia porosa (in realtà credo sia gesso dipinto) percorsa da crepe longitudinali e disordinati grumi di vernice più scura, simili a magma solidificato; qui e là l’artista ha appeso degli scarni appendini metallici da cui penzolano diversi vestiti da bambolina, anneriti come se fossero “sopravvissuti” a un incendio. Il tipo d’immagine che Cormac McCarthy doveva avere in mente mentre scriveva The Road.

Io guardo lui, lui guarda me. Mi sorride per una frazione di secondo poi riprende a disegnare. Non sembra per niente impressionato da quella visione inquietante. Né lui né gli altri nove o dieci suoi coetanei che sciamano liberi e felici tra questa e la sala successiva, tutti con un pennarello in una mano e dei fogli nell’altra. Si ha la sensazione di trovarsi in un parco giochi, se non fosse che ognuna di queste “giostre” costa milioni di euro. Osservo i bambini che circondano rapiti un’altra grossa opera di Kiefer: una riproduzione (3mx2m) in gesso di un aereo grottescamente sformato, come se il velivolo avesse avuto un incidente. Mi viene in mente che assomiglia un po’ a una di quelle altalene che fanno perno nel mezzo; un bambino si siede su un braccio, un altro bambino su un altro e dandosi una spinta fanno su e giù. Per un istante mi sfiora il pensiero di quello che succederebbe se… Se fossi in Italia, ne sono certo, questo pensiero mi accompagnerebbe per tutta la durata della visita ma qualcosa mi dice che qui non capita mai che la somma “oggetti costosi” + “bambini in libertà” dia “catastrofe” come risultato.

Un paio d’ore dopo sono sul punto di uscire dal museo quando incontro nuovamente il bambino con la salopette rossa. È disteso, questa volta a pancia in su, sotto una specie di grossa maschera africana dipinta da Keith Harring. La maschera è attaccata al muro come se fosse un quadro, ma sporge tridimensionalmente in fuori di almeno un metro. Il bambino è sdraiato sotto di lei e guarda in su, nello spazio cavo tra opera e parete. Con lui ci sono gli altri “bambini in libertà” ma ora è incredibilmente apparso anche un adulto, una donna di circa 35 anni o forse meno. Non resisto alla tentazione e l’avvicino per chiederle se è un’insegnante e se quella è la sua scolaresca in gita, cosa che mi pare poco probabile dato che è domenica. Mi squadra un po’ stranita dalla domanda e mi risponde che no, in effetti non è un’insegnante e quella non è una scolaresca. Due dei nove bambini sono suoi, gli altri sono i figli di amici. Per avere le domeniche libere hanno organizzato un sistema di turni per cui ogni domenica una mamma o un papà si occupa dei bambini di tutti gli altri e li porta a fare qualche attività. Tra queste evidentemente rientra anche quella di dargli un’infarinatura d’arte contemporanea. A sette anni. Con un bloc notes e dei pennarelli in mano.

In certe zone di Berlino i bambini sono ovunque tanto che a volte sembrano gli autentici “padroni” della città, spuntano a ogni angolo e sperimentano un grado di libertà e autonomia superiore a quello di certi adolescenti italiani. Numerosi quartieri hanno almeno un paio di kindergarten attrezzati con tutto ciò che l’infanzia può desiderare, tutti forniti di spazi appositi dove i genitori possono bere o mangiare qualcosa mentre i figli si divertono a scalare costruzioni di legno grosse quanto piccoli fortini. Sembra di essere in un’enorme Ikea, solo che qui la cosa funziona alla rovescia. Nei megastore svedesi i genitori lasciano i figli all’ingresso mentre si occupano delle cose serie tipo comprare i mobili, qui sono i bambini a lasciare da parte i genitori mentre si occupano delle cose serie tipo cucinare dolcetti da vendere in strada o costruirsi dei trampoli e imparare a usarli. Sembra una battuta ma in una città in cui essere un giovane genitore significa davvero essere un giovane genitore (la media qui è sui 25-30 anni o anche meno, mentre in Italia di solito si tratta di persone di almeno dieci anni più anziane) e talvolta vivere con un sussidio di disoccupazione più il denaro che lo stato mette a disposizione delle giovani coppie con figli a carico (un minimo di 300 euro al mese per 14 mesi); si vedono moltissimi adulti bighellonare a qualunque ora del giorno e quindi, persino imparare a usare dei trampoli o vendere dolcetti in strada può sembrare un’attività estremamente più produttiva e impegnativa di molte altre.

Mentre contemplo questo paradiso terrestre del welfare, con in testa la r moscia di Tremonti e le tetraggini della nostra politica tetraplegica mi vengono in mente alcune pagine dell’ultimo libro di Franzen, in particolare quelle in cui Walter – uno dei protagonisti – sposa la causa di una giovane che decide di rinunciare per sempre alla maternità, a tal punto è determinata a denunciare l’impatto della sovrappopolazione sul pianeta. Non ho idea del successo riscosso da Freedom nel quartiere di Prenzlauer Berg ma di certo qui il problema della sovrappopolazione non sembra molto sentito e anzi, quella di genitore è una qualifica molto ambita e tanto diffusa che esiste un partito, fondato nel 2006, che si occupa di promuoverne le istanze. Si chiama Eltern Partei (Partito dei Genitori) e pochi mesi dopo la sua fondazione ha quasi raggiunto l’1% dei voti alle ultime elezioni amministrative.

In una birreria del quartiere incontro un amico italiano che ha vissuto in città per più di un anno. Beviamo un paio di Tannen Zapfle, la birra prodotta dallo stato che è migliore di molte marche private, e mi racconta di una festa mobile cui ha partecipato qualche mese prima; si chiamava Mitte Scheisse (Mitte Merda) e dopo essersi sviluppata lungo le vie della città si è spenta (si fa per dire) accendendo un rogo di passeggini a Kreuzberg. Una notizia che fa a pugni con tutto quello che ho visto finora. Quindi esistono persone che non condividono l’iddilio genitori+figli che sembra pervadere la città o quantomeno Mitte e Prenzlauer Berg? Scopro che in realtà i bambini centrano fino a un certo punto e che il rogo dei passeggini potrebbe essere sintomatico di un’avversione che affonda le radici altrove.

Mi indica una serie di palazzi dall’aspetto piuttosto misero, inguainati tra edifici risalenti a prima della guerra e altri di costruzione palesemente recente. Architettura “Ossi”; dell’Est. Anche se guardandolo oggi risulta difficile da credere, durante gli anni del Muro (di cui quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario della costruzione) Prenzlauer Berg faceva parte della D.D.R. e, nel periodo immediatamente successivo alla riunificazione, qui si trovava un Eldorado di case disabitate che furono rapidamente occupate da bohemien, artisti e semplici senzatetto che, per via delle leggi tedesche, ne diventarono così i legittimi proprietari. Per anni a seguire, il dinamismo e lo spirito di questo milieu sociale, unito al bassissimo costo degli affitti, rese il quartiere uno dei centri pulsanti della vita berlinese e dell’arte contemporanea locale e non solo. Dalla seconda metà degli anni ’90 però le cose iniziarono a cambiare, all’incirca quando la speculazione edilizia mise gli occhi sulle attrattive del quartiere rendendo Prenzlauer Berg, nel giro di pochissimo tempo, una delle zone più costose della città. Ad arricchirsi non furono soltanto agenti esterni ma anche alcuni dei pionieri che avevano animato i primi anni dell’abitato e che, nel giro di un decennio, si erano curiosamente trasformati da squatter a speculatori, tradendo – imperdonabilmente secondo chi li contesta – lo spirito con cui erano giunti qui. Alcuni di loro potrebbero benissimo essere i genitori o addirittura i nonni – considerato l’eccezionale ricambio generazionale che si verifica qui – di alcuni dei bambini che circolano nel quartiere. Gli altri bambini sono invece probabilmente i figli della prima generazione di “gentrificatori” che è venuta ad abitare a Prenzlauer Berg attirata dalle sirene del trend, producendo così un ulteriore incremento del costo degli affitti e della richiesta di immobili cosicché – dal momento che a Berlino non è possibile aumentare il costo di un contratto d’affitto in essere, non importa quanto vecchio – alcuni proprietari di stabili hanno cominciato a praticare una sorta di mobbing verso i loro inquilini di vecchia data che si basa, molto semplicemente, sul rifiuto di realizzare lavori di ristrutturazione dei palazzi.

Forse è per questo che le carrozzine sono diventate un bersaglio simbolico di chi contesta l’ipocrisia gentrificatrice del quartiere. Pochi giorni dopo il mio arrivo, sul portone d’ingresso del palazzo in Kolwitzstrasse dove abitavo, è apparso un avviso inquietante che diceva: “Attenzione ai piromani di kinderwagen”. I kinderwagen sono i passeggini. Ho poi scoperto che verso la fine del mese di luglio, diversi piromani sono entrati nei cortili privati di alcuni edifici per dare fuoco ai bidoni dell’immondizia e ai passeggini. Due bambini hanno anche riportato leggere ustioni. Non si sa se dietro ci sia un movente politico o se le azioni siano direttamente riconducibili a chi contesta la speculazione in atto da tempo o agli organizzatori di Mitte Scheisse. Di sicuro è già successo spesso e non solo a Prenzlauer Berg.

Come quasi qualunque italiano quando le cose mi sembrano troppo belle per essere vere (e di cose inconcepibilmente “belle” per i nostri parametri, a Berlino ne trovi quasi a ogni angolo) inizio subito a sentire puzza di bruciato e – in un senso del tutto letterale – questa storia sembra dare ragione al mio peggiore istinto dietrologico. Per loro fortuna i tedeschi stanno già affrontando la cosa con la consueta pragmatica e razionalità. Da qualche settimana le vendite dei rilevatori di fumo sono schizzate alle stelle.

 

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