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Amen

Viaggio (e ritorno) alle radici del calcio, nelle strade dell'Africa: dove il Gioco forse non è una religione, ma è tutto quello che una religione dovrebbe essere.

A Jessica Hilltout il calcio non interessava per niente. Al padre di Jessica, pubblicitario in pensione, belga, residente in Sud Africa, sì, ma a Jessica interessava soprattutto l’Africa. Anche lei faceva la pubblicitaria, poi nel 2004 ha lasciato il lavoro e iniziato a viaggiare e fotografare, è diventata una fotografa, è stata in Madagascar, in Asia, si è legata all’Africa. Si è avvicinata al calcio grazie al padre. Era il 2009 e l’anno successivo il Sud Africa avrebbe ospitato i Campionati Mondiali. Suo padre le disse che sarebbe stato interessante ritrarre fotograficamente la passione africana per il calcio, Jessica disse di sì, e iniziò a viaggiare: quattro mesi, ventimila chilometri, dieci stati e diecimila fotografie. E uno spin-off del viaggio, un ritorno, lo scorso anno. Ne è nato un libro che si chiama Amen: Grassroots Football. Non è una storia nuova, non è recentissima, ma è una buona storia e una buona storia così non invecchia. Lo ha dimostrato l’entusiasmo di Jessica Hilltout quando, due settimane fa, l’ho contattata per avere qualche fotografia di Amen da pubblicare, e qualche notizia in più sul suo progetto e sul suo percorso e sulla sua scoperta del calcio, e dell’Africa. La seconda cosa che mi dice (la prima era che il calcio non le interessava per niente) è che alcuni suoi lavori sono stati selezionati per una mostra che si terrà a New York dal 18 al 21 giugno a cura del Futbol Artist Network, un collettivo di artisti ispirati dal “beautiful game”. A partire dalla terza cosa che mi dice inizia a parlare di calcio, e di quanto oggi le interessi, e del viaggio alla base di Amen, un viaggio che ha cambiato la vita a lei e ha cambiato una piccola parte di vita a molte delle persone incontrate su quei ventimila chilometri.

Grassroots Football significa più o meno “calcio delle origini”, in senso figurato, o in senso meno figurato “calcio popolare”, di base, quello che giocano i ragazzini davanti alle chiese o nei parchi con un Supersantos o un Supertele. In molte parti d’Africa non ci sono Supersantos o Supertele ma palloni artigianali, non sempre rotondi, non sempre di gomma, non sempre capaci di rimbalzare, non sempre delle dimensioni giuste. Però durano più di un Supersantos o di un Supertele, e si possono costruire con sacchi di riso vuoti, vestiti, corda, sacchetti, anche con pezzi di alberi di gomma, staccati dalla corteccia e scaldati su un fiammifero, gonfiati e ricoperti di altra gomma. I palloni sono il centro del viaggio attraverso l’Africa calcistica di Jessica Hilltout, sono l’unica cosa fondamentale nel calcio. Tutto il resto è secondario: scarpe, parastinchi, pali, traverse, divise. I palloni che Jessica ha fotografato, partendo dal Sud Africa e arrivando in Costa D’Avorio (e in mezzo: Lesotho, Mozambico, Malawi, Ghana, Burkina Faso, Niger, Benin, Togo) sono diversi e colorati, alcuni piccolissimi (come a Bourganza, un villaggio dell’entroterra Burkina Faso, dove tutti i palloni trovati sono poco più grandi di un pugno per la scarsità di materiale di assemblaggio nel deserto), altri più grandi e di strane forme (come a Chicome, 200 chilometri a nord di Maputo, Mozambico, dove sono fatti di plastica e corteccia, rendendo il concetto di rotondità nulla più che una vaga mancanza di spigoli).

Per un occhio inesperto è difficile distinguere i diversi luoghi degli scatti: il paesaggio africano è monotono, di terra rossa e spaccata dal caldo e dalla mancanza di acqua, di sabbia (sempre rossa) o di erba alta e secca. Le case sono basse artigianali e colorate, i protagonisti della fotografie hanno sempre torsi nudi o magliette vecchie e smunte, a volte con nomi di calciatori scritti a pennarello sulla schiena, spesso con numeri sbagliati, ci sono spesso galline o bestiame come contorno alle partite o dentro il campo (praticamente sempre dentro il campo, in quanto il campo, non esistendo linee laterali, non è delimitato). Sono i dettagli e i volti (e attraverso i volti le storie) a essere al centro di Amen. I dettagli sono moltissimi e molto colorati. Ci sono, tra le altre cose:

due tronchi di palma, alti circa cinquanta centimetri, mozzati e infilati nel terreno come pali, un metro di distanza l’uno dall’altro (non dovrebbe servire il portiere);

piedi: nudi e calzati; da un paio di Vans slip-on, bucate davanti, con le dita che fanno capolino; da due tipi di scarpe diverse, la destra da calcio, bianca ma sporca, la sinistra un mocassino, anch’esso bianco ma sporco; da un paio di ballerine da ragazza;

scarpe Adidas ormai smunte dal sole, del colore sabbia del terreno. Con un pennarello nero sono state tracciate di nuovo le tre strisce sui lati interni, sulla punta è stato scritto a mano “BARCELO”, omettendo l’ultima sillaba per mancanza di spazio, sui lati esterni la scritta sempre a mano “ETO’O”;

piedi in infradito, il cui lato posteriore è tenuto fermo da un sacchetto di iuta nero che avvolge anche la caviglia;

una maglietta rossa, di cotone. Sul dorso la scritta in pennarello “RONALDO” e il numero 7;

una maglietta a maniche lunghe, rosa. Sul dorso la scritta in pennarello “CECH”;

una cintura con la fibbia piatta, raffigurante Zinedine Zidane;

magliette bianche stese ad asciugare. Sul dorso diverse scritte, “robinho”, “nistelrooy”, “garcia”, ronaldo”, e i numeri 10, 17, 2, 99, riproducendo a mano in pennarello il font del Real Madrid di qualche stagione fa;

una maglietta di Frank Lampard del Chelsea, che arriva al ragazzino che la indossa alle ginocchia, senza più maniche, quasi senza più numero;

e molte altre cose, soprattutto molti altri volti e scene d’azione su spiagge o terreni di fango o sabbia.

Tra le storie, c’è quella dell’Anokye Stars Football Club, di Kumasi, Ghana, gestito dal signor Sani Pollux, che ha raccolto centocinquanta ragazzi dai dodici ai diciotto anni divisi per età, creando una delle squadre giovanili più famose del Ghana. Arrivano da ogni parte dello stato per fare provini da Pollux, ma non tutti vengono registrati. Giocano su terra, non su erba, e Sani Pollux è molto severo per quanto riguarda i falli: un infortunio richiede spese mediche, le spese mediche richiedono soldi, i soldi servono per i palloni, e spesso non bastano. Dall’Anokye Stars FC hanno iniziato giocatori come Sulley Muntari, Anthony Yeboah e molti altri ghanesi che hanno fatto carriera, e a volte fortuna, in Europa. La casa di Sani è di dieci metri quadrati. Sul tetto la parabola satellitare per guardare i canali calcistici internazionali è grande quasi quanto metà casa, dipinta di bianco e azzurro come i colori del club.

C’è anche quella della partita tra il club Vento Inha, in Mozambico, situato un villaggio a pochi chilometri dallo Zambesi, e la squadra del villaggio vicino, chiamata Barcelona. Il Vento Inha aveva divise con numeri cuciti sulla schiena o disegnati a pennarello. Si muovono in trasferta in camion, anche per decine o centinaia di chilometri. Il Barcelona si è presentato al campo indossando cappotti e sciarpe, imitando le divise delle squadre europee viste in televisione, con 45 gradi di temperatura. Il campo di gioco era da dividere con una mandria di bestiame.

Nel 2012 Jessica è tornata in quei luoghi. Il libro era stato un successo, e un accordo con Fifa e Adidas le ha permesso di portare scarpe, parastinchi, divise e moltissimi palloni ai villaggi che aveva visitato. Non è riuscita a tornare in tutti i luoghi che aveva visitato tre anni prima. In Costa d’Avorio, ad esempio, era in corso una guerra, In altri era sconsigliabile guidare per le condizioni del terreno, perché Jessica Hilltout era incinta di sei mesi. I palloni e le scarpe sono state in generale affidate a degli adulti, responsabili dei villaggi o delle piccole scuole calcio della zona. I bambini le avrebbero rovinate indossandole ogni giorno, per lavorare e per andare a scuola.

Quest’ultima parte non è contenuta nel libro, uscito nel 2009, ma sul suo sito personale. È il finale della storia.

 

 

 

Jessica Hilltout – Amen: Grassroots Football

jessicahilltout.com

Immagini: per gentile concessione dell’autrice

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