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Il movimento letterario scomparso in una settimana

È successo pochi giorni fa: Alt Lit, un genere letterario post-Internet nato nel 2011, è stato sepolto da denunce d'abusi sessuali e altre nefandezze. Ora potrà rinascere come genere tutto al femminile.

Lo chiamavano Alt Lit. O Alt-Lit, con il trattino. È stato un movimento letterario nato negli Usa attorno al 2011 e scomparso nell’ottobre del 2014 in appena una settimana. Ha avuto come cuore l’incrocio tra la scena letteraria giovanile di Brooklyn e la cultura digitale di internet, il mezzo che ha sconvolto esistenze e abitudini: non solo un insieme di tubi e nuovi prodotti ma una rivoluzione antropologica, che nelle opere alt lit ha trovato per primo uno spazio non solo decorativo.

Il nome Alt Lit (alternative literature) si è imposto nella scena nel 2011, quando su Tumblr e Twitter diventa prima tag, poi hashtag, poi grembo culturale: nel 2011 Cory Stephens fonda il sito Alt Lit Gossip a cui seguono nuove pubblicazioni e case editrici come Muumuu House, Pop Serial, Illuminati Girl Gang e HTMLgiant; in quegli anni Tao Lin pubblica hit indie come Eeeee Eee Eeee (2007) e Richard Yates (2010), mentre nascono altri autori giovanissimi che propongono uno stile nuovo in cui la vita al tempo di internet viene sviscerata Gchat per Gchat, like dopo like. E quindi le poesie di Jordan Castro, i lavori di Noah Cicero, Megan Boyle, Ben Brooks, Melissa Broder, i folli video di Steve Roggenbuck.

A mio avviso quella dell’Alt Lit, al netto di alcuni episodi poco brillanti, è stata una delle realtà più interessanti degli ultimi anni, una sorta di avanguardia con Adsl che ha prodotto bellissime poesie, romanzi e racconti interessanti e un buon numero di image macro divertenti. Nella prima settimana di ottobre è successo però qualcosa: l’Alt Lit è finita, è stata chiusa come una bottega in crisi e la brezza innovatrice e sperimentale che l’aveva spinta negli anni è scomparsa. Tutto quello che è rimasto è una lista di denunce per abusi sessuali su giovani aspiranti scrittrici da parte di editor e scrittori del giro e un generale senso di disgusto per il lato oscuro di un movimento che sembrava anzi tra i più attenti alle politiche di genere.

È cominciato tutto il 28 settembre scorso con un post su Medium scritto da Sophia Katz, scrittrice ventenne molto nota nel giro. Katz racconta di quando, tempo fa, si è recata a New York per conoscere un po’ di autori che fino ad allora aveva solo incontrato online: non avendo soldi o persone fidate da cui farsi ospitare, finisce per accettare l’invito di «Stan, editor e scrittore», appartamento a Brooklyn e una stanza da dividere. «Stan» è uno pseudonimo a cui Katz ha fatto ricorso perché non era sicura di voler rivelare l’identità del giovane scrittore. Il post ha però un successo immediato e la vera identità di «Stan» viene presto scoperta e resa pubblicata da altre firme Alt Lit come Sarah Jean Alexander: si tratta di Stephen Tully Dierks, editor della citata rivista online Pop Serial.

L’esempio di Katz spinge altre giovani esponenti Alt Lit, tra cui la 18enne Tiffany Wines a condividere storie di abusi simili subiti dal 29enne, mentre Alexander racconta della sua esperienza da coinquilina di Dierks:

Ho vissuto con questa persona per un anno. Ho sentito come parlava della sua ex fidanzata dopo che si erano lasciati. L’ho sentito dire che «non capiva che senso avere uscire con una delle sue amiche” perché alla fine non se le scopa mai. Ho annullato la pubblicazione di un mio pezzo dal suo magazine perché non volevo più favorire la carriera di un misogino.

Torna anche a galla un articolo di Safy-Hallan Farah uscito un anno prima su Fanzine in cui la scrittrice denunciava il razzismo e sessimo imperversante nella placida scena (all’epoca il pezzo fece scalpore e costrinse la testata a una lunga nota di chiarimento). Nel frattempo, come raccontato da The Daily Dot, Isabel Sanhuez, decide di troncare la sua relazione con Dierks, che comincia a bersagliarla con «messaggi sempre più disturbanti e manipolativi», poi postati online.

Arriva infine la risposta di Stephen Tully Dierks, una lettera di scuse sotto forma di un commento su Facebook – quale miglior contrappasso per un autore Alt Lit? – che verrà cancellato poche ore dopo, quando altre due ragazze racconteranno episodi di abusi sessuali perpetuati dall’editor. A poche ore dalle ultime rivelazioni Stephen Tully Dierks annuncia così il suo ritiro dalla scena pubblica.

Lo scandalo è però appena cominciato, perché a detta di molti insider – specie nel gruppo Facebook relativo al sito Alt Lit Gossip – questo turpe lato oscuro della scena è in realtà un falso segreto, un fenomeno che molti conoscevano (o sospettavano) da tempo. Ed è solo l’inizio perché con la caduta di Dierks le crepe della scena arrivano fino al suo re, Tao Lin, lo scrittore che negli ultimi anni è passato da opere di nicchia a romanzi pubblicati per major editoriali, come Taipei (2013). Tao Lin (qui un’intervista di Tim Small del 2011) è l’Alt Lit, egli è la scena stessa e forse qualcosa di più: ne è il simbolo e l’ambasciatore al di fuori dai territori di Internet. Nel momento in cui l’ombra lunga dello scandalo Dierks arriva a Lin, l’Alt Lit tramonta per sempre. Ma andiamo per gradi.

A inizio ottobre, nel pieno dello scandalo, finiscono su Tumblr alcuni vecchi tweet di E.R. Kennedy, ex fidanzata di Tao Lin, oggi un transessuale, in cui sosteneva d’essere stata vittima di abusi sessuali da parte dello scrittore quando lei aveva 16 anni e Lin 22: «ogni giorno vedo voi scimmie del cazzo dare sostegno a tao lin l’uomo che mi ha stuprato, derubato, fatto sentire escluso e alienato [sic]», recita un tweet che ora risulta cancellato e a cui seguono altra accuse, tra cui quella di furto di email private poi finite in Richard Yates, libro di Lin del 2010.

 

 

Un’accusa pesantissima, quella di stupro su minore, a cui Lin ha risposto su Facebook, confermando la sua relazione «difficile» con l’allora minorenne (legale sotto la giurisdizione dello stato Usa in cui si trovavano all’epoca), ricordando che le mail di Kennedy furono utilizzate nel libro previa la sua autorizzazione e cercando un accordo, una pace: Lin arriva per esempio a proporre di togliere dalle stampe l’opera incriminata o di devolvere alla vittima ogni diritto d’autore relativa ad essa.

 

Il botta e risposta via Internet finisce qualche giorno dopo, quando Kennedy tenta di calmare le acque con un tweet: «okay im not going to tweet about this anymore. it will be settled in court. im sorry tao».

Ed è così che l’Alt Lit è finita, soffocata dal marciume degli abusi sessuali e da una condotta sfrenata alla cui base c’è la fama di pochi individui e le morbose logiche della fandom, che nell’era di Internet sembra portare sempre più spesso allo stupro e alle violenze sessuali, come spiegato da John Hermann su The Awl: il web crea idoli per tutti i gusti, rendendoli giganti ma allo stesso tempo accessibili e vicini. Non è un caso che casi simili hanno interessato alcuni divi di Vine e YouTube.

Nella stessa settimana, HTML Giant, sito da sempre considerato vicino al genere, ha annunciato la sua prossima chiusura per poi sfottere su Twitter chiunque abbia mai considerato la testata “vicina all’Alt Lit”. Un’estinzione di massa di firme, proposte e testate. La fine, verrebbe da dire.

E invece no perché proprio nel gruppo Facebook dedicato all’Alt Lit, molte autrici hanno realizzato uno scisma dalla navicella base (ormai putrida e inutilizzabile) e chiamato alle armi le loro colleghe per la creazione di una nuova scena, un nuovo gruppo al femminile.

La poetessa Kia Alice Groom ha per esempio firmato un manifesto anti-Alt Lit dal titolo piuttosto chiaro (“Alt Lit è finito, bruciamo i corpi e saliamone i cadaveri”) in cui ripercorre alcune delle opere principali del sotto genere elencando di punto in punto i tanti, troppi riferimenti agli stupri: una sfilza di citazioni, riferimenti e battute a tema “rape”, parola che è stata uno spettro oscuro, un’ossessione invisibile per anni nel movimento. Rimbalzava da Tumblr alla carta stampata, rumorosa e invisibile ai più. Fino a pochi giorni fa, quando tutto è finito.
 

Immagini: screenshot di tweet e post su Facebook da articoli citati nel pezzo provenienti da Gawker, Dazed, Daily Dot

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