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Al-Jazeera

Cambio di guardia in Qatar. L'emiro, «il più dinamico tra i leader arabi», abdica a favore del figlio: 17 anni di soft power visti attraverso la TV di famiglia.

Oggi l’emiro del Qatar, Hamad bin Khalifa al-Thani, ha annunciato la sua abdicazione a favore del figlio Tamim, 33 anni. Era giunto al potere nel 1995, dopo avere deposto il padre con un golpe bianco. Tra le prime mosse dell’emiro, definito «il più dinamico di tutti i leader arabi», ci fu la fondazione di un nuovo canale d’informazione, al-Jazeera, che portasse prestigio e influenza politica al suo piccolo regno. Che nel frattempo si proponeva come mediatore tra occidente e islam.

In occasione del cambio di guardia in Qatar, pubblichiamo questo ritratto di al-Jazzera. Che con gli anni si è accreditata come faro di informazione di qualità, fino a diventare una delle una delle forze propellenti della Primavera Araba. Ma che, negli ultimi tempi, ha incassato qualche colpo.

Il primo giorno di lavoro Mohammad Jassim al-Ali, allora managing director di al-Jazeera, ha chiamato a raccolta il suo staff: «Immaginate di essere ancora a Londra, anzi, pensate di essere su Marte». Davanti a lui una nuova squadra di giornalisti appena arrivati a Doha da tutto il mondo e assemblata cannibalizzando i grandi network internazionali, Bbc in testa. Correva l’anno 1996 e soltanto qualche mese prima un nuovo emiro, Sheikh Hamad bin Khalifa al-Thani, aveva preso il potere con un golpe bianco. Il direttore al-Ali stava dicendo ai suoi di non sentirsi condizionati dal contesto istituzionale, di mantenere lo standard di imparzialità cui erano abituati: «Rimanete fedeli al principio di obiettività e accuratezza, distanziatevi da tutte le sensibilità politiche che potrebbero derivare dal lavorare qui in Qatar».

Nel decennio successivo al-Thani si sarebbe meritato l’epiteto del «più dinamico di tutti i leader arabi». La creazione di un canale di informazione radicalmente innovativo per la regione mediorientale, basato sugli parametri qualitativi anglosassoni e con una linea editoriale (almeno in parte) indipendente – in altre parole: un media credibile – fu una delle prime decisioni prese quando salì al potere. «L’emiro aveva un piano, e al-Jazeera faceva parte di una serie di mosse strategiche», dice a Studio Hugh Miles, giornalista britannico di stanza al Cairo, autore del saggio Al-Jazeera: The Inside Story of the Arab News Channel That is Challenging the West.

L’ascesa del Qatar inizia con la crisi dell’Arabia Saudita. Al-Thani ha cavalcato la tempesta, acquisendo influenza attraverso il soft power: se controlli il canale televisivo più popolare, hai anche un peso politico.

A quei tempi il Qatar era ancora una piccolo emirato senza un grande peso specifico, alle prese con una realtà circostante volatile: l’Iraq aveva invaso il Kuwait, minacciando l’Arabia Saudita e, di riflesso, le altre monarchie del Golfo; nel contempo a Riyadh e altrove si avvertivano i primi segnali di irrequietezza, indice che, presto o tardi, l’equilibrio nella regione avrebbe subìto dei mutamenti: «L’ascesa del Qatar inizia con la crisi dell’Arabia Saudita», sintetizza Margherita Paolini, esperta di geopolitica e coordinatrice scientifica di Limes. «Al-Thani ha deciso di cavalcare la tempesta», racconta Miles. «Così ha tentato di acquisire influenza attraverso il soft power, aveva capito che se controlli il canale televisivo più popolare, hai anche un peso politico».
Ben presto, ricorda Miles, al-Jazeera ha «travolto il mercato» arabofono, affamato di una informazione che avesse almeno una parvenza di credibilità: «La gente era abituata a vedere in TV leader politici che stringevano mani e baciavano bambini, invece al-Jazeera raccontava quello che accadeva sul campo, che pare ovvio, ma per il pubblico arabo era una novità».

Il successo, quasi immediato, del nuovo network televisivo «stava soprattutto nella sua natura panaraba», sostiene Philip Seib, docente di giornalismo alla University of Southern California e autore del volume The al-Jazeera Effect. «Ha avuto un’influenza unica sul mondo arabo perché offriva una copertura a 360 gradi della regione e, a differenza degli altri media in circolazione a quei tempi, non risentiva dell’influenza diretta di alcun governo nazionale», racconta a Studio il docente. «Per la prima volta, gli spettatori assistevano a dibattiti aperti su corruzione, i diritti delle donne, il rapporto tra religione e politica, tutti temi che prima si discutevano sottovoce: il pubblico arabo era abituato a sussurrare, al-Jazeera ha dimostrato loro che potevano parlare».

Come una televisione creata e direttamente finanziata dalla famiglia regnante di una monarchia assoluta sia riuscita ad accreditarsi come fonte d’informazione indipendente, può sembrare un paradosso a molti. Oggi, del resto, dopo l’intervento militare in Libia, di cui al-Jazeera è stata una fervente sostenitrice, e mentre in Siria infuria una guerra civile dove il network sostiene apertamente i ribelli, una delle critiche più frequenti al canale panarabo è quella di essere «uno strumento di politica estera del Qatar». Se non, addirittura, «il megafono dell’emiro al-Thani», che alcuni vedono come una delle forze propellenti delle trasformazioni epocali che nell’ultimo biennio hanno portato alla nascita di un nuovo ordine mediorientale.

Però bisogna ricordare che quando al-Jazeera è nata, nella seconda metà degli anni Novanta, le condizioni sul campo erano assai diverse, così come le ambizioni dell’emiro erano meno palesi. Il Qatar, soprattutto, non era la micro-potenza che è oggi: «Al-Jazeera parlava di tutto tranne di quello che accadeva a Doha, ma nessuno ci trovava alcunché da ridire perché non era un tema che interessava», dice Hugh Miles.

Dopo gli attacchi contro le Torri Gemelle, al-Jazeera è entrata nell’immaginario occidentale come “la TV che manda in onda i messaggi di Osama bin Laden.”

Al-Jazeera diventa al-Jazeera con l’avvento del nuovo millennio. L’esplosione della rivolta palestinese nel 2000, gli attentati dell’Undici Settembre, le guerre in Afghanistan e in Iraq: nonostante i primi successi iniziali, sono questi gli eventi che portano alla televisione del Qatar la visibilità planetaria, unita ai sospetti dell’occidente. «Il network è esploso con l’Intifada», ricorda Miles. «Era dove c’era l’azione. Inoltre ospitava voci che non trovavano spazio su altri outlet, come Hamas, Hezbollah e persino gli israeliani». Dopo gli attacchi contro le Torri Gemelle, al-Jazeera è entrata nell’immaginario occidentale come “la TV che manda in onda i messaggi di Osama bin Laden.” Lo scontro con gli Stati Uniti, in piena fase neo-con, è frontale: nel 2001 viene arrestato in Afghanistan un cameraman di al-Jazeera, che trascorrerà sei anni a Guantanamo; nel 2004 l’allora segretario della Difesa Donald Rumsfeld attacca la televisione, definita «disonesta, approssimativa e indifendibile»; al-Jazeera è frequentemente accusata di glorificare gli attentati da parte degli insorti iracheni.

Il network qatarino risponde andando alla ricerca di un pubblico anglosassone: nel 2006 lancia al-Jazeera English, un canale di informazione in lingua inglese, con una programmazione e una redazione separate da quello arabo. Al-Jazeera English si rivolge a un pubblico completamente diverso: un’intellighentsia incuriosita dal mondo esterno, tendenzialmente progressista e, soprattutto, occidentale. Non sorprende, dunque, che il messaggio veicolato sia spesso diverso e i toni più moderati: «La retorica della stazione televisiva varia largamente a seconda della lingua in cui si trasmette», fa notare su Foreign Policy un noto blogger arabo, Sultan al-Qassemi. In questo senso, sostiene Qassemi, «al-Jazeera soffre di una “dicotomia in stile Yasser Arafat,” il leader palestinese che aveva l’abitudine di adattare il suo messaggio a seconda del pubblico cui si rivolgeva».

Gradualmente, la televisione basata a Doha si costruisce una base di fan occidentali. Come per esempio Robert Kaplan, che su The Atlantic (con un pezzo intitolato, niente meno, “Why I love al-Jazeera”) lodava l’«internazionalismo eclettico» dell’emittente e la sua copertura non euro-centrica del globo, che le consentivano di «concentrarsi ugualmente sui tutti gli angoli della Terra, anziché focalizzarsi su alcuni punti chiave di qualche interesse imperiale o post-imperiale».

Cosa interessante, il lancio di al-Jazeera English coincide con l’inizio di un marcato attivismo diplomatico da parte del Qatar, che nella seconda metà degli anni Duemila comincia a proporsi come intermediario tra mondo islamico e occidente. Sono gli anni in cui, tra le altre cose, gli interventi militari statunitensi attraversano un momento di difficoltà, l’Iran si sta affermando come potenza regionale e Hamas prende il potere a Gaza – in altre parole, una fase storica in cui si avverte la necessità di una figura mediatrice. Al-Thani coglie l’opportunità al volo, negozia accordi in Libano, Marocco, Libia, Yemen e nel contempo coltiva i rapporti con gruppi islamici radicali: la famiglia regnante si costruisce, per citare un giudizio del New York Times, «una reputazione di arbitri indipendenti che vanno d’accordo con tutti, dall’Iran, a Israele, passando per i separatisti ceceni».

Al-Jazeera diventa uno dei veicoli della Primavera Araba: «Non ha creato le rivolte, ma ha fornito alcune delle scintille che hanno acceso il fuoco»

Quando, alla fine del 2010, esplodono le proteste nelle piazze mediorientali, la TV del Qatar diventa uno dei veicoli della Primavera Araba: «Al-Jazeera non ha creato le rivolte, ma ha fornito alcune delle scintille che hanno acceso il fuoco», dice Philip Seib. Per esempio, sostiene il docente, i primissimi moti in Tunisia sarebbero rimasti sconosciuti al pubblico egiziano, se non fosse stato per l’emittente panaraba, che invece diffondendo in tempo quasi reale le proteste contro il presidente tunisino Ben Ali ha contribuito a ispirare la rivolta contro l’egiziano Hosni Mubarak. «La televisione egiziana si guardava bene dal trasmettere le notizie da Tunisi, perché le rivoluzioni sono contagiose. Mubarak voleva mantenere il suo popolo all’oscuro, ma non ci è riuscito perché agli egiziani è stato sufficiente sintonizzarsi su al-Jazeera».

Resta da chiedersi perché, se è vero che «le rivoluzioni sono contagiose», l’emiro del Qatar abbia non solo permesso ad al-Jazeera di fungere da megafono delle proteste, ma abbia persino incoraggiato campagne contro alcuni despoti mediorientali. La risposta sta in parte nella composizione, assai peculiare, della società del Qatar, dove i cittadini sono poco più di 300 mila e il Pil pro-capite è uno dei più alti al mondo: se al-Thani non ha paura, è perché i suoi sudditi non hanno incentivi a ribellarsi, almeno per il momento. Inoltre è stato fatto notare che l’emittente dell’emiro tende a utilizzare un doppio standard, in base agli interessi del Qatar. Quando la caduta di un tiranno fa comodo a Doha – come nel caso di Gheddafi, Assad e, in misura minore, Mubarak – le proteste sono amplificate; quando sotto attacco c’è un regime “amico” o il cui indebolimento potrebbe danneggiare il Qatar, passano in secondo piano: «Al-Jazeera ha una copertura più morbida dei moti nelle altre monarchie, come il Bahrein, l’Arabia Saudita e persino il Marocco», dice Seib.

Davanti alla guerra civile in Siria, in particolare, la partigianeria dell’emittente è evidente: materiale video e fotografico viene pescato dai social media e da siti vicini ai ribelli senza verifica e il ruolo di gruppi radicali, inclusa al-Qaeda, è minimizzato, specie nel canale in lingua araba. Dal punto di vista dell’emiro al-Thani, del resto, la caduta del regime di Assad è una grande opportunità politica ed economica: «È la sua occasione di avere finalmente uno Stato sunnita su cui esercitare la propria influenza, nonché uno sbocco sul mar Mediterraneo», dice Margherita Paolini, la coordinatrice scientifica di Limes. «Per al-Jazeera la Siria è una caduta di stile abissale», commenta Paolini, e adesso c’è chi si domanda se, a 17 anni dalla sua fondazione, la grande televisione panaraba non stia perdendo la sua fonte principale di prestigio, ossia la credibilità: «L’Egitto ha fatto al-Jazeera», scrive al-Qassemi, il blogger. «La Siria la sta distruggendo».

 

Tratto dal numero 10 di Studio.

Foto: gentile concessione di al-Jazeera.

 

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