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Paolo Sorrentino racconta

Il cinema, la tv, Roma, Napoli e The Young Pope (ora anche in America): un incontro con il regista premio Oscar.

di Cristiano de Majo

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Roma, ottobre 2016, una giornata di inizio autunno con sole misto a pioggia, l’aria ancora troppo umida, il vento che a momenti spazza i resti dell’estate. Dalla stazione Termini a piazza della Repubblica, cinque minuti a piedi per andare a vedere l’anteprima di The Young Pope al Moderno, attraversando le solite aiuole spelacchiate, in mezzo agli alberi invasi dagli stormi strillanti, che ti fanno pensare: “Roma è sempre la stessa” ma anche “Roma non è più la stessa”, due cose che per assurdo non sono per forza in contraddizione, ma possono essere entrambe vere o conciliabili.

È curioso, allo stesso tempo, che in questi anni sia stato l’occhio di un napoletano ad aver reimmaginato Roma per tutti gli occhi del mondo. Ma per questo c’è una spiegazione più facile. Paolo Sorrentino ha iniziato a vedere la Città eterna dall’interno, “la Roma dei palazzi”, dei cortili, dei chiostri nel Divo – «È stato dopo Il Divo che io e Daniela abbiamo deciso di trasferirci da Napoli» – poi la Roma degli spazi aperti, dei monumenti, dei panorami e dei tramonti della Grande bellezza, infine adesso, con la sua prima serie tv, una perfetta via di mezzo tra le due Rome; perché il Vaticano è la “città chiusa” per eccellenza, le stanze enormi con le porte serrate, ma anche i giardini e le piazze, e persino la Roma delle folle.

«Sono innamorato di Roma, ma la vivo come un turista, non la conosco veramente», dice lui, il regista, seduto a un tavolo nel roof garden del Bernini Bristol di piazza Barberini nel tardo pomeriggio di quel giorno, quando l’anteprima è finita ed è iniziata la straziante trafila delle interviste con la stampa italiana ed estera. Siamo arrivati alla fine di questa giornata, mentre adesso, dal tetto, l’arancione del tramonto si mischia coi segni grigi del temporale, seduti a un tavolo con sopra una tovaglia bianca e un posacenere, un sigaro, un accendino. Lui ha una giacca blu e una camicia azzurra. Tira vento. Lo immagino stanchissimo e con nessuna voglia di parlare, invece è gentile, curioso.

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Prima abbiamo aspettato il nostro turno, mentre una delegazione del governo albanese, con tanto di macchine ufficiali parcheggiate in piazza Barberini, aveva inondato la hall dell’albergo, dando agli interni un bizzarro tocco da business meeting esteuropeo. Un albergo occupato per un pomeriggio dal “circo del cinema” e da un incontro d’affari legato a un governo postcomu- nista, sullo sfondo di pareti stuccate e lampadari luccicanti, e uffici stampa, e facce conosciute, viste forse di sfuggita in un film in costume di qualche anno fa. Un’atmosfera sorrentiniana, si sarebbe tentati di dire, che poi altro non è che un’evoluzione dell’aggettivo felliniano; espressioni che entrambe sembrano avere la forza di condensare una forma di italianità tout court. Però c’è questo, ritornando al discorso di prima, e non può essere una coincidenza: Fellini e Sorrentino, con le dovute differenze di contesto e di epoca, hanno colto entrambi la quintessenza di Roma e l’hanno fatta diventare non solo commestibile ma una specie di archetipo per lo straniero. La non coincidenza è che né Sorrentino né Fellini sono romani. Lo “sguardo da turista” candidamente dichiarato dal regista napoletano ha finito per combaciare in qualche modo con lo sguardo del turista vero e proprio, così come in Fellini la meraviglia del provinciale era simboleggiata da una bellezza nordica nella vasca della Fontana di Trevi.

«Me ne sono andato da Napoli per stanchezza, ma anche perché sono una persona paurosa ed è una città che riesci a vivere bene solo se la affronti di petto»«Me ne sono andato da Napoli per stanchezza, ma anche perché sono una persona paurosa ed è una città che riesci a vivere bene solo se la affronti di petto, se la esplori senza il timore che ti possa succedere qualcosa… dipende probabilmente anche da dove sei nato». I suoi natali difatti non sono di quelli che ti fanno acquisire credibilità di strada. È cresciuto al Vomero, in via San Domenico, un lunghissimo cul de sac, quasi nascosto e in discesa, che si dirama da una delle arterie più trafficate (via Cilea) e arriva fino ai bordi della Tangenziale. Non ci potrete capitare neanche per sbaglio: è una Napoli normale, medio-borghese, anonima per quanto possibile. Proprio l’idea di anonimato ritorna nel racconto che lui fa del suo rapporto con Roma: «Mi piace camminare, appunto come un turista, e finisco sempre negli stessi posti, soprattutto all’inizio sentivo una libertà che a Napoli è molto difficile raggiungere, un’assenza di minacce».
Dunque le passeggiate romane di Jep Gambardella, per ammissione dello stesso autore, sono le passeggiate romane di Paolo Sorrentino, andato via da Napoli e animato da una forma di tanto entusiastica quanto scazzata flânerie. Resta difficile collegare il cinema di Sorrentino a elementi autobiografici, ma se n’è ritornato a parlare anche dopo l’intervista di Cazzullo sul Corriere della Sera, in cui è stata riportata alla luce la storia della morte dei genitori, che ha subito fatto pensare a una corrispondenza tra la condizione di orfano del giovane papa americano e quella del suo autore.

In quanto al rapporto tra Napoli e Roma, c’è ovviamente dell’altro. E quest’altro, come si è detto quando uscì il film, è soprattutto Raffaele La Capria, pure lui napoletano rinnegato e romano naturalizzato, e il suo Ferito a morte, romanzo sulla fuga e il tradimento, che Sorrentino voleva trasformare in film e che poi è diventato un film con un protagonista che faceva pensare a La Capria. «Ormai giù ci torno pochissimo, non ho più neanche la casa, non provo neanche quella nostalgia, anche con La Capria ne ho parlato e lui dice la stessa cosa: la mia casa è qui, a Roma. Sì, ogni tanto penso che vorrei girarlo un altro film a Napoli, ma poi mi rendo conto che sarebbe troppo faticoso, sia da un punto di vista personale che professionale». Che film sarebbe? «Qualcosa sulla piccola borghesia». In ogni suo lavoro di Napoli restano le tracce, è un fantasma che viene evocato senza mai occupare la scena, senza impegnarti nel corpo a corpo, una reminiscenza, una lingua soprattutto, o soltanto un lampo. Ciro Pomicino nel Divo, i ricordi (capresi?) di Gambardella nella Grande bellezza, Maradona in Youth. E in Young Pope un Silvio Orlando, già definito monumentale per la sua recitazione in inglese, cardinale tifoso del Napoli calcio che legge il Corriere dello Sport.

A fine anteprima, in mattinata, proprio da Silvio Orlando avevo sentito dire la cosa più divertente e forte della conferenza stampa. Manifestando la sua contentezza per la parte nella serie tv, l’attore aveva dichiarato: «Anche perché finalmente sono uscito da quelle stanzette anguste e ho girato scene in stanze grandissime, in spazi enormi». La cosa, che faceva ridere perché sembrava uno di quei tipici cattivi pensieri sul cinema italiano da tinello degli anni Ottanta-Novanta arrivato fino a oggi che veniva condiviso persino da uno che ne era stato simbolo, si era poi precisata in un ragionamento più articolato: «Per una serie di ragioni storiche e culturali», aveva detto Orlando, «il nostro cinema per troppi anni ha avuto paura del bello, come se il bello fosse qualcosa di volgare, da nascondere, da rifiutare, io stimo molto Paolo perché fa parte di una nuova generazione di autori che ha riportato il bello nel cinema italiano».

Ora sul terrazzo il regista si dichiara lusingato per le parole di Orlando e nemmeno si nasconde: «Credo che in fondo sia vero, io, Garrone, Crialese, ma non mi far fare nomi, che poi mi dimentico magari qualcuno di importante, abbiamo rappresentato una rottura». E di questo gli va dato atto, che si sia sorrentiniani della prima ora (quelli che lo hanno scoperto e amato da subito, con L’uomo in più, e che magari hanno provato fastidio nel vedere il proprio riferimento indie diventare mainstream) o che lo si sia conosciuto grazie all’Oscar, è difficile non riconoscere nel cinema di Sorrentino qualcosa che sta su un altro pianeta rispetto a quello che ci eravamo abituati ad associare alla produzione italiana. E il fatto di essere un regista diventato “discorso da bar” – “ma a voi Sorrentino piace?”, “che ne pensi della Grande bellezza?” – testimonia che questa rottura ha avuto un impatto forte, diffuso. 80 I Paesi del mondo che hanno acquistato i diritti della serie953 mila Gli spettatori delle prime due puntate di The Young Pope su Sky Atlantic

Per me che sono un po’ più giovane di lui, ma generazionalmente vicino e che sono cresciuto nelle stesse zone di Napoli e che ho sentito il suo nome girare un po’ di tempo prima, e che l’ho visto persino frequentare uno scalcagnato centro culturale con cineforum nella cementificatissima via Caldieri, è stato abbastanza vertiginoso vederlo salire sul palco del Dolby Theatre o firmare adesso una serie sotto l’egida di Hbo. Come quei compagni di scuola dei presidenti, l’ho visto sempre come una cosa vicina arrivata lontano. Gli ho chiesto, quindi, mentre per l’ennesima volta si accendeva il sigaro, con la mano davanti per coprirsi dal vento e le guance tirate per aspirare il più possibile, se fosse in grado di descrivermi la forza dell’emozione di vincere il più importante riconoscimento per il cinema al mondo. «È stata una cosa fortissima sì, anche perché alla fine per assurdo, e visto com’erano andati i Golden Globe, ci sentivamo quasi obbligati e negli ultimi giorni ci erano arrivate delle voci non rassicuranti, per quello è stato ancora più bello». Chiedo lumi anche sulle possibilità di finire in depressione dopo successi così clamorosi. «Avevo già programmato l’inizio delle riprese di Youth dopo pochissimo, per cui ho ricominciato a lavorare e non ho avuto il tempo di deprimermi». Proprio qui, in una scena centrale, Harvey Keitel e Jane Fonda si confrontano sulla televisione. A causa di una parte avuta in un programma tv, l’attrice vuole abbandonare il film-testamento del maestro Mick Boyle, che reagisce dicendole che la televisione è merda – «Television is shit» – la risposta della Fonda è: «Television is the future». Una coincidenza interessante col senno di poi, ovvero col senno di una serie tv da lui scritta e diretta, venduta nel mondo, con un cast internazionale, e adesso vista e discussa in Italia. Sapeva che avrebbe lavorato per la televisione quando ha scritto quella battuta? Quella battuta era frutto di una sua dialettica interiore?

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Il fatto è che Sorrentino è uno che minimizza sempre – «Ma no, erano le battute di due personaggi e non c’entrano niente con me, io penso che la televisione non è il futuro come il cinema non è il passato» – e non potremo mai sapere se minimizza per contenere gli indizi autobiografici (farebbe bene). L’esperienza produttiva di The Young Pope sembra però averlo galvanizzato: «La televisione è diventata molto più interessante, grazie a un broadcaster come Sky, all’intelligenza di Sky che ha capito che esisteva un pubblico per certe cose, senza più la preoccupazione del funzionario Rai che imponeva mille limiti finendo per creare una pappetta». «E in fondo», aggiunge, «il modello produttivo è simile a quello che ho usato per miei ultimi film, un produttore “amico” – che nel caso di Young Pope è Lorenzo Mieli, ma per il cinema è sempre stato Nicola Giuliano – con intorno, in un cerchio più largo, una serie di finanziatori, anche stranieri». È stata anche la prima volta di Sorrentino con gli americani. Hbo, infatti, produce insieme alla più canonica (per le nostre latitudini artistiche) Canal+. La cosa viene commentata così: «Ho rifiutato varie cose in passato perché ho sempre avuto paura di fare film con gli americani. La questione dell’invasività non è un luogo comune. Ma con Hbo è stato diverso, hanno un’altra sensibilità, il che non vuol dire che non abbiano esercitato, com’è giusto che sia, un controllo sul lavoro».

«Mi è piaciuto anche ritornare a utilizzare cose che avevo imparato all’inizio, non solo come si scrive una storia ma anche i trucchi per farlo, espedienti che avevo volontariamente disimparato»Secondo la maggior parte delle persone che conosco, i migliori film di Sorrentino sono i primi, e precisamente i primi due, ovvero L’uomo in più e Le conseguenze dell’amore. In questo c’entra sicuramente l’atteggiamento di cui parlavo prima – il fastidio di condividere una scoperta artistica con la massa – ma c’è forse anche una ragione più sensata. I primi due sono anche i suoi film più scritti, nel senso di più strutturati narrativamente. Dopo, il regista sì è concentrato molto più intensamente sull’esperienza “pittorica”, sulle immagini, sulle scene, e molto meno sulla trama, sulle traiettorie dei personaggi, sul racconto. Le prime due puntate della serie viste all’anteprima mattutina mi avevano fatto pensare a un ritorno allo stile degli esordi: una serie tv deve per forza di cose essere strutturata narrativamente, cosa che Sorrentino ha evidentemente saputo fare, ma ha ricominciato a fare bene per la televisione. «Mi è piaciuto anche ritornare a utilizzare cose che avevo imparato all’inizio, non solo come si scrive una storia ma anche i trucchi per farlo, espedienti che avevo volontariamente disimparato». Sembra essergli tornata  “la voglia del racconto” anche oltre i libri. Sarà la direzione anche di un suo prossimo film? Ultimamente si era parlato di un suo progetto su Berlusconi. «È una delle cose che abbiamo messo in tavola, ma ancora a livello embrionale, perché quello in cui sono impegnato e mi interessa fare adesso è la seconda stagione della serie», dice lui.

Poi è inevitabile che si ritorni a parlare di Napoli (ovvero sarebbe anche evitabile, ma si vede che è una cosa che gli piace fare). Di come si può conciliare questa specie di rifiuto con quel desiderio, che nel napoletano resta comunque, di lasciare ai figli un’idea di radici. E poi di quanto la città, nonostante la sua perifericità, oggi sia centrale nella produzione culturale italiana, soprattutto quella che diventa successo all’estero. Roberto Saviano – «ma lui è di Caserta», commenta ridacchiando – Elena Ferrante, Paolo Sorrentino sono probabilmente i tre italiani del mondo culturale più famosi al mondo. Il fatto, come ho detto, è che poi lui minimizza e ogni formulazione di ipotesi rischia di diventare una cosa forzata. Forzata quasi in senso letterale, ovvero che richiede uno sforzo, che Sorrentino non ha evidentemente voglia di fare. Dall’esterno sembra che proceda per intuizioni più che per speculazioni. Il suo talento cinematografico per le associazioni di immagini corrisponde a un rifiuto per la sovrastruttura? Sono giorni in cui si parla molto di Elena Ferrante – «La sto leggendo proprio adesso la tetralogia» – per cui mi viene da chiedergli qualcosa sull’invisibilità, se è pesante essere una faccia, se dopo una giornata così di interviste a tappeto, di strette di mani, di gente che ti succhia dichiarazioni, non venga voglia di sparire. «Non lo so», mi risponde, «in fondo a me fa piacere essere riconosciuto e, se non altro ha dei piccoli vantaggi, per esempio quando vai al ristorante non capita mai che ti diano il tavolo vicino ai cessi».

 

Fotografie di Jonathan Frantini
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