Go Thunder!
11/06/2012 Articoli

Go Thunder!

Perché dovresti stare sveglio fino alle tre di notte e tifare per gli Oklahoma City Thunder

di Tim Small Stampa

I grandi avvenimenti sportivi sono, per me, irrinunciabili. Quello che io personalmente considero un grande avvenimento sportivo, voi probabilmente lo considererete abbastanza particolare, in questi giorni in cui la nostra intelligenza collettiva è mirata esclusivamente a dare consigli inutili a Cesare Prandelli (es. “Cosa togli Balotelli! Dove vuoi andare con Di Natale!?! Di Natale, pensa te!” cosa che ho urlato esattamente due minuti prima che segnasse, appunto, Di Natale), come se la sapessimo più lunga di lui. Per me, almeno, il vero momento sportivo di giugno inizierà domani sera, quando, gonfio di caffeina, guarderò Gara 1 delle Finali NBA, tifando gli Oklahoma City Thunder di Durant, Westbrook e Harden. Tiferò per loro con tutto il cuore, come se fossi un mandriano con la camicia a quadri, invece di quello che sono: un milanese con la camicia a quadri, ma portata per ragioni estremamente diverse. Ho pensato, quindi, di fornire una breve guida al tifo dei Thunder, dato che non sono proprio parte dell’immaginario colletivo – almeno non quanto i Miami Heat di LeBron James e Dwyane Wade, che domani sera saranno, per l’appunto, i rivali dei Thunder.

Per il bene delle visualizzazioni di questo articolo immagino e spero che vi sarete un pelo stancati di sentire discorsi su discorsi sull’Europeo in ogni possibile salsa su ogni possibile mezzo d’informazione. Anche in questo caso, sto usando me stesso come metro di giudizio, dato che ieri pomeriggio ho guardato un’intera intervista di circa quattro minuti tra l’inviata di Sky e quattro tifosi di Potenza a Danzica, intervista che ha compreso anche tre domande di gastronomia, incluso: quanto sono pesanti i ravioli polacchi rispetto ai nostri. Tre domande diverse, perché l’argomento andava approfondito. Dio ci salvi da Sky Sport24.

È in una situazione del genere, quindi, che vi propongo una breve guida al tifo per la squadra più eccitante dell’NBA, da leggere il giorno prima che inizino le Finali NBA. Anche nota come: Parliamo un attimo di basket che di calcio siamo pieni fino alle orecchie (e il tennis è noioso).

 

1) Il basket è bello e divertente e vederlo con una ragazza è meno da sfigati che vederci il calcio, anche se è comunque abbastanza da sfigati

Non so quanto questo sia vero, ma l’ho scritto comunque, perché mi sembrava una cosa forte da dire e, una volta, il mio vecchio direttore, consigliandomi su come approcciare un pezzo, mi disse, «Dì una cosa esagerata e controversa all’inizio e poi passa il resto del pezzo a difendere quella cosa». Forse aveva ragione, forse no: per stavolta facciamo che lo scrivo, e poi vediamo. Fatto sta che il basket NBA è, effettivamente, estremamente spettacolare, e per una lista di ragioni che rafforzano quanto appena detto vi rimando ad un pezzo che scrissi più di un anno fa proprio per le pagine del bimestrale di questo sito.

Ora, rinnego quanto scrissi riguardo all’abbandonare il calcio, ovviamente, ma non rinnego quanto scrissi sul colpo di stato orchestrato da Telecom, RCS e Internazionale FC, soprattutto alla faccia di quanto continua ad emergere su quella triste farsa di “giustizia sportiva”. E non rinnego assolutamente le ragioni per le quali consideravo, e continuo a considerare, la figata assoluta e totale che è l’NBA: la spettacolarità, la sportività, l’atletismo, la ricchezza narrativa, le storie, i personaggi, il sito dell’NBA, l’uguaglianza tra le squadre, il sistema a somma zero, la democrazia, Grantland.com, e poi, ovviamente: Kevin Durant. KD. Durantula. La stella degli Oklahoma City Thunder, l’Anti-LeBron James, il più grande talento offensivo nel basket mondiale, l’uomo responsabile dei miei 2:30 preferiti di basket su YouTube. Quello per cui dovreste tifare fortissimo domani sera.

Riguardo a quello che ho detto prima, nel titolo: non ho alcuna prova a sostegno della mia tesi. Ma voi provateci. Almeno sarete relativamente più esotici di quelli che le fanno stare sedute sul divano mentre guardano il calcio su sportitalia. Magari funziona. Boh.

 

2) Oklahoma City è il contrario di Miami, che è una cosa bellissima da essere

Qualche mese fa dei miei amici americani, un texano e un georgiano, entrambi trapiantati a Brooklyn, mi hanno convinto che, a parte Tom Petty, niente di buono fosse mai uscito dalla Florida, da loro definita “il cesso d’America” (le mie rimostranze li costrinsero poi all’inclusione di una clausola anche per i 2 Live Crew).

La Florida, quindi: il posto dove vanno in vacanza i Bobi Vieri e gli spacciatori di cocaina, dove una donna su due ha le tette di gomma, dove appena esci da South Beach trovi cacciatori analfabeti senza denti che vivono nelle paludi e fanno la lotta con gli alligatori. Lo stato da dove provengono tutti i gangster più deficienti dei romanzi di Elmore Leonard. Lo stato che, dalla sua, ha il clima, e basta. Alcuni obietteranno, “Ma c’è l’Arte Contemporanea!”, e quegli alcuni non saranno mai miei amici. Miami, poi: la luccicante, ripulita cattedrale nel deserto culturale e sociale dello stato indubbiamente più scrauso degli Stati Uniti, la città in cui tutto lo schifo viene ripassato con una mano di bianco (e di fuchsia). È una città senza storia, una città finta, e le sue squadre sportive riflettono questa finzione. È una città la cui squadra di baseball si presenta sul diamante vestita come il cattivo in un film di kickboxing russo del ’94, quando tutti sanno che l’uniforme corretta nel baseball è un pigiamone degli anni 20.

Oklahoma City, invece, è quanto di più vero l’America possa offrire. Una città piccola, modesta, umile, con una sola squadra sportiva nelle leghe nazionali – i Thunder, appunto. Ditemi una cosa che sapete su Oklahoma City? Una qualsiasi. Una sola. Ecco: appunto. È una città indistinguibile da dozzine di altre città nel centro dell’America. I soliti problemi di crystal meth, l’occasionale uragano, una popolazione straordinariamente obesa che tende ad indossare cappelli e stivali da cowboy e poc’altro. Oltre ai SANI VALORI DI PROVINCIA.

P.S. OKC, tra l’altro, ha dato i natali a Brian Phillips, il direttore di RunOfPlay, il miglior sito di approfondimento calcistico-narrativo al mondo, che è pure un’ottima persona-da-seguire-su-twitter. Phillips tifa i Thunder. Non che questo debba spingervi a tifarli anche voi, ma buono a sapersi comunque.

 

3) I Big Three di Miami, ovvero IL MALE

In mezza a tutta la finzione di Miami, nulla è più finto dei Miami Heat. Una squadra finta, con tifosi finti, e giocatori che più che essere attaccati alla maglia sono attaccati all’idea di fare comunella e vincere assieme dalle loro ville sullla spiaggia piene di arte orrenda. All flash, no smash, come si direbbe da quelle parti. I Heat, d’altronde, sono stati costruiti in una maniera alquanto dubbia, eticamente parlando. E sì, sto parlando di etica e di sport, amici interisti. Per chi non lo sapesse: due anni fa, quando LeBron James, Dwyane Wade e Chris Bosh (i “Big Three” di Miami, che poi sono più “Big Two and a Half”) erano tutti free-agent—quello che nel linguaggio calcistico si chiamerebbe “scadenza di contratto”—hanno deciso di mettersi assieme in una sola squadra e cercare di vincere dei titoli così, piuttosto che fare quello che si è sempre fatto nell’NBA, cioè rimanere nella tua squadra e cercare di battere gli altri e diventare una leggenda per sempre tipo che poi ti fanno pure la statua, come hanno fatto i vari Havlicek e Russell e Jordan e Magic e Bird. E Kobe Bryant. Ma LeBron James, evidentemente, non è il tipo di superstar che vuole entrare nella leggenda dello sport e della sua città. È il tipo di superstar che si tatua “THE CHOSEN ONE” sulle spalle. È il tipo di superstar che abbandona una città come Cleveland – un depresso ammasso di ruggine del quale era il Re e il beniamino, l’eroe, il delfino – per andare a vivere dove? A Miami. È il tipo di superstar che parla di se stesso come di “un brand”. È, in altre parole, un po’ uno stronzo. Dwyane Wade, per quanto mi stia antipatico e abbia la ipsilon nel posto sbagliato all’interno del nome – che non è colpa sua – alla fine, è il meno peggio dei tre. Fu Wade, infatti, a convincere LeBron e Bosh ad unirsi a lui a Miami, dato che, due estati fa, il suo contratto in scadenza era un contratto con gli Heat, squadra con la quale aveva già vinto un titolo nel 2006, contro gli stessi Mavericks da cui venirono asfaltati l’anno scorso. Il massimo che gli si potrebbe rimproverare è che sia stato troppo furbo nell’abbindolare altre due stelle (o meglio, il giocatore più forte dell’NBA e un giocatore bravino entrambi in scadenza di contratto) portandole a giocare in quella che, alla fine, è la sua squadra.

L’ultimo dei tre è Bosh: povero Bosh. Vorrebbe tanto essere famoso, ma non lo è. Vorrebbe essere una stella, ma non lo è. Non è tanto colpa sua. È che sembra un dinosauro.

 

4) I Big Three di Oklahoma City ovvero LA DELIZIA

Come dicevo nel punto 2), Oklahoma City è il contrario del flash. È la totale assenza di flash. È l’anti-flash. È i SANI VALORI. E i tre giocatori più rappresentativi di OKC – Kevin Durant, Russell Westbrook e James Harden – sono tutti stati assoldati dalla franchigia dei Thunder tramite draft, e sono stati cresciuti, con calma e dedizione, dalla squadra. Cosa c’è più di SANI VALORI che crescerti i campioni in casa? Ora, poi, sono diventati delle stelle; stelle che, per arrivare alle Finals, quest’anno, hanno eliminato prima i Mavericks, poi i Lakers, e poi gli Spurs, ovvero le tre squadre che hanno vinto 10 degli ultimi 13 titoli NBA. Hanno tutti e tre meno di 23 anni. Potrebbero essere l’inizio di una nuova realtà cestistica, una nuova generazione, un po’ come è successo con i Bulls quando iniziarono a schierare tale Michael Jordan. E il loro Jordan è Kevin Durant. Di lui ne ho già scritto un po’ nel pezzo che vi ho linkato nel punto 1). È, comunque, abbastanza famoso. Anzi: ormai è uno dei giocatori più famosi del mondo, dato che sono sono due anni di fila che detiene la media punti più alta della stagione regolare NBA ed è stato MVP della nazionale americana che ha vinto i Mondiali di basket due anni fa (quando, legalmente, poteva farsi una birra solo da pochi mesi). Ogni singola cosa scritta su di lui lo descrive come un bravo ragazzo con la testa sulle spalle che sta in palestra tutto il giorno per migliorare le sue già immense doti. Non è uno che parla di sè in terza persona, è uno che rinnova il suo contratto per sei anni con una squadra che fino a poco fa si allenava in una pista di pattinaggio convertita e che ha base a Oklahoma City, e lo annuncia con un tweet. È, in altre parole, Pegasus dei Cavalieri dello Zodiaco più Atreyu de La Storia Infinita più Jimmy Stewart più un mostro atletico di un altro pianeta.

Gli altri due giocatori-simbolo dei Thunder sono Russell Westbrook, playmaker, e James Harden, guardia. Westbrook è probabilmente il playmaker più esplosivo nell’NBA. Eccovene una piccola prova. Inoltre, è forse il giocatore più arrabbiato dell’NBA, come testimoniano le urla e i pugni battuti sul petto dopo ogni schiacciata del link qui sopra. Per una spiegazione della sua rabbia, vi volevo rimandare alla visione di uno splendido documentario sulla sua infanzia, dal titolo Russell Westbrook: An L.A. Story, prodotto da ESPN, che raccontava, tra le altre cose, anche la storia toccante della morte del suo migliore amico durante una partita di pallacanestro. Purtroppo, il video è stato rimosso, per ragioni a me sconosciute, ma ne è rimasta una clip su YouTube, che spiega già molto.

E poi c’è Harden, il vincitore del premio come Sesto Uomo dell’Anno (aka Miglior Panchinaro). James Harden è un giocatore completo, intelligentissimo, con un’approccio alla pallacanestro quasi d’altri tempi, che si presenta con una barba talmente epica che, 1., viene soprannominato “The Bearded One” dagli americani e “Il Barba” dai commentatori italiani, e 2., tra i fan dei Thunder vanno a ruba cartelli che recitano FEAR THE BEARD. Se volete informarvi di più su questo carismatico role player, Grantland.com ha recentemente postato un meraviglioso approfondimento che vale davvero il tempo di lettura.

 

P.S. C’è anche un altro giocatore speciale da tenere d’occhio nei Thunder. Si chiama Serge Ibaka, viene dal Congo, e stoppa più palloni di chiunque altro al mondo, a tal punto che lo chiamano Serge IBlockYa. Pure lui: 23 anni.

 

5) Due video bonus nel nome della scelta individuale

Per chiudere, due video emblematici. Se doveste scegliere chi tifare tra una squadra di tromboni che fa questo:

 

E una squadra di regaz che fa questo:

 

 

Quale scegliereste? Vedete voi.

 

Photo by Brett Deering/Getty Images

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Tim Small

Scrittore, editor e filmmaker, ha fondato The Milan Review nel 2011 e l’Ultimo Uomo nel 2013. È stato direttore di VICE Italia dal 2005 al 2013, dove ha anche prodotto, scritto e diretto tre serie di documentari: Italica, Vice Meets e Art Talk Italia. Ogni tanto scrive per GQ, The Paris Review, Kaleidoscope, Rivista Studio, IL. twitter @yestimsmall  
  • http://www.potatopiebadbusiness.com Agostino Iori

    Condivido praticamente tutto quello che dici di Miami e credo che tu abbia preso un granchio sulla parte di OKC. D’accordo sulla città, praticamente niente sul resto. Basta guardare una conferenza stampa delle giovani marmotte per capire la malattia di protagonismo. Westbrook è il giocatore con meno IQ cestistico dei due mondi. Non c’erano squadre che potevano permettere di dare a Durant gli stessi soldi, e cmq OKC aveva la prelazione sul suo contratto da Rookie. Insomma, lo rifirmavo anch’io. Vediamo l’anno prossimo che per spazio salariale rinunceranno a Ibaka e potranno offrire meno di altri ad Harden. Detto questo, davvero complimenti, non avrei saputo desrivere meglio la South Florida che ho conosciuto, e che non mi è piaciuta. La prossima volta, magari parla anche di pallacanestro! ;) Agostino