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Acne Paper ha messo in mostra per la prima volta 70 disegni di René Bouché che ritraggono 70 donne che hanno fatto la storia Tra i ritratti dello storico illustratore di Vogue compaiono i volti di Lee Radziwill, Billie Holiday, Helena Rubinstein e Babe Paley.
Adesso anche TikTok fa la sua classifica dei bestseller Uscirà ogni mese e incrocerà le vendite dei libri con le visualizzazioni che i contenuti dedicati a quel libro ottengono sul social.
Quentin Tarantino ha fatto di tutto per fare il film crossover di Django e Zorro, ha convinto un produttore a finanziarlo ma all’ultimo momento ha detto che lui non ha voglia di dirigerlo Film basato, tra l'altro, su un fumetto scritto dallo stesso Tarantino. Che però, a quanto pare, di tornare sul set non vuole proprio saperne.
Il MoMA di New York ha organizzato una gara di sosia di Marcel Duchamp e della sua alter ego Rrose Sélavy Anche uno dei più importanti e prestigiosi musei del mondo cede al trend dei lookalike contest. L'appuntamento per i sosia è a New York il 30 aprile.
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Il Cancelliere tedesco Mertz ha detto che nei colloqui di pace la diplomazia iraniana sta surclassando quella statunitense Secondo Merz, gli Usa hanno gravemente sottovalutato l'Iran e adesso non sanno come uscire da una situazione di stallo che loro stessi hanno creato.
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Bon Iver ha fondato una cover band di Bob Dylan e l’ha chiamata Bon Dylan Band che farà soltanto due concerti, il 24 e il 25 luglio a Eau Claires, Wisconsin, città in cui Bon Iver ha vissuto tutta la vita.

E se il reddito universale fosse di destra?

Da Nixon alla Finlandia, la logica di una misura che più che aiutare i poveri sembra mirare allo smantellamento del welfare.

22 Maggio 2017

Alla fine degli anni Sessanta, Donald Rumsfeld era un giovane e promettente politico repubblicano. Richard Nixon lo volle nel gabinetto presidenziale dopo avergli affidato un incarico delicato: supervisionare il New York Jersey graduated income work experiment, un programma pubblico che per 24 mesi garantì a 8.500 cittadini poveri un assegno da 1.600 dollari l’anno (circa 10 mila di oggi), senza condizioni. L’obiettivo era estendere la misura anche a tutti gli altri Stati americani, ma il piano fu affondato dal Senato.

Può stupire che il primo presidente della storia degli Stati Uniti a proporre l’introduzione di un reddito universale sia stato un Repubblicano, e che a lavorare con lui al progetto ci fossero Rumsfeld e l’allora 28enne Dick Cheney, diventati nei decenni successivi pezzi grossi della destra americana (rispettivamente ministro della Difesa e vicepresidente dell’amministrazione di George W.Bush). Eppure, nonostante nel corso del Novecento il basic income sia stato proposto soprattutto da progressisti e socialdemocratici – il candidato socialista francese, Benoit Hamon, ne ha fatto un pilastro della sua ultima campagna elettorale per le primarie, poi perse – l’idea affonda le radici anche in quello che nella cultura anglosassone viene definito il pensiero libertarian.

This file photo shows former US President Richard

Milton Friedman, con George Stigler il massimo esponente della scuola di Chicago, nel libro Capitalism and Freedom del 1962 descriveva l’applicazione di un negative tax income (un’imposta negativa sul reddito), per tutti e senza condizioni come il modo migliore per ridurre il potere dello Stato e ripristinare la libertà di scelta dei cittadini. Non sarebbe stato più il governo a decidere come e dove investire i soldi della spesa sociale, ma l’individuo. La libertà di scelta del singolo, principio caro anche a un altro padre del pensiero liberale, l’economista Friedrich August von Hayek, avrebbe consentito alla persona di disporre del proprio denaro, decidendo di spostare le sue risorse su mercati più competitivi, di investire in formazione o magari di tentare il rischio di impresa. È l’idea di un welfare market friendly, amico del mercato e con l’uomo al centro, al posto di una welfare gestito dallo Stato con un atteggiamento paternalistico e coercitivo che non fa che alimentare costose burocrazie statali.

In Finlandia, lo scorso anno, è stato il governo di centrodestra ad avviare la più grande sperimentazione di reddito universale in un Paese europeo: per 24 mesi 2 mila persone riceveranno 850 euro al mese, rinunciando a tutte le altre forme di welfare, e non dovranno né seguire programmai speciali per l’occupazione né rispettare altre condizioni. Potranno scegliere, insomma, se spendere questi soldi in vestiti o in attività più produttive. Gli effetti sono ancora da studiare, ma per molti analisti una tale misura, se estesa a tutti, comporterebbe una forte riduzione dello Stato sociale, se non la sua scomparsa.

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Robert Greenstein, economista americano del Center on Budget and Policy Priorities, ha calcolato in più di 3 trilioni l’anno il costo dello universal basic income, se a tutti gli americani fossero dati 10 mila dollari in 12 mesi. Equivale a dire più di tre quarti dell’intero budget federale e quasi il 100% della raccolta fiscale del governo. Greenstein sostiene che una riforma di questo genere significherebbe la fine di quasi tutti i programmi federali di sostegno ai più indigenti: dal Medicare agli assegni per la casa, dai piani di avviamento al lavoro a quelli per la cura dei bambini poveri alla Social security. Per finanziarlo, inoltre, bisognerebbe agire sulla tassazione, con il risultato di aumentare ancora di più le diseguaglianze.

Nella Silicon Valley, patria del capitale innovativo, l’idea del reddito universale piace invece moltissimo. Numerosi imprenditori e venture capitalist si sono espressi a favore, e alcune società private della Valle, come Y Combinator e GiveDirectly che ha un programma in via di sperimentazione in Kenya, ne stanno testando l’efficacia. Il ragionamento è semplice: l’automazione e l’intelligenza artificiale ridurranno la quantità di lavoro a disposizione degli uomini, abbassando ancora i salari, e ci saranno sempre meno occupati e più diseguaglianze. Il reddito universale servirà dunque al riequilibrio sociale ed economico. Questa impostazione è stata criticata da diversi economisti e intellettuali progressisti perché giustificherebbe l’esistenza di monopoli e di una ricchezza sempre più concentrata nelle mani di chi possiede software e tecnologie. «Se credi che la ricchezza sia essenzialmente un prodotto privato, generata cioè da individui, allora questo ragionamento ha senso», ha scritto Ben Turnoff, esperto di economia digitale in un intervento sul Guardian. «Ma nelle economie contemporanee, la ricchezza viene prodotta dalla società nel suo insieme – e in nessun altro ambito ciò è più evidente come nel caso dell’industria tecnologica».

Se i robot arriveranno presto a rubarci il lavoro, insomma, sarà perché tutti noi abbiamo fornito le tasse, l’attenzione e i dati che hanno permesso alle società high-tech di costruirli. Il reddito universale non sarebbe perciò una misura contro la povertà, ma la sua continuazione con altri mezzi.

Foto Getty Images.
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