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04:54 martedì 6 ottobre 2026
Una ricerca ha dimostrato che più alberi vengono abbattuti e meno colorate diventano le ali delle farfalle Lo studio ha analizzato un pezzo della foresta Amazzonica, provando che quando gli alberi vengono tagliati spariscono per prime le farfalle più colorate e restano quelle marroni.
A Utrecht stanno costruendo un nuovo quartiere in cui non ci sarà spazio per le macchine ma solo per persone, alberi e bici Si chiama Merwede, sarà uno dei più grandi quartieri senza macchine d'Europa e la promessa è quella di offrire case a prezzi accessibili per tutti.
In una maniera molto da Zerocalcare, Zerocalcare ha più o meno annunciato che il suo prossimo libro sta per uscire e parlerà di cultura punk Potrebbe chiamarsi Se ne valeva la pena e potrebbe uscire nei primi mesi del 2027 ma solo «se io sto chiuso a casa come sto a fa' adesso».
Un festival del ginseng in Corea del Sud ha fatto uno spot strepitoso riprendendo il video di Storm di Gener8ion e Yung Lean
In appena tre giorni Naza ha incassato quanto Avengers: Endgame, Resident Evil e Brad Pitt Più di tre milioni di euro in un fine settimana, la stessa cifra che gli altri film hanno incassato in una o due settimane di programmazione.
Bernie Sanders che “apre” il concerto degli Strokes a New York è certamente uno dei crossover più strani e divertenti di sempre È successo venerdì 2 ottobre, a Flushing Meadows. Sanders si era pure proposto per cantare un paio di canzoni, ma poi ci ha ripensato.
Pedro Sanchez è il primo Presidente del Consiglio al mondo che si dimette e fa cadere il suo stesso governo a causa della crisi abitativa L'ormai ex Primo Ministro ha convocato elezioni anticipate per il 29 novembre e ha ammesso che il suo governo non è riuscito a fare tutto ciò che avrebbe voluto e dovuto.
Per smaltire dei robot umanoidi ormai vecchi e obsoleti, un’azienda li ha addestrati a buttarsi nell’acciaio fuso Se state pensando a quella scena di Terminator 2, è perché l'idea è tratta proprio da quella scena di Terminator 2.

Breitscheidplatz

Un racconto personale delle ultime ventiquattr'ore a Berlino, che ha cambiato volto dopo l'attacco alle case fiabesche dei mercatini di Natale.

20 Dicembre 2016

Stamattina decido di andare in negozio un’ora prima. Non so cosa mi aspetta, da quando lavoro qui il Kurfürstendamm a Natale è un fiume di persone che cammina in su e in giù con le buste del KadeWe e le tazze di vino speziato caldo prese in prestito dai chioschi lungo il viale. È difficile immaginarsi la via deserta e così pianifico di scendere alla fermata di Kurfürstendamm a vedere, per poi risalire a piedi fino alla Fasanenstrasse. Alle nove meno un quarto la linea della U1 che attraversa la città da ovest a est partendo da Friedrichshein fino alla Uhlandstrasse, il cuore dello shopping natalizio di Berlino, è vuota. Nel vagone ci siamo io, una ragazza tedesca e poco più in là un turco in giacca e cravatta e una busta di Hugo Boss poggiata sulle gambe. Cerchiamo di fare tutto ciò che facciamo ogni mattina: ascoltiamo la musica in cuffia, leggiamo lo Spiegel online.

Quando salgo le scale vedo la metà inferiore della Gedächtniskirche. La guglia spuria è avvolta dalla nebbia e le sirene blu della polizia la illuminano come un albero di Natale senza la punta. Di fronte a un muro di camionette i poliziotti fanno colazione; mi faccio spazio con lo sguardo fra i veicoli dei pompieri e i pannelli bianchi che mi dividono dalle casette di legno dove una volta a settimana vado a comprare mandorle tostate e a bere vino caldo con le mie colleghe. È il nostro rito, è il rito di ogni berlinese: nelle quattro settimane che precedono il Natale ci si mescola ai turisti, ci si mette in fila per prendere un vino bollente servito in tazze di ceramica contrassegnate da uno stemma decorato con i fiocchi di neve e le renne.

GERMANY-ATTACK-MARKET

Ieri sera avevo un appuntamento con un amico a Neukölln per i saluti prima di Natale. Resto in negozio per mettere a posto le montagne di magliette e vestiti che i clienti hanno provato e riprovato alla ricerca del regalo perfetto. Sono circa le otto e dieci: lo so perché ho appena guardato il telefono sicura di essere in ritardo. Davanti all’uscita della metro di Kurfürstendamm di fronte alla Gedächniskirche un gruppo di persone con le mani piene di buste e cartocci di castagne arrosto guarda immobile verso il mercatino di Breitscheidplatz. La polizia ha già bloccato il passaggio delle auto, fa strada ai medici e agli infermieri delle autoambulanze. Qualcuno parla di un incidente avvenuto dall’altra parte del mercatino, quello che si affaccia sulla Budapesterstrasse, dal lato del centro commerciale Bikini Berlin. Cerco di capire dai discorsi convulsi che cosa sta accadendo; qualcuno parla già di attentato terroristico, che avremmo dovuto aspettarcelo tutti, troppa poca polizia, sempre troppe poche protezioni, con i tempi che corrono. La lingua è impastata dalla tensione e dal dialetto berlinese spigoloso. Comunque, da questo lato della strada le casette di legno dei mercatini hanno ancora il loro aspetto da fiaba di Hansel e Gretel: sono piccole e solide. Così decido di mantenere la calma e andare giù in metro, incredula che qualcuno possa organizzare un attentato praticamente nel bel mezzo del salone di casa mia.

I tabelloni della metro annunciano la temporanea sospensione del servizio della U1 e della U9, che passando dallo Zoologischer Garten arriva fino a Steglitz. Un signore con il cappotto nero lungo fino ai piedi e la cartella di cuoio sbucciata agli angoli sbuffa, come sbuffa ogni tedesco quando la metro ritarda di due, tre minuti. Quindi aspetto, ma subito dopo il telefono inizia a vibrare nella tasca. Arrivano le prime chiamate dall’Italia, i messaggi degli amici che mi chiedono se sto bene. Facebook mi chiede di rassicurare tutti, mi arrivano richieste di rassicurare amici di Facebook attraverso Facebook. All’improvviso sembra che tutti intorno a me parlino al telefono o scrivano messaggi, qualcuno commenta con lo sconosciuto che aspetta la metro in piedi accanto a lui. Questa non è Berlino, mi dico. Qui nessuno attacca bottone con uno sconosciuto.

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Avviso il mio amico che, non so bene perché, ma è il caso di rimandare l’appuntamento e vado a casa. Dal soggiorno si sente una sirena, poi un’altra ancora, per due ore. Quando alle due sto quasi per addormentarmi con il telefono in mano, mi domando se da domani sarà tutto uguale.

Stamattina tutti sono andati a lavoro in auto. Non in bicicletta, né a piedi o in metro. Continuano ad arrivare messaggi da persone con cui avevo perso il contatto da anni. Mi chiedono come sto, come è l’aria sul Kurfürstendamm, se ci sentiamo al sicuro. Io rispondo che non ho paura. Qui a Berlino non abbiamo paura. Siamo solo preoccupati che ci tolgano alcuni dei motivi per cui viviamo qui: camminare per due chilometri con una tazza di vino caldo in mano e andare a lavoro in bicicletta; sentirsi al sicuro in ogni momento del giorno e della notte, per la costante presenza della polizia che è a ogni semaforo, anche se non la vedi; oppure incontrarsi dopo il lavoro in un luogo fiabesco fatto di casette di legno. Siamo preoccupati perché ieri qualcuno ha distrutto il nostro sogno entrandoci dentro con un camion nero in corsa.

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