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Vent’anni di Tony Blair

Sulle note di "le cose non possono che andare meglio" il 1 maggio del '97 iniziava l'era Blair, una delle vicende politiche più straordinarie del nostro tempo.

Bastano due note e gli anni Novanta sono di nuovo qui, il New Labour è di nuovo qui, Tony Blair quarantatreenne è di nuovo qui. “Things can only get better” era la canzone della campagna elettorale laburista del 1997, le cose non possono che migliorare, un canto gioioso che servì per celebrare una vittoria straordinaria e l’inizio di una nuova stagione per la sinistra inglese e per le sinistre d’Occidente. Due note, ed è di nuovo quel primo maggio elettorale: l’affluenza fu da record, il Labour, che era all’opposizione da diciotto anni, ottenne il 43,2 per cento dei seggi parlamentari, una maggioranza che il Regno Unito non vedeva dal 1935. Il 10,2 per cento di chi votava da sempre per i Tory scelse l’azzardo, cambiò idea, decise di fidarsi di quel giovane politico col sorriso ambizioso, che nella notte della vittoria si presentò sul palco con gli occhi brillanti e parlò di futuro, di riforme, di tecnologia, di impresa, di unità, di un cammino da fare insieme. Le cose non possono che migliorare: vorremmo che i nostri mariti e i nostri figli e i nostri genitori ci sussurrassero senza sosta questo mantra, figuratevi l’effetto che fa quando un leader politico lo rende promessa, festa, inno di un ottimismo che così cool non si era ancora visto.

Una nuova alba

A Manchester è stata inaugurata qualche settimana fa una mostra dal titolo New Dawn?, che è la domanda che la mattina del 2 maggio, dopo aver cambiato giusto la camicia, Blair pose alla folla che lo aspettava, felice e incredula: è sorta una nuova alba, vero? La mostra è emozionante, ha scritto Polly Toynbee sul Guardian, comunque la si pensi quell’anno fu magico per i laburisti e per il Paese; l’account twitter @newdawn1997 ripercorre giorno per giorno quel che accadde vent’anni fa, gli articoli dei giornali, gli schieramenti degli intellettuali, la campagna “in stile americano” di Blair, stralci dei diari dei protagonisti. C’è tutto, la sensazione che il mondo non potesse che cambiare, che migliorare, la coalizione che piano piano s’è creata attorno a Blair, l’istinto politico e la strategia studiata nei dettagli, e anche, soprattutto, nostalgia on steroids, come si dice.

Britain's new Prime Minister and Labour

Da quel primo maggio sono passati venti anni, “Things can only get better” è roba clandestina per nostalgici o per sfrontati: qualche tempo fa alcuni laburisti intonarono la canzone a un comizio dell’attuale leader del Labour, Jeremy Corbyn, in segno di sfida, noi non siamo come te, e Corbyn se ne andò furioso. Il Labour ha perso la sua etichetta “new”, è tornato quel che era prima della rivoluzione blairiana, anzi forse è andato ancora un po’ più indietro: al primo incontro elettorale di Corbyn in vista del voto dell’8 giugno, la settimana scorsa, c’era una musichetta degli anni Settanta. Lo scontro tra le due anime del Labour che il successo blairiano aveva domato è tornato dominante, non c’è più nulla da raccontare di questo partito se non le sue liti infinite. Agli incontri organizzati dai corbyniani circolano le famigerate maschere di Blair con il sorriso diabolico e il sangue o i soldi che gli escono dalla bocca, simbolo della guerra in Iraq e della sua avidità. Ogni teoria del complotto immaginabile sui golpe che Blair tramerebbe nell’ombra per tornare al potere è ritenuta plausibile, mentre tutti vanno fieri di essere riusciti nell’impresa di aver affossato per sempre l’eredità del New Labour.

Sembra impossibile che il partito conservi lo stesso nome, tanto sono lontani i riferimenti culturali e ideologici che lo animavano nel 1997 e che lo animano oggi. L’effetto finale va molto oltre la crisi d’identità: c’è un che di pericolosamente autolesionista nel voler prendere le distanze da una stagione che ha consegnato al Labour i suoi successi più grandi. E i Tory non perdonano: secondo i sondaggi, oggi hanno il doppio dei consensi rispetto ai loro oppositori, che rischiano, a questa tornata elettorale indetta con una fretta quasi sadica dal premier Theresa May, di perdere un centinaio di seggi, riducendosi a un partito senza voce in capitolo. Almeno la leadership di Corbyn sarà sepolta assieme al Labour, dicono alcuni con sollievo, ma non è affatto detto che Corbyn, che è un sopravvissuto per sua stessa definizione, finisca per lasciare la leadership e soprattutto la sua fine non è garanzia di un nuovo patto d’unità ideologica dentro al partito.

Cosa resta del blairismo

Il giudizio del blairismo oggi è condizionato da molti fattori, il primo è di certo la guerra in Iraq, che sancì una rottura nell’opinione pubblica britannica che non si è mai rimarginata. La teoria dell’interventismo liberal – difendere i popoli repressi dai loro dittatori – che negli anni Novanta, in asse con l’America clintoniana, rovesciò la tradizione realista dello status quo è rimasta deturpata dalla campagna irachena, la guerra “sbagliata” per cui Blair è stato giudicato più volte, e anche se il sogno di molti di condannarlo per crimini contro l’umanità non è stato coronato, il suo capitale politico si è compromesso.

Nel frattempo la proposta progressista, liberale e globale si è scontrata con una realtà profondamente mutata: dal 1997 a oggi sono scoppiate le bolle della tecnologia e quella dei mutui, nel 2008 lo choc finanziario che costrinse anche Londra a nazionalizzare alcune banche – il premier era l’amico-nemico di Blair, Gordon Brown – ha portato a un’insofferenza spesso ingestibile nei confronti dei cantori dell’apertura e del mercato libero. Blair con la sue riforme liberali – che arricchirono gli inglesi al punto che persino nel 2005, quando la guerra all’Iraq era nel suo picco più disastroso, lo confermarono premier per la terza volta consecutiva – è l’uomo da abbattere secondo i nuovi paladini del nazionalismo, del sovranismo, della chiusura. Paura e rabbia prevalgono sulla libertà, e Blair è considerato un elemento tossico da tenere lontano.

Britain's new Prime Minister and Labour

E sì che la sua fu una stagione straordinaria, che contagiò anche il refrattario continente europeo, che provò a suo modo a incamminarsi su quella terza via che portava alla prosperità, permettendo alle forze progressiste di diventare interpreti di uno slancio che non si è più ripetuto. La visione di Blair è ancora attualissima, e anzi lui si sforza di ripensare se stesso, consapevole com’è del fatto che le forze populiste non si combattono restando uguali a se stessi, né provando a combattere sullo stesso terreno dell’estremismo: la sua idea di un “centro muscolare” è al momento l’unica messa in circolo nei tanti, spesso goffi, tentativi di trovare un’alternativa liberale all’ondata nazionalista. Anche sulla Brexit che tiene svegli tutti di notte, finora l’unica proposta alternativa a quella del governo inglese è venuta da Blair il quale stabilisce un principio molto semplice: si può cambiare idea, si ha diritto a cambiare idea. Nessuno compra una casa costosa senza averla mai vista, dice l’ex premier, dando una dimensione concreta a una questione che trova nella vaghezza la sua fonte di sopravvivenza. Non è un caso che non appena la May ha indetto le elezioni anticipate con 50 giorni di preavviso, Blair sia stato il primo a scattare: le appartenenze partitiche non contano, votate in ogni collegio il candidato anti Brexit, chiunque sia.

L’ex premier, vent’anni dopo il suo primo, grandioso successo, adatta al nuovo mondo il progressismo di allora, anche se molti non lo vogliono più ascoltare, anche se è complicato guardare al futuro con un occhio all’indietro. Ma non c’è nota più gioiosa di questa, contro la rabbia e il risentimento, non c’è nulla come sentirsi dire da qualcuno che ha già mantenuto la promessa: andrà tutto meglio.

Nella foto in testata: Tony Blair con “l’amico-nemico” Gordon Brown a un evento elettorale del New Labour nell’aprile del 1997. Nelle foto in evidenza e nell’articolo: l’arrivo di Blair al 1o di Downing Street, il 2 maggio 1997 (Getty Images)
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