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Troppa importanza all’amore, poca importanza all’amore

Insieme Valeria Parrella e Lorrie Moore costruiscono un mosaico completo delle relazioni sentimentali nel 2015. Purtroppo negli Stati Uniti si legge Elena Ferrante.

La nuova raccolta di racconti di Valeria Parrella, Troppa importanza all’amore (Einaudi), è uscita a poche settimane di distanza da quella della statunitense Lorrie Moore. I due libri raccontano di relazioni inceppate, amori guasti e tentativi di stare insieme per sempre. Il libro di Lorrie Moore si intitola Bark (Bompiani) ma si sarebbe potuto benissimo intitolare Poca importanza all’amore. Quando si terminano il libro di Valeria Parrella – scritto con una lingua talmente acuminata da riuscire a sondare gli abissi dei cuori umani – e quello di Lorrie Moore, sembra che le due scrittrici abbiano costruito insieme un mosaico completo sullo stato delle relazioni d’amore nel 2015.

Nel libro di Valeria Parrella la calamita che attrae tutti i protagonisti è il mare: «Appena ha detto mare ho avuto voglia di vederlo», dice il narratore del racconto intitolato “99/99/9999”. La distesa blu compare poco in queste storie, eppure il suo richiamo arriva ovunque. È un approdo perfino per la suora di clausura che non lo guarda da anni; è un sogno per i prigionieri che alla parola mare provano “immensa pietà” e piangono lacrime salate. Sarà che vivono sospinti dalle brezze e le vite placide sono arricciate all’improvviso da piccole tempeste, ma il mare circola letteralmente nelle vene di questi personaggi: «E accadde. Che le gocce della chemio diventassero quelle del mare e io potevo vederle tutte insieme ma ciascuna per suo conto e poi ancora ognuna e nello stesso istante a formare ogni mare della terra».

Tempeste

ParrellaLa protagonista del racconto di Parrella “Il giorno dopo la festa” porta la madre malata a cena fuori. Un cameriere si ferma, si gira e la guarda. Basta un’occhiata perché il vento giri e scompigli le abitudini. Metà sentimentale e metà libertina, Giulia si confessa: «Mi umiliava l’idea di essermi dimenticata dello sguardo di un uomo, che quello sguardo avesse un potere su di me». Presto il mascara colerà insieme alla crema antirughe.

Le vite dei personaggi procedono lente, tra pizzerie, ormoni, preghiere stanche e malanni, finché l’esistenza non è battuta da eventi improvvisi, incidenti lapidari: l’arrivo di una nevicata, la vocazione fulminante di una ragazza, l’avviso a comparire davanti ai carabinieri, il citofono di un monastero che suona nel cuore della notte.

Come sempre, si tratti di Flannery O’Connor, Alice Munro, Raymond Carver, per avvicinarsi alla sapienza di chi scrive racconti si finisce per usare la parola epifanie. Valeria Parrella non ha paura nel mostrare che eventi miracolosi o devastanti possano innestarsi in giornate meste, dirottando per sempre il corso della vita.

Non posso rinunciare all’amore: Lorrie Moore

Anche in Bark si parla di amore: passioni incenerite, coppie sul punto di dirsi addio accerchiate da figli smarriti. I personaggi di Bark sono «relitti umani devastati interiormente che imitavano i giovani». Come nei racconti di Valeria Parrella, anche qui la vecchiaia ingrigisce i capelli e nei corpi è inciso il peso del passato: «Ira era divorziato da sei mesi e non riusciva ancora a togliersi la fede. Attorno a essa il dito gli si era gonfiato come una ciambella». Le promesse di fedeltà restano incastonate nei corpi, non vanno più via. Se per Parrella all’amore si dà troppa importanza, i personaggi di Lorrie Moore ne sono ancora illusi. Nel racconto “Scorticatura” Ira esce con Zora per dimenticare la moglie, finché si confida con un amico: «Il divorzio è un trauma, credimi. Nessuno ti dice quanto si soffre! Ma il punto è un altro. Non posso rinunciare all’amore».

Sprovvisti del mare che possa curare le loro ferite, per schivare le depressioni i protagonisti di Bark fanno uso di antidepressivi e si versano molto gin.

L’amore è malattia

Dopo le prime due raccolte di racconti Parrella ha scritto quattro romanzi e torna ora alla forma da cui era partita. Lorrie Moore è tornata ai racconti quindici anni dopo Ballando in America. Parrella scrive d’amore, solo se si accetta che sia sinonimo di malattia. Negli otto racconti i protagonisti sono colpiti da infarti, ictus, linfonodi, handicap, leucemie. E muoiono.

Nel racconto che dà il titolo alla raccolta, Troppa importanza all’amore, si legge: «Si erano ammalati dopo essersi conosciuti alle olimpiadi di Sydney. Perché di quello si trattava, di una lieve malattia, che viveva in loro a tratti manifesta nel corpo e a tratti latendo: se lo erano detti tante volte, sperando di morirne o di guarirne, intanto soffrendo».

Vacanze amare

Per riconoscere la grandezza di un’autrice è sufficiente osservare come conduce i passaggi narrativi cruciali. Valeria Parrella affronta tradimenti, bugie, colpe, segreti, e in un gesto si svelano anni di reticenze.

Ne “Gli Hartley”, racconto di John Cheever, specialista dell’amore applicato alla forma breve, marito, moglie e figlia partono da New York per passare alcuni giorni di vacanza sulla neve. Nel racconto “Troppa importanza all’amore” marito, moglie e figlia partono per una vacanza a Vienna. Nel racconto “Scartoffie” di Lorrie Moore una coppia parte con i tre figli per La Caribe. Nel racconto di Cheever l’incantesimo della famiglia felice è incrinato da una morte inaccettabile; in quello di Valeria Parrella da una notizia che fa esplodere la famiglia; i protagonisti di Lorrie Moore hanno già deciso che al ritorno divorzieranno. In Cheever e in Parrella la tensione sale. Cheever scelse la strada della levità; nel racconto di Valeria Parrella invece si sentono in lontananza i gong del teatro greco e l’autrice prende la strada della tragedia.

La detonazione avviene quando moglie, marito e figlia sono a cena. La porcellana con la zuppa è delicata quanto l’equilibrio tra loro. Che fa Valeria Parrella al culmine del tragico? Potrebbe scegliere molte soluzioni, ma per far rimbombare meglio lo scoppio, descrive ciò che li circonda: «La tovaglia era rossa, con piccoli motivi tirolesi ricamati ai bordi: un cervo, le stelle alpine, un paio di zoccoli di legno, una slitta. E la luce calda e, fuori, le cime delle Alpi lanciavano riflessi rosati che ognuno di loro poteva osservare da una vetrata diversa: grandi vetrate del ristorante». I veri scrittori di racconti sanno che gli oggetti contengono materiale emotivo. Li mettono sotto i riflettori al momento giusto. L’algida dolcezza dei ricami tirolesi e i riflessi dei ghiacci sono le pareti perfette contro le quali far rimbalzare disperazione dei personaggi e sentimenti dei lettori.

Alla fine del racconto di Cheever, il marito stende una coperta sulle gambe della moglie. Mentre è ancora in aereo per La Caribe, la protagonista di “Scartoffie” chiede al marito: «E se non riesco a togliermi la fede?” (un’altra promessa che il corpo non dimentica). Arrivata in spiaggia, “si applicò una specie di resina attorno agli occhi per bloccare le rughe e per sembrare più giovane al marito che la stava lasciando, anche se lui non le rivolse mai uno sguardo». All’amore si dà troppa importanza, o troppo poca, ma di fatto i corpi combattono. E alla fine il dolore li scioglie come cera. A La Caribe bastano le mani di un massaggiatore: «Al suo tocco gli occhi le si riempirono di lacrime dolci e amare che poi colarono via lungo il naso».

Troppa importanza a Elena Ferrante

Da un punto di vista letterario, ogni racconto di Valeria Parrella, vale quanto un volume della tetralogiaLorrieMoore di Elena Ferrante. È inevitabile, trattandosi di due autrici che raccontano la stessa città, tentare un confronto. Nei racconti di Troppa importanza all’amore Napoli non è mai nominata. La città è diluita nelle trame, nell’inclinazione della luce, nell’odore di calamari e gelsomini, nella forma degli stucchi dei palazzi. L’unica volta che compare il Vesuvio, l’immaginario è alterato: “Sul Vesuvio quel pomeriggio c’era la neve”.

La differenza tra le due autrici (sempre che Ferrante non sia uomo) è la lingua. Parrella ha trovato una lingua per ogni frase. Piega la sintassi, gioca con il lessico, forza la grammatica. In una frase, per descrivere un cimitero, può usare tre volte i “due punti”: «E poi un lumino, o un’immagine: un amato attribuito a quel teschio oppure a un altro, tanto i morti sono tutti uguali, come i vivi quando pregano, che si flettono, e usano il numero tre, e tutto il corpo, e la testa china e le mani giunte, e sgranano parole e voce nei rosari: affinché le anime del purgatorio soffrano qualche secolo di meno: in terra o altrove». Un uso che ricorda quello di Gadda.

Napoli è già nell’incipit di Storia della bambina perduta di Elena Ferrante: «A partire dall’ottobre 1976 e fino a quando, nel 1979, non tornai a vivere a Napoli, evitai di riallacciare rapporti stabili con Lila». Nelle prime quindici pagine si registra che lo stile è assente. Gli accostamenti linguistici sono abusati, il libro risulta scritto in una lingua di nessuno. L’ironia è «bonaria», chi conversa lo fa in modo «brillante», le questioni si «sviscerano», gli sguardi si «lanciano». Ne risentono le psicologie dei personaggi che risultano abbozzate. Tutto è psicologicamente piatto: «mi svegliai di cattivo umore», poi «piano piano il mio malumore crebbe», poi «finalmente mi sentii di nuovo bene». In mancanza di stile le passioni si accendono in modo artificioso e piatto: «Mi era chiaro soltanto che bruciavo di desiderio, non vedevo l’ora di rivederlo». Le banalità, in quindici pagine, non si contano: «Eravamo pazzi d’amore, il tempo volò via».

Come si vede dagli otto racconti di Bark, la letteratura sarebbe proprio il luogo per mettere in crisi i luoghi comuni e tormentarli fino a ricavarne la verità. Per Elena Ferrante “il tempo vola”? Lorrie Moore affronta l’espressione: «l’illusione del tempo che vola, sapeva, faceva sì che la gente pensasse che nella vita ci fossero più cose di quante in realtà ce ne fossero. Anzi, il tempo che vola poteva far sembrare le vite umane vittoriose sul tempo stesso. Il tempo volava così velocemente che non lasciava segni. La vita della gente scivolava tra i suoi colpi letali come insetti tra gocce di pioggia»

Il dolore e la bellezza

La protagonista dell’ultimo romanzo di Valeria Parrella, Tempo di imparare, era in grado di «trasformare il dolore in bellezza». Dopo questi racconti, si può dire lo stesso dell’autrice. La sua libertà linguistica è un esempio raro nella narrativa italiana contemporanea. I suoi personaggi sono vivi anche quando si affacciano solo per una pagina. Dove Moore è una maestra di ironia qui c’è spietatezza, dove Moore usa il cinismo, qui si adotta la crudeltà. La crudeltà di Parrella raggiunge il vertice quando una figlia si rivolge ai genitori: «Uomini e donne come voi, che dormivano su un fianco stringendosi la mano e pensando a qualcun altro».

Tutto questo dolore, il tempo che incombe e scava i corpi – «Le rughe delle donne erano più profonde dei solchi che l’aratro stava lasciando» – trova la sua redenzione nella bellezza. Il mare è la materializzazione di amore e malattia e tutto ciò è contenuto in una frase: «E poi i giorni dopo, quando il dolore si fece come il mare aperto, tornai a pregare normale».

È un dolore sapere che negli Stati Uniti si legge Elena Ferrante, invece che Valeria Parrella. Si dovrebbero avvertire almeno i lettori di Lorrie Moore. Dire loro che in Italia esiste una scrittrice altrettanto intelligente e virtuosa, altrettanto attenta alle relazioni d’amore ma più tagliente, che ha scritto gli otto racconti che mancano a Bark.

 

Nell’immagine: una coppia, 1955 (Foto di Orlando /Three Lions/Getty Images)
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