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I russi, i russi, gli americani

La fascinazione per la Russia è diventata di destra: in America ma anche in Europa, dopo che per un secolo è stata un'esclusiva (e un problema) della sinistra.

Dovunque ti volti, vedi la Russia. I giornali americani non parlano che di Mosca, di Vladimir Putin, del suo progetto sì-no-forse di sovvertire l’ordine liberale del mondo con la complicità del presidente eletto Donald Trump, mentre l’immaginario europeo, tra dichiarazioni innamorate rivolte al Cremlino e spallate agli americani liberal, si riempie di nuovo di storie antiche, fatte di patti scellerati, alleanze distruttive, malignità sommate. E intanto va forte il video della canzone di Robbie Williams “Party like a Russian”, che ai russi non è piaciuto affatto e anzi lo vorrebbero censurare per sempre, con quel cantante in stile oligarca che intona «I’m a modern Rasputin» e «put a doll inside a doll», le ballerine e i kalashnikov e il ritornello che non se ne va dalla testa: facciamo festa come un russo. Ma ci divertiremo?

La Russia e le sue mire espansionistiche sono piuttosto evidenti, c’è chi trema (soprattutto i Paesi confinanti) e chi spera, perché i musi duri di Barack Obama a Putin non hanno portato a nulla, se non a una nuova guerra gelidissima che viene scontata da popoli stremati già dai loro dittatori, come sanno tragicamente bene i siriani. Come si fa a non apprezzare una possibilità di disgelo?, chiedono coloro che accolgono con sollievo una ritrovata sintonia tra Mosca e Washington, incarnata da due uomini forti che non vedono l’ora di incontrarsi e di riorganizzare il mondo assieme. È che nel frattempo, dalla Guerra fredda, quella vera, a oggi, passando per gli anni Novanta burrascosamente liberalizzanti, è cambiato tutto: siamo cambiati noi, sono cambiati i russi, soprattutto è cambiata la natura delle tifoserie. E l’arrivo di Trump, che ostenta ogni sentimento, anche il più infimo, eppure resta imperscrutabile, non aiuta a fare chiarezza, ribalta certezze acquisite da tempo, costringe a porsi questioni che a lungo avevamo felicemente ignorato.

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Una volta era la sinistra ad amare la Russia, anzi: il processo con cui la sinistra occidentale ha dovuto ammettere che l’Unione sovietica era una dittatura feroce è stato molto complesso, e doloroso. In Koba il Terribile, un libro uscito nel 2003 in Italia per Einaudi, Martin Amis raccontò in modo definitivo l’indulgenza degli intellettuali europei nei confronti dell’ideologia di un regime criminale. Nella versione inglese, il sottotitolo era «Laughter and the Twenty Million», la «risata» con cui gli ex comunisti ricordavano gli anni di vicinanza se non militanza nel mondo sovietico, e i «20 milioni» di vittime attribuite (per difetto) a Koba, che era il soprannome di Stalin. Amis parlava di suo padre, Kingsley, scrittore anche lui (anzi: lo scrittore di casa), che era diventato anticomunista ma che per almeno quindici anni aveva creduto alla grandezza della leadership staliniana; e parlava anche all’amico Christopher Hitchens, morto cinque anni fa, che aveva imparato a disprezzare Stalin ma continuava a pensare che Lenin fosse da stimare. In Koba il Terribile, Amis si chiede come sia possibile che persone acculturate, ingegnose, attente avessero creduto alla bugia sovietica: non trova risposte, ma tratteggia una riflessione sul rapporto tra la sinistra, i comunisti e l’Urss, arrivata quando ormai la sinistra occidentale, per la maggior parte (in Inghilterra era al potere Tony Blair), aveva fatto i conti con se stessa e con quel passato, e aveva smesso di ridere.

Oggi la fascinazione per la Russia, in questa sua dimensione muscolare, è molto più di destra. Permangono naturalmente i fan a sinistra, alle estremità, così come il realismo tattico di chi pensa che con i russi si debba necessariamente collaborare (è il partito vuoi-il-calorifero-caldo-no?), ma il nuovo flirt è tutto spostato di là, laddove c’erano una volta i cosiddetti “nemici” dei sovietici. Si dice che oggi, nel collasso dei partiti tradizionali occidentali, la separazione non sia più tra destra e sinistra, ma tra aperto e chiuso, e la questione russa s’accomoda in questa nuova declinazione in modo quasi perfetto. In Europa i movimenti populisti di destra sono parecchio chiusi – pensiamo a Marine Le Pen in Francia, a Nigel Farage in Inghilterra, a Matteo Salvini in Italia, e in gran parte anche al Movimento 5 Stelle – e innamorati di Putin. Si parla di grandi finanziamenti in transito da Mosca, di alleanze nella propaganda, di photo opportunity sorridenti, di un progetto di scardinamento del centralismo bruxellese che vuole concretizzarsi già nel prossimo anno, con la complicità di Mosca.

Quale sia la reale convinzione di Putin non è dato sapere: noi però, in questa parte di mondo in cui non servono cremlinologi, vediamo un gran tifo. Negli Stati Uniti la questione è ancora più esplosiva perché il rapporto con la Russia nel mondo conservatore – il passaggio da nemica ad amica – sta sfaldando ulteriormente un Partito repubblicano che cerca disperato di ritrovare un’armonia interna. I repubblicani hanno vinto la Casa Bianca, regnano al Congresso, hanno almeno un giudice della Corte Suprema da nominare, vorrebbero godersi il momento, e invece c’è Putin che rovina la festa, o che forse ne celebra un’altra: “Party like a Russian”, appunto. Trump sta facendo nomine sempre più russofile e questo impensierisce quelli che nel suo partito da sempre temono l’aggressività russa: molti leader della Camera e del Senato partecipano con i democratici alle richieste di indagini perché si faccia chiarezza sull’ingerenza russa nel processo elettorale e, se fosse possibile, nella Casa Bianca che verrà.

Donald Trump Holds Weekend Meetings In Bedminster, NJ

Gli esperti spiegano che Putin rappresenta per l’elettorato trumpiano e conservatore un punto di riferimento valoriale, il custode della figura dell’uomo bianco e forte contro l’insorgenza del multiculturalismo e dello “strapotere” delle minoranze. Ma cosa accade quando questa corrispondenza si scontra con il sistema dei poteri e delle istituzioni americane? È appena successo: la Cia, che è il servizio segreto americano al servizio dei presidenti, ha denunciato le interferenze russe durante la campagna elettorale a favore di Trump. Gli 007 avevano già segnalato al presidente in carica, Barack Obama, il problema – di cui si discute da mesi, tra cyberattacchi e fake news propagandate dal Cremlino – ma soltanto adesso hanno raggiunto un’«alta certezza» che l’intervento russo sia stato decisivo nell’elezione di Trump. Il presidente eletto non ha preso bene l’accusa, ha detto che la Cia è ridicola, non ne azzecca una e perde tempo con teorie del complotto. Solita “trumpata”? Non proprio, stiamo pur sempre parlando di spie, intercettazioni, intrusioni politiche, cioè del cuore dell’immaginario russo-americano.

Non serve aver guardato negli ultimi anni The Americans, la serie tv che racconta di una coppia di russi che fanno gli agenti segreti in America, per ricordare che lo spionaggio ha scandito i rapporti tra America e Russia per decenni, e che anzi la capacità di intercettare meglio le strategie del “nemico” è sempre stata l’ambizione dei russi che, su questo come sugli armamenti, rincorrevano gli americani. Oggi le spie che lavorano per il presidente americano sono accusate dal presidente americano di sovrastimare il pericolo delle spie russe che lavorano contro il presidente americano. Il paradosso appare quasi comico, e i punti esclamativi con cui Trump condisce ogni sua dichiarazione, anche la più brutale, contribuiscono a creare questo clima quasi giocondo, di allegra improvvisazione. Però noi che The Americans lo abbiamo visto, e oltre a non riuscire a capacitarci di come riuscissero queste spie degli anni Ottanta a sopravvivere con tale frequenza senza potersi telefonare o messaggiare in ogni momento (si chiamano dai telefoni a gettoni, si mettono parrucche, si salutano e poi sperano di rincontrarsi tre giorni dopo in cucina a preparare la colazione ai figli senza mutilazioni evidenti), sappiamo che lo spionaggio non è un gioco, si muore ammazzati spesso (e non si può andare negli ospedali del “nemico”), e soprattutto ci si interroga sui propri valori, sulla propria identità, su chi è l’aggressore, e chi deve provare a difendersi.

Non c’è risposta lì, nella tv, anche se ti viene voglia di abbracciare queste spie costrette a un lavoro miserabile, però poi sappiamo come è andata a finire, il muro è caduto, lo scontro nucleare non c’è stato. Oggi, mentre proviamo a digerire questo predominio putiniano senza riuscirci, sentiamo molta più incertezza, molta più pressione, molta più voglia di dire che questa festa non è affatto divertente, andiamocene presto, subito. L’instabilità fa male, la corrispondenza tra Trump e Putin resta avvolta in un mistero strategico, e come canta Lucio Dalla in “Futura”, quella de «i russi, i russi, gli americani»: «Tutto il mondo sembra fatto di vetro, e sta cadendo a pezzi come un vecchio presepio».

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