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Trump e la regola del bullo

La Casa Bianca, la Russia, la Siria e la Corea del Nord: fare la testa calda in politica estera spesso paga, ma rischia anche di sfuggire di mano.

Nel giro di una settimana Donald Trump, il presidente che, secondo le aspettative, avrebbe dovuto inaugurare una stagione di isolazionismo “da destra”, ha: bombardato una base militare del regime siriano, il primo attacco statunitense da quando è iniziata la guerra in Siria contro Assad, che è sostenuto dalla Russia; sganciato la “madre di tutte le bombe” su infrastrutture dell’Isis in Afghanistan; intensificato i raid contro lo Stato islamico in Siria; infine lanciato un avvertimento, via Twitter, alla Corea del Nord: state cercando guai. Molti commentatori si sono stupiti di questa svolta interventista di Trump, che in campagna elettorale aveva cavalcato una posizione contraria alle campagne militari, viste come grane inutili: «Cosa si guadagnerebbe dal bombardare la Siria, a parte più debito e un possibile conflitto a lungo termine?», aveva dichiarato al tempo, per esempio. Più che il comportamento di un presidente interventista, hanno fatto notare altri, questo pare più che altro il comportamento di un presidente-bullo.

Mancano, dicono i critici, una strategia militare e una linea politica chiara, non si capisce cioè quale messaggio la Casa Bianca voglia mandare a nemici, alleati e ad altri attori, salvo quello che l’America non ha paura di usare la forza. In realtà, l’idea di “fare il bullo” non è poi così inusuale in politica estera, ed esistono situazioni in cui un comportamento irrazionale, fare il capire di avere il grilletto facile, don’t mess with me, può persino avere implicazioni razionali: per più di un decennio un bullo come Putin si è costruito una rilevanza internazionale proprio facendo leva sulla sua reputazione guadagnata sul campo di leader dal grilletto facile, sul suo essere disposto a cercare uno scontro frontale laddove altri non erano disposti a farlo; è, per sommi capi, quello che, dalla Georgia all’Ucraina, gli ha permesso di vincere contro avversari più grossi di lui. È un concetto noto in antropologia come “cultura dell’onore”: in alcuni contesti, farsi una reputazione di testa calda è la migliore difesa possibile. Il lato negativo, però, è che, mentre al singolo individuo, specie se è forte, investire in una reputazione di violenza può convenire, nel lungo termine questa dinamica finisce per aumentare il livello di caos e di violenza nella società: non a caso le “culture dell’onore”, dalla Grecia micenea all’Afghanistan tribale odierno, tendono a essere in stato di guerra perenne. Nelle relazioni internazionali esiste una dinamica simile. Una politica estera “da bullo” – intraprendere cioè una strategia che non consiste in altro se non nel fare capire che hai armi più grosse degli altri e non hai paura di usarle – nel breve termine potrebbe avere una sua efficacia. Il problema è che questa cosa rischia di sfuggire di mano, e forse rischia di farlo più rapidamente di quanto Trump non tenda a pensare.

Donald Trump Holds Campaign Rally In Virginia Beach

Trump ha colpito una base del regime siriano come risposta all’utilizzo da parte delle truppe di Assad di armi chimiche contro la popolazione di una città in mano ai ribelli, Khan Sheikhoun. È possibile che questa azione sia in parte motivata da ragioni di politica interna. Per farla breve: punendo Assad per l’utilizzo di armi chimiche, Trump voleva dimostrare di avere una politica estera più credibile di quella di Obama. Dall’inizio della guerra civile siriana, dove diverse fazioni sono in lotta fra loro, Washington ha faticato a trovare una collocazione. Nel 2012 Obama, che non voleva certo stare dalla parte di Assad ma fin dall’inizio è stato piuttosto tiepido nei confronti dei ribelli, aveva stabilito come unica “linea rossa” l’utilizzo di armi chimiche. Quando però il regime utilizzò le armi chimiche, a Ghouta nel 2013, l’amministrazione non fece niente. Trump, in altre parole, sta facendo rispettare la linea rossa che Obama non ha saputo fare rispettare.

Tuttavia, l’attacco contro Assad ha portato con sé una serie di conseguenze. La prima è che Trump non poteva permettersi di lanciare un’operazione così di alto profilo senza fare qualcosa anche contro l’Isis: Assad, insieme alla Russia che lo sostiene, infatti si pongono come i nemici principali del gruppo terrorista, anche se sul campo combattono soprattutto gli altri ribelli. Gli Usa, insieme a una coalizione internazionale, stanno già bombardando l’Isis in Siria e in Iraq. In questo caso però la Casa Bianca aveva bisogno di alzare il livello dello scontro, ed è interessante che lo abbia fatto lanciando la “madre di tutte le bombe”, cioè un ordigno particolarmente potente, contro alcune infrastrutture del gruppo terrorista in Afghanistan. Come è stato fatto notare, non è un dettaglio trascurabile il fatto che il governo americano abbia impostato la comunicazione sulla portata della bomba più che sull’obiettivo o i risultati. Il messaggio è – e voleva essere – che l’America è passata all’armamento pesante, don’t mess with us. La decisione di colpire l’Afghanistan, poi, potrebbe rispecchiare lo stesso approccio al dossier armi chimiche: al pari della “red line” non fatta rispettare, anche il disimpegno dall’Afghanistan rappresenta un vuoto lasciato dall’amministrazione Obama, dove l’ex presidente ha ritirato le truppe senza avere sconfitto i talebani.

Il dato più delicato è che ora Washington e Mosca si trovano ufficialmente su due fronti opposti del conflitto siriano

L’altra conseguenza dell’avere attaccato Assad in Siria è stata la rottura diplomatica con la Russia. Per vari analisti, che ritenevano Trump e Putin solidi alleati, è stata una sorpresa. Il dato più delicato è però un altro: ora Washington e Mosca si trovano ufficialmente su due fronti opposti del conflitto siriano (in realtà lo erano anche prima, solo che gli americani tenevano un profilo molto più basso dei russi); nessuno dei due vuole, ovviamente, uno scontro diretto, ed è anzi probabile che entrambe le parti desiderino evitare un’escalation. Non è detto però che ci riescano: visto che sia per Putin che per Trump salvare la faccia è una priorità, s’è creata una situazione per cui, a ogni mossa dell’uno, deve in qualche modo seguire una reazione da parte dell’altro.

Da notare però che, prima dell’attacco contro Assad, lo scontro indiretto tra Mosca e Washington era stato impostato secondo un equilibrio sbilanciato: la Russia era disposta a investire, e dunque a perdere, nel conflitto molto più di quanto non lo fossero gli americani. Dunque gli Usa si trovavano a valutare attentamente ogni mossa, onde evitare di fare arrabbiare il Cremlino, e il risultato era che, per paradosso, la Russia si comportava da superpotenza, mentre la vera superpotenza, l’America, era in una posizione di svantaggio strategico. È, con proporzioni diverse, uno squilibrio analogo a quello che esiste tra Usa e Cina sulla Corea del Nord: i primi sono più potenti, i secondi più interessati alla questione, e questo si traduce nel fatto che, sul dossier specifico, in un certo senso chi è disposto a mettersi più in gioco ha il coltello dalla parte del manico. Trump, o chi lo consiglia, sembra puntare a rovesciare questa equazione, sembra insomma volere dire a Russia e Cina: la superpotenza siamo noi, per anni avete contato sul fatto che non fossimo disposti a usare l’armamento pesante, ebbene, ora lo siamo. Tuttavia il cambiare questa equazione implica un prezzo molto alto, e non è chiaro quanto Trump, o se è per questo gli americani, siano pronti a pagarlo.

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