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Tutto e il contrario di tutto

La moda degli studi scientifici. Qualsiasi idea tu abbia è stata dimostrata, "dati alla mano", da un team di ricercatori.

«Lo sapevo!», è stata la mia prima reazione quando, qualche giorno fa, ho visto fioccare le notizie su uno studio di un’università americana secondo cui «i bambini cresciuti in famiglie religiose tendono a essere meno altruisti e generosi dei propri coetanei cresciuti in ambienti atei». Finalmente la prova provata che noi miscredenti siamo persone migliori, ho pensato. Oltre che fornirmi un ottimo pretesto per crogiolarmi nella mia presunta superiorità morale, la ricerca aveva anche il pregio di spiegare come mai quella mia compagna del liceo ciellina non mi avesse mai prestato due lire.

Intitolata “The Negative Association between Religiousness and Children’s Altruism across the World” e pubblicata sulla rivista scientifica Current Biology, si è svolta in questo modo, o così almeno riassume The Economist: Jean Decety, neuroscienziato dell’Università di Chicago, ha reclutato con l’aiuto di alcuni colleghi all’estero 1170 bambini di età compresa tra i cinque e i dodici anni in alcune scuole tra Canada, Cina, Giordania, Turchia, Stati Uniti e Sudafrica. Dopo avere chiesto alle loro famiglie di specificare l’appartenenza religiosa (510 musulmani, 280 cristiani, 29 ebrei, 18 buddisti, 5 indù, 326 tra non credenti e agnostici, infine due appartenenti ad “altre religioni”), ha sottoposto i bambini a un piccolo esperimento: a ognuno sono stati mostrati 30 adesivi colorati, con l’istruzione di scegliere i 10 più belli da tenere per sé; dopodiché il ricercatore spiegava al bambino che non c’era il tempo di ripetere l’esperimento con tutti i suoi compagni di scuola, ma che se voleva poteva cedere alcuni dei suoi adesivi ad altri alunni che non avevano avuto l’occasione di partecipare. In base al numero di sticker regalati, gli studiosi hanno dedotto il coefficiente di generosità delle loro piccole cavie. In media i ragazzini provenienti da famiglie non religiose hanno ceduto 4,1 adesivi, mentre quelli cresciuti in un ambiente credente ne hanno regalati 3,3 senza differenze sensibili tra una fede e l’altra.

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Il messaggio che è passato, sulla stampa italiana e internazionale, è che la religione ci rende un po’ meno religiosi, e forse meno morali in genere. I commentatori hanno provato a fornire spiegazioni sofisticate. «Perché le persone religiose sono meno morali?», ha ipotizzato JV Chamary su Forbes. «È un fenomeno psicologico noto come “moral licensing”: una persona si sente giustificata a fare qualcosa di sbagliato o immorale, come per esempio essere razzista, perché ha fatto qualcosa di “buono” come pregare». Interpellato da Forbes, lo stesso autore del paper scientifico sembra d’accordo: «È un pregiudizio inconscio. Non vedono neppure che non è un comportamento compatibile con ciò che hanno imparato in chiesa», ha commentato Decety. Presa dal mio compiacimento, ho pensato che la ricerca confermava anche un altro «fenomeno psicologico» di cui avevo sentito parlare all’università, la “just world fallacy”, l’illusione del mondo giusto: più credo che il mondo sia giusto, più sono portato a credere che la gente si meriti ciò che ha, se c’è una giustizia divina allora io mi merito gli adesivi che mi sono stati dati e non c’è bisogno che li dia agli altri bambini. Poi ho avuto un déjà-vu: non è che lo stesso studio l’avevo già visto qualche tempo prima?, e ho cominciato a cercare su Google. Ho scoperto che, in effetti, lo scorso anno era circolata sui media una ricerca analoga, questa volta un sondaggio condotto dalla Bbc, che però era giunto alla conclusione opposta: la religione rende le persone più generose. Ah, c’è anche un altro studio, condotto nel 2008 dall’Università della British Columbia, in Canada, secondo cui le persone religiose sono più generose. Ce n’è pure un altro, pubblicato da un economista canadese nel 2013, che sostiene che i credenti sono più inclini a mentire per denaro. Insomma, alla domanda “la religione ci rende più o meno morali?”, la scienza ha fornito risposte decisamente contraddittorie.

Non è il primo caso di studi che si contraddicono a vicenda. Specie nei campi delle scienze sociali – psicologia, sociologia, antropologia, economia e scienze politiche, che, almeno nella concezione anglosassone, fanno ampio uso di criteri statistici – e in particolare in psicologia, basta qualche ricerca online per trovare studi che affermano tutto e il contrario di tutto. Qualche mese fa la rivista accademica Journal of Social and Clinical Psychology ha pubblicato una ricerca secondo cui Facebook causa la depressione. Pochi anni prima, nel 2012, un team di ricercatori dell’Università del Wisconsin aveva decretato che, no, Facebook non causa la depressione. I giovani leggono sempre più, ha annunciato poco tempo fa il centro di ricerche Pew. I giovani non leggono era la conclusione di una ricerca condotta nel 2014 dall’organizzazione Common Sense Media. Più il tema è delicato, poi, più gli studi contraddittori abbondano e ricevono un’ampia copertura mediatica. Prendiamo le madri lavoratrici: una recente ricerca di Harvard sostiene che è meglio per i figli se la mamma lavora, mentre lo scorso anno un team di Stanford concludeva che i bambini invece se la passano meglio quando la mamma sta a casa (in compenso una ricercatrice australiana ha decretato che, «dati alla mano», non fa alcuna differenza). Giusto per restare sul tema “guerra tra i sessi”: nel 2012 una ricerca dell’Università della Florida ha concluso che le donne sono più felici degli uomini, un anno dopo un «report dettagliato» commissionato dalla britannica Benenden Healthcare Society ha stabilito che invece sono più felici gli uomini.

Ma alcuni studi sembrano contraddirsi a vicenda proprio perché, in effetti, si contraddicono a vicenda

In alcuni casi, la contraddizione è soltanto apparente. La colpa spesso è dei giornalisti che pompano la notizia, tramutando il risultato di una ricerca molto specifica in verità universale. Così un esperimento su mille bambini in sei Paesi che cedono più volentieri degli adesivi se provengono da famiglie laiche diventa uno studio che “dimostra” che la religione ci rende meno altruisti, indipendentemente dall’età o dal luogo. Allo stesso modo, si può prendere un altro studio per dimostrare la tesi opposta: così il sopracitato sondaggio della Bbc – che invece dei bambini in sette Paesi riguardava gli adulti in Gran Bretagna e anziché della disponibilità a regalare degli sticker esaminava le donazioni in beneficenza – diventa la conferma che la fede in Dio fa di noi persone più generose. I due studi non si contraddicono affatto, perché da un punto di vista strettamente scientifico confrontare due campioni tanto diversi da loro però non regge.

Ammesso e non concesso che esista un rapporto di causa-effetto tra l’agnosticismo di un bambino e la sua disponibilità a regalare degli adesivi in uno specifico contesto geografico – cosa tutta da verificare, perché non sempre da una correlazione statistica si più inferire una causalità! – ammesso e non concesso questo, non significa che la religiosità si traduca in una minore propensione a tutti gli atti di generosità in tutti i gruppi demografici in tutto il mondo. Per noi giornalisti, però, trasformare questi studi è assai comodo, perché ci permette di corroborare una tesi «dati alla mano». Sulla Los Angeles Review of Books, la scrittrice Pamela Erens rimproverava questa tendenza all’editorialista dell’Atlantic Sandra Loh, ma è una scorciatoia assai diffusa: mi bastano un paio di minuti su Google per trovare una “base scientifica” per sostenere ciò che voglio dire.

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Ma non si può dare la colpa solo ai giornalisti. Talvolta questo comportamento è incoraggiato dagli stessi autori dei paper, desiderosi di farsi pubblicità: persino le riviste scientifiche, sostiene qualcuno, stanno cedendo al clickbait. In altri casi ancora alcuni studi sembrano contraddirsi a vicenda proprio perché, in effetti, si contraddicono a vicenda. Sono semplicemente sbagliati, talvolta addirittura condotti in malafede, oppure ottenere risultati differenti fa semplicemente parte del processo di ricerca.

Tra il 2011 e il 2015, più di duecento ricercatori hanno provato, di comune accordo, a riprodurre cento esperimenti effettuati da loro colleghi, tutti nel campo della psicologia, e pubblicati come paper scientifici, rigorosamente peer reviewed, nel 2008. Nel 60 per cento dei casi, gli stessi esperimenti hanno prodotto risultati diversi. La non-riproducibilità della maggioranza degli studi scientifici presi in esame ha gettato un’ombra sulla genuinità dei risultati: «Il numero di paper pubblicati su riviste scientifiche è in rapido aumento in molte discipline e alcuni scienziati denunciano una cultura ipercompetitiva che promuove la pubblicazione di risultati sexy senza incentivare la riproduzione degli esperimenti», ha commentato il New York Times.

Questo non significa che tutti e sessanta gli studi i cui risultati non sono stati riconfermati fossero sbagliati. Le scienze sociali non sono scienze esatte e dunque gli esperimenti non sono sempre riproducibili. In fisica o in chimica, un esperimento deve essere sempre riproducibile. In psicologia o sociologia, invece, testo l’ipotesi tentando di dedurre un fenomeno da un campione statistico, e può capitare che due campioni diversi diano risultati diversi, specie se si tratta di campioni piccoli (l’errore statistico, come si suol dire, tende a zero quando il campione è infinito, da cui l’entusiasmo generale per i Big Data), oppure scelti male tralasciando alcune variabili.

Non passa giorno senza che si legga in giro qualche articolo su «un nuovo studio che dimostra che…», specie su argomenti sensibili come la famiglia, la religione, l’amore e il nostro rapporto con la tecnologia. I social network ci stanno deprimendo, o forse no. I credenti sono più egoisti, o forse è il contrario. Il genere è così diffuso che vanta le sue parodie (per esempio qui e qui). L’ironia in tutto questo è che il giornalismo sta sviluppando una fascinazione per gli studi scientifici proprio mentre gli studi scientifici stanno attraversando una crisi di credibilità.

 

Nell’immagine in evidenza: Leigh Sheppard, ricercatore dottorando in Ceramic Engineering, realizza un esperimento per l’università New South Wales, in Australia (foto: Ian Waldie/Getty Images)
Tabelle nel testo: il riscaldamento globale è inversamente proporzionale al numero di pirati, la vendita di cibi biologici aumenta con le diagnosi di autismo: due esempi di correlazione statistica spacciata (in questi casi, solo a scopo umoristico) per causa-effetto.
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