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Rudy, l’ultimo dei trumpiani

Duro sulla sicurezza, aperto sui diritti, libertino e mondanissimo: perché Giuliani, ex sindaco di New York, continua a sostenere Trump, mentre il Gop lo ha ormai abbandonato.

Il trumpismo è una storia di lacerazioni, di alleanze finite, di porte sbattute, di prime volte anche, come dimostrano tutti quegli endorsement mai visti, giornali conservatori che dicono di non votare per il candidato conservatore, giornali che generalmente non indicano una preferenza di voto e che invece si schierano, agitati. Il format #NeverTrump non ha mai avuto la voglia, l’ambizione, di trasformarsi in un movimento a favore di Hillary Clinton, ma è andato trasformandosi nel tempo, allunga la sua influenza sui media, sugli intellettuali, sui politici, sul mondo intero che lancia appelli terrorizzati: abbiamo capito, c’è un problema economico, sociale, generazionale e politico, ma non rifilateci Trump come presidente.

Come in tutte le grandi lacerazioni, però, come nei divorzi, a un equilibrio se ne sostituisce un altro, più fragile magari, ma comunque un appiglio cui rimanere attaccati quando intorno tutto cambia. Nel caso di Trump questo nuovo equilibrio è formato da una serie di uomini politici più o meno di successo, più o meno rispettati, che hanno superato la barriera dell’impresentabilità trumpiana (forse alcuni di loro questa barriera non l’hanno nemmeno notata), che non hanno mai avuto tentazioni clintoniane e che adesso si battono assieme a Trump in nome di una coerenza di schieramento che si è fatta piccina ma che ancora c’è.

Donald Trump Holds Campaign Event In Philadelphia Area

Il Partito repubblicano sta implodendo a causa delle sue tante divisioni: c’è chi parla di guerra civile, chi di anarchia, chi, come Robert Kagan, la mette su un piano morale più profondo: non si potranno mai perdonare quei repubblicani che hanno venduto la propria anima a Donald Trump. La spaccatura è profonda, i giornali raccontano come questo distacco brutale con il partito possa favorire l’immagine del candidato outsider – si va a caccia di quel “fervore” trumpiano che farebbe la differenza nelle urne: gli statistici venderebbero la loro, di anima, per quantificarlo – e allo stesso tempo sostengono che non ci si salva da una guerra interna tanto potente. Intanto una piccola ridotta di fedelissimi non si preoccupa delle critiche, degli sgarbi, degli insulti, e continua la sua battaglia al fianco di Trump. Rudy Giuliani, ex sindaco di New York passato alla storia per la sua politica della “tolleranza zero” in quegli anni Novanta di grandiosa trasformazione culturale e politica, è il rappresentante più visibile e ciarliero di questo nucleo che non abbandona Trump. Douglas Heye, un repubblicano anti Trump che ha lavorato con alcuni deputati del Gop, ha dato una bella definizione delle nuove alleanze politiche che si sono create attorno a Trump: è come la famiglia Addams, ha detto, ogni membro di questa famiglia ha la propria originalità ma si muove all’interno di un codice comune; un po’ dark come codice, certo, ma anche questa è una questione di gusti.

Nella famiglia Addams trumpiana Rudy Giuliani ha un ruolo di primo piano, fin dalla convention a Cleveland è diventato il più strenuo difensore di Trump, con quei suoi toni diretti e politicamente scorretti che sono da sempre nelle sue corde e che oggi definiamo “trumpiani” o addirittura “oltre Trump” soltanto perché sono saltati gli standard di un tempo, e abbiamo la memoria corta. La storia di Giuliani contiene molti elementi di trumpismo, non tanto e non solo per i commenti di oggi, in linea perfetta con il capo e spesso altrettanto offensive, ma perché anche il conservatorismo di Giuliani era molto diverso da quello del Partito repubblicano. Come è difficile collocare Trump nello spettro classico destra-centro-sinistra, così Giuliani nasceva come un democratico, divenne un indipendente quando iniziò la sua carriera nella giustizia americana e infine si iscrisse al Partito repubblicano, si dice più per opportunismo – iniziava l’era reaganiana – che per convinzione. Sua madre una volta disse una frase splendida, sul fatto che Rudy fosse diventato repubblicano per far carriera nel dipartimento di Giustizia, «ma continua ad avere a cuore i più poveri».

Donald Trump Speaks At The Values Voter Summit In Washington, D.C.

Dopo una carriera controversa e chiacchieratissima da mastino come procuratore generale nello Stato di New York, all’inizio degli anni Novanta Giuliani vuole fare politica, prova a farsi eleggere sindaco a New York, al primo giro viene sconfitto, ce la fa la seconda volta, nel 1993, raccogliendo i voti più centristi e liberali; il Partito conservatore di New York ha un suo candidato, non sostiene Giuliani, i media newyorkesi si spaccano. Nella terra più liberal d’America, arriva un sindaco repubblicano: non se ne vedeva uno dal 1965. Quattro anni dopo, Giuliani viene rieletto, sempre senza convincere il Partito conservatore. L’ortodossia di partito non è una priorità per questo sindaco così deciso: diventa il custode del “law and order”, applica la dottrina delle “broken windows” ideata agli inizi degli anni Ottanta, secondo la quale bisogna colpire i crimini minori, i vandali e gli ubriaconi, per creare un’atmosfera di ordine che aiuta a prevenire crimini maggiori. Nasce la politica della “tolleranza zero”, gli scontri diventano enormi, la città si divide nei confronti di Giuliani, i dati iniziano a registrare una diminuzione della criminalità, che poi diventa un crollo, cioè un enorme successo per il sindaco: New York diventa una città più sicura. Da anni si discute dei metodi e dei meriti di Giuliani nella lotta al crimine a New York, e probabilmente non si arriverà a un punto fermo mai, ma nel 2001, quando è ormai a fine mandato, Giuliani diventa il simbolo dell’unità nazionale dopo l’attacco alle Torri gemelle: presente, rassicurante, ripete ai newyorchesi, e agli americani, che New York si rialzerà, che il Paese si rialzerà, che nessun terrorismo può sconfiggere la tenacia dell’America. In seguito avrebbe raccontato di essere stato a Ground Zero senza interruzioni, le stesse ore dei pompieri e dei soccorritori, i reporter controllarono e scoprirono che era una mezza bugia, ma questi sono dettagli di rancori mai sepolti: Rudy Giuliani era la faccia dell’America ferita e unita di quel tragico settembre.

Republican National Convention: Day One

Tanto è stato duro sul “law and order”, tanto è stato liberale sui diritti: con lui sono arrivati i primi riconoscimenti di fatto delle coppie omosessuali, e sono stati introdotti sistemi di protezione per gli immigrati clandestini con l’obiettivo di integrarli e non di deportarli. Questa visione liberale e conservatrice insieme ha fatto sì che Giuliani diventasse una creatura a sé stante, esterna e allo stesso tempo integrata nell’establishment del partito che, pur non condividendo molta parte del suo pensiero, andava fiero della colonizzazione repubblicana nella liberalissima New York. Forte di questo consenso interno, nel 2000, Giuliani esplorò l’ipotesi di candidarsi senatore a New York con il sostegno del Gop – era l’anno di Hillary Clinton – ma l’ipotesi collassò nel giro di un’unica, indimenticabile settimana in cui: Giuliani scoprì di avere un cancro alla prostata, i giornali svelarono la relazione extraconiugale con Judith Nathan e la moglie tradita, Donna Hanover, annunciò il divorzio.

Non è difficile ora capire perché Giuliani sia il personaggio di spicco della famiglia Addams trumpiana: ha messo al servizio del più atipico dei candidati repubblicani alla presidenza la sua esperienza atipica di sindaco repubblicano di New York, duro sulla sicurezza, aperto sui diritti, libertino e mondanissimo. Non c’entra la coerenza di pensiero – con Trump la coerenza ideologica non esiste, non interessa a lui, non interessa ai suoi – c’entra il ruolo di outsider, l’esperienza da outsider, per poter avere riscontri presso il pubblico di Trump. Sulle conseguenze di questa strategia, il giudizio è sospeso. Il Partito repubblicano avrà molto da lavorare sulla propria identità e credibilità dopo l’8 novembre, e questo vale sia che Trump riesca nella sua impresa presidenziale sia che risulti sconfitto. Per Giuliani invece la scommessa non ha molte sfumature: se vince Trump, Rudy potrà essere ricompensato per questa sua campagna baldanzosa e scomposta, ma se Trump non vince, resteranno nella memoria soltanto il suo tifo, l’isolamento rispetto a tanti altri leader del Gop che pure gli erano alleati (i Bush, per esempio), l’asse strampalato con gli altri membri della famiglia Addams, i Chris Christie e i Newt Gingrich, il suo sguardo stralunato, i giri in auto con Roger Ailes, ex colosso di Fox News, con sigari e sorrisi da gang criminale degli anni Ottanta, le dichiarazioni soprattutto: Trump «è un genio» perché non ha pagato le tasse per diciotto anni; Trump ammette di essere un «peccatore», siamo tutti come lui, diciamo le stesse cose che dice lui, riguardo alle donne; «tutto è preferibile a una presidente donna», e comunque questa donna, Hillary, è la peggiore di tutte, «troppo stupida» per andare alla Casa Bianca, «una bugiarda patologica» che vuole fregarci tutti, «che vi odia», grida Rudy nei comizi, «mentre noi vi amiamo». Poi Hillary non si è nemmeno accorta che Bill la tradiva, figurarsi se con una tale miopia può guidare l’America.

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