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Ritorno in Louisiana

Dopo dieci anni dall'uragano Katrina, siamo andati in Louisiana e tra acquitrini, ponti e umidità abbiamo cercato lo spirito di New Orleans.

La Louisiana è fatta di canali nascosti tra gli alberi, di foreste che proteggono paludi, di rami a cui si aggrappano vapori. La Louisiana, lo Stato americano che deve il suo nome a Luigi XIV e che tanto somiglia alla Francia per architettura, assonanze e tradizioni carnevalesche, è fatta di bayou,  un intero sistema geologico di rivoli d’acqua quasi immobile in cui gli alligatori costruiscono le proprie case, i turisti viaggiano su chiatte dalla lentezza snervante per inseguirli e intanto il Mississippi combatte contro la propria morte cercando di posticiparla. È lui infatti – il fiume più imponente d’America, il fiume su cui un’intera civiltà ha costruito il proprio futuro e la propria leggenda – che, prima di buttarsi nel Golfo del Messico, si è disteso come un terribile e placido mostro sulla terra  e l’ha trasformata nell’acquitrino più bello, fragile e spiritato del mondo: la città di New Orleans, la porta del delta, la tragica ballerina dell’acqua.

New Orleans Prepares To Mark 10 Year Anniversary Of Hurricane Katrina

 «La città che ama i suoi morti tanto quanto ama i vivi». Così scrive Joshua Clark, scrittore nativo di Crescent City (uno dei tanti soprannomi di New Orleans), in un racconto contenuto in State by State. A Panoramic Portrait of America. Ovvero: cinquanta scrittori, giornalisti, fumettisti, ognuno impegnato a descrivere uno Stato americano. Il racconto che Clark ha scelto per descrivere la Louisiana parla di fantasmi: «L’acqua è geologicamente un conduttore di spiriti. E The Big Easy [altro soprannome di New Orleans] è costruita sull’acquitrino che circonda le parti più profonde del fiume più potente del mondo. In parte a causa di questo ecosistema unico, in tre secoli New Orleans ha visto molto di più della sua giusta dose di sofferenza. E, nonostante questo, si può dire che la città abbia sempre sorriso in faccia alla morte. Come quelle vecchie maschere del Mardi Gras, la città compensa le lacrime nei suoi occhi con un grande sorriso sulle sue labbra. Gli abitanti di New Orleans amano i loro morti tanto quanto amano i vivi. La morte qui è portata alla luce, lo è come lo sono quelle tombe di calcare accecanti che vedi di fianco alla interstate durante le ore di punta».

Sono stata su quella interstate lo scorso febbraio e, accecata più dall’inesperienza dello straniero che dal calcare delle tombe, invece di lasciarmela sulla sinistra e svoltare per entrare in città, ho continuato a percorrerla perché davanti a me c’era una salita e io volevo vedere dove scendeva. Il primo giorno di macchina, quello dell’avanscoperta, mi regalò la sorpresa più inaspettata: un ponte sull’acqua infinito, da Guinness dei primati. Lungo quasi 39 km e composto da due corsie di marcia separate da qualche metro di vuoto sul lago, il cosiddetto Causeway solca in una sola, lunghissima gittata il lago Portchantrain, l’altro enorme bacino d’acqua che incornicia New Orleans a nord e si contende con il sinuoso Mississippi nel mezzo, le paludi tutt’intorno e il concavo Golfo del Messico a sud un ambiguo scettro di Nettuno. 

Mentre percorrevo quei 39 km lisci sull’acqua calma e ipnotica – grigio l’asfalto, giallo il cielo carico di pioggia – non riuscivo a mettere bene a fuoco cosa avevo intorno: troppo concentrata sulla guida, troppa l’umidità ambrata dell’intorno che sembrava il vuoto, riuscivo solo a intravedere molto più a est, al di là di tutti quei chilometri liquidi, un’altra linea, un altro ponte forse più corto, forse solo una striscia di terra. Qualcosa di spezzato e confuso che entrava nell’orizzonte portando con sé la stessa famigliare decadenza di una casa crepata in una vecchia piantagione del bayou.

New Orleans Prepares To Mark 10 Year Anniversary Of Hurricane Katrina

Il 29 agosto del 2005, quando Katrina colpì la Louisiana, quella striscia di terra si preparava a diventare l’apocalisse. L’epicentro di un disastro naturale che doveva colpire da sud, dal lato del mare, e lavare via con i suoi venti di pioggia solo le chiome degli alberi, i cartelli stradali e – nella peggiore delle ipotesi – i tetti delle case, questo specchio d’acqua a nord-est produsse in una sola giornata il più terribile disastro umano della storia recente del Sud degli Stati Uniti: il lato orientale del lago Portchantrain,  infatti, le sue coste, gli argini e i canali che lo iniettano verso New Orleans per irrigare i campi e trasportare le merci colsero di sorpresa una città ormai pronta a uscire dai propri rifugi – le strade adesso asciutte dalla pioggia, lo stadio Superdome gremito di gente che si affacciava fuori guardando il cielo ora più leggero – con una terribile e devastante – questa sì – onda di marea. Era il 30 agosto 2005, il giorno dopo l’uragano Katrina. Il giorno in cui si scoprì che l’uragano, in fondo, era stata la cosa meno devastante che Katrina aveva portato in Louisiana.

Simile a uno tsunami, ma più alta e meno lunga, causata dai venti e non dal terremoto, l’onda di marea arrivò da nord, spezzò la linearità dei ponti, sfondò gli impreparati levees (argini) e penetrò nei canali – a velocità incalcolabile, prima uno, poi un altro, poi il terzo, il quarto e così via – spostando una potentissima massa d’acqua dal lago al centro della città. Allora le acque della Louisiana si confusero in un’unica distruzione cielo-terra.

Nel libro di Dave Eggers, Zeitoun, il protagonista, pagaiando con la sua canoa sui sei metri d’acqua che si erano improvvisamente sostituiti alle strade, nota un dettaglio sublime e tragico insieme: i pesci che nuotano sotto di lui, pesci d’acqua dolce. Pesci che oggi, a dieci anni di distanza da quell’apocalisse così fraintesa e trascurata dal resto del mondo, rimangono sul marciapiede di uno dei quartieri più colpiti per testimoniare che New Orleans non dimentica, che New Orleans ha pianto la morte ma adesso le sorride in faccia trasformandola in colore, arte, festa.

La zona più colpita da Katrina fu il Lower Ninth Ward, un quartiere povero di Crescent City, abitato prevalentemente da afroamericani e da case semplici e instabili. Subito dopo l’uragano qui arrivarono Brad Pitt con la sua Make It Right Foundation, Ellen DeGeneres nata qui come Joshua Clark e centinaia di altri artisti riuniti nel KARES – Katrina Arts Relief and Emergency Support. Sappiamo dai giornali che quello che fecero fu ricostruire e proteggere. Sappiamo invece dal racconto della strada che quello che fecero gli abitanti del quartiere fu, semplicemente, continuare a nuotare nell’umido. Oggi il Lower Ninth Ward e il limitrofo Bywater sono quartieri riqualificati in cui convivono nel segno della rinascita la House of Dance and Feathers (museo e luogo di ritrovo della comunità, in cui si conservano i più bei costumi dei Mardi Gras Indians), il Musicians’ Village (scuola di formazione per ragazzi e centro musicale della zona), il New Orleans Center for Creative Arts (uno dei quattro college artistici più importanti d’America), la Louisiana Music Factory (uno dei negozi di blues e jazz più leggendari della città), Dr. Bob (lo studio/garage di un artista che traduce la Louisiana in quadri sgargianti, simbolici e pieni di tappi di bottiglia) e locali di ritrovo, negozi vintage, personaggi eccentrici.

New Orleans Prepares To Mark 10 Year Anniversary Of Hurricane Katrina

Per andare a visitare il Musicians’ Village ho camminato nell’afa del Ninth Ward respirando per un’ora acqua e fantasmi.Se è vero, come scrive Joshua Clark, che l’acqua è un conduttore di fantasmi, allora il Ninth Ward è una terra di mezzo in cui chiunque sia vivo sta ancora cercando i propri morti. A uno dei due capolinea che non è quello in centro, dal bus aperto sul marciapiede entrano persone ed erbacce: folte e alte fino alla cintola, alcune sono nate per incuria, altre per nascondere la rovina di un decennio di nero oblio. Le facciate delle case tipiche di New Orleans, le shotgun houses, sono tagliate, in orizzontale, da linee di muffa che in quell’estate del 2005 erano state linee di invasione acquea; tra una casa e l’altra una barca disfatta e fuori posto; tra un block e un altro, pali della luce che sono enormi tronchi di legno sghembi e decrepiti che tirano fili stanchi.

Seduta sul bus dietro una ragazza con le cuffie nelle orecchie e una felpa fucsia ricordo che quella linea spezzata che avevo visto dalla macchina sul lago Portchantrain guardando verso est era il tratteggio dei tronconi di un altro ponte. Un ponte che allora fu distrutto e i cui resti oggi affiancano la parte della interstate 10 che è stata ricostruita. A mezz’ora di macchina a est del Ninth Ward, infatti, c’è Carcosa. Nella serie tv True Detective Carcosa è la rappresentazione concreta del male, il luogo fisico in cui la perversione psichica del cattivo prende forma. La HBO non ce l’ha mai fatto vedere eppure Fort Macomb, il fortino diroccato usato per le riprese del finale della serie, chiuso al pubblico e pronto a cadere a pezzi, è circondato dall’acqua e quell’acqua arriva direttamente dalla striscia apocalittica del lago Portchantrain. Se è vero che la magia unisce realtà e finzione, racconto e rito, simboli e natura, allora Carcosa sulle rive del lago imbizzarrito da Katrina non può che essere il male per il male.

Nell’ultima pagina di Zeitoun Deve Eggers scrive che non esiste atto di fede più grande che fabbricare case sulle coste della Louisiana. È vero: costruire e ricostruire la vita in faccia alla morte è un atto irrazionale, caparbio come la fede.

Nel 1981, tre anni prima di morire, Truman Capote, ormai spezzato dal vizio e incapace di ripetersi dopo A sangue freddo, fu accompagnato da Andrea Chambers, giornalista di People, in una delle sue periodiche visite a New Orleans, l’amata e odiata città natale. Tenendosi lontano dal celebre Hotel Monteleone dove trascorse i primi tre anni di vita collezionando pianti e traumi dovuti ai ripetuti abbandoni della madre, Capote in quell’occasione scelse di mappare il suo piccolo viaggio sentimentale di altri luoghi: in primis Royal Street nel French Quarter dove, libero da costrizioni e perseguitato solo dalla propria ispirazione, nel 1947 scrisse il suo primo romanzo, Altre voci, altre stanze; poi il molo sul Mississippi dove era attraccata la nave a vapore President, più un’attrazione musicale che un mezzo di trasporto, dedicata a far ballare le acque del fiume e la gente di New Orleans sulle note di Louis Armstrong e i passi di Fred Astaire; infine un cimitero. Un cimitero qualsiasi della città, dove lasciarsi affascinare ancora come la prima volta dal fatto che in Louisiana le tombe dei morti non stanno sotto terra, come nel resto d’America, ma giacciono in superficie. Qui la terra è malferma è inondata, la terra appartiene all’acqua.

 

Nelle immagini in evidenza e nel testo: fotografie di Mario Tama (Getty Images).
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