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Psicologia dei grammar nazi

Perché non dobbiamo difendere la lingua, ma non possiamo fare a meno di farlo.

Quando mia figlia è scoppiata in lacrime ai giardini per due graffi, l’ho consolata così: «Tesoro, dammi i diti che li incerotto». Una nonna mi ha corretto inorridita: «Che ignoranza! Si dice dita». In realtà, ho replicato simulando un’ortodossia pretestuosa, «dita» indica l’insieme e l’accademia della Crusca stabilisce chiaramente che il plurale maschile è preferibile per indicare due diti specifici (in quel caso, due indici da incerottare). Naturalmente il mio «diti» non aveva nulla a che vedere col purismo linguistico: al pari del verbo «incerottare», faceva parte di un lessico famigliare che sapevo avrebbe intenerito mia figlia. Del resto, nessuno dice più veramente «diti»: la lingua si evolve e non mi stupirebbe se l’accademia della Crusca sdoganasse il plurale femminile anche per i mignoli. L’acida vecchina era quel che si dice una grammar nazi, una paladina della grammatica, e per qualche ragione mi ha fatto sentire in dovere di dimostrarmi più intransigente di lei. Quel siparietto, di cui un po’ mi vergogno, ha messo a nudo la mia paura di sembrare ignorante.

In questi giorni il governo di Parigi sta chiedendo alle scuole di eliminare qualche accento circonflesso (non più maîtresse, bensì maitresse; in compenso jeûne, digiuno, manterrà l’accento per distinguersi dall’altrimenti omonimo jeune, giovane) e qualche vocale muta (oignon, cipolla, diventerà ognon). In realtà si tratta di una riforma ortografica approvata già un quarto di secolo fa dal Consiglio superiore per la lingua francese, ma soltanto oggi le autorità hanno trovato il coraggio di esigere che la scuola si adegui. La loro cautela è comprensibile: la polizia lessicale è insorta, lanciando tra le altre cose l’hashtag #JeSuisCirconflex. Che cosa spinge alcuni francesi a difendere l’ortodossia grammaticale con gli stessi toni con cui difendevano la libertà di satira ai tempi del massacro di Charlie Hebdo?, si è domandato l’Economist; è evidente che «si tratta di una questione molto seria».

Luke Mitchell Found Guilty Of Jodi Jones Murder

Scopo della riforma è eliminare regole ortografiche ritenute eccessivamente complesse e non particolarmente utili (l’accento in jeûne è necessario perché serve a non confondersi, quello in maîtresse non lo è). Allora da dove arriva questa levata di scudi? In realtà, sostiene il settimanale britannico, «un’ortografia inutilmente complessa non è affatto inutile: serve a dimostrare di possedere un’istruzione». Dunque i reazionari che sostengono di combattere un dilagante declino linguistico, in realtà sarebbero mossi dall’esigenza di «difendere uno status faticosamente acquisito». Proprio come io mi sono fatta prendere dall’ansia di non sembrare ignorante, il popolo di #JeSuisCirconflex teme di perdere un prezioso strumento per dimostrarsi colto, ergo superiore alle masse incompetenti.

Alcuni sono stati tentati di ridurre il dibattito a una questione di sciovinismo tipicamente francese. In realtà, una situazione simile s’era già verificata negli anni Novanta in Germania, quando le autorità tentarono di introdurre una riforma volta a semplificare l’ortografia, che tra le altre cose avrebbe previsto l’eliminazione della lettera Eszett (cioè la ß, già eliminata dal tedesco svizzero) da alcuni vocaboli. Molti intellettuali, incluso il futuro premio Nobel Günter Grass, si scagliarono contro la proposta e il governo fu costretto a una parziale marcia indietro: la riforma ci fu, ma in versione ridotta. Entrambi gli episodi, sostiene il magazine, dimostrano che «le persone hanno un attaccamento irrazionale all’ortografia. È associata a un duro lavoro e a un successo dell’infanzia, l’imparare a scrivere, dunque è preziosa».

The words "vengance," "I love the US" an

Forse però il nostro «attaccamento irrazionale» all’ortodossia linguistica si estende al di là della semplice ortografia. La tensione tra tradizione ed egualitarismo è inevitabile nel dibattito sull’evoluzione linguistica, scriveva David Foster Wallace nel saggio “Autorità e uso della lingua”, uscito in Italia per Einaudi nella raccolta Considera l’aragosta. Da un lato i nerd della sintassi: «Noi siamo i Pochi, i Fieri, i Più o meno sempre disgustati da tutti gli altri», scrive Wallace, che si mette in pieno nella categoria e per la precisione si definisce uno SNOOT, o Syntax Nudnik of Our Time (nudnik vuol dire rompicoglioni in yiddish, contaminazione volutamente ironica, in un acronimo che dovrebbe indicare dei puristi). Dall’altro tutti gli altri, che li vedono come «l’esemplificazione stessa della superbia e della maniacalità».

Basti pensare all’indignazione che ha suscitato la proposta di richiedere il riconoscimento della parola «petaloso», l’aggettivo inventato per errore da uno scolaro. Non mi riferisco al sarcasmo sui social media, reazione più che giustificata da un certo buonismo un po’ troppo diffuso tra il fronte pro-petaloso (come insegnava Tom Scocca, lo snark, il cattivismo apparentemente gratuito, è sempre una reazione allo smarm, il rincretinimento mieloso), quanto piuttosto alle lamentele, serissime, di chi ha visto nell’idea stessa di trasformare un errore in regola un sintomo della «desolante ignoranza» dei nostri tempi.

«Everyone wants their cat to succeed» è molto più pratico di «everyone wants his or her cat to succeed»

Qualche tempo fa una conoscente che insegna Lettere classiche in un’università inglese, e che mai avrei sospettato essere una pasdaran della grammatica, mi ha confessato di non riuscire a sopportare l’utilizzo al singolare di «their»: «Continuo a leggerlo e sentirlo, però non ci posso fare nulla, mi dà i brividi». Their, ovviamente, è un aggettivo possessivo solitamente utilizzato per indicare la terza persona plurale, equivalente dell’italiano «loro». Col tempo però è diventato sempre più comune l’utilizzo in inglese, specie in quello americano, di un «their» singolare, adoperato per esigenze di brevità quando il genere della persona cui si riferisce non è noto: «Everyone wants their cat to succeed» è molto più pratico di «everyone wants his or her cat to succeed».

L’utilizzo del pronome «they», e di conseguenza dell’aggettivo «their», al singolare è stato oggetto di un «contenzioso stilistico» tra editor, giornalisti ed editori negli ultimi anni, fa notare Poynter. Il Washington Post ha deciso di incorporarlo nel suo lessico, provocando qualche sopracciglio alzato, mentre recentemente l’American Dialect Society ha eletto il they singolare parola dell’anno. Oltre a fare risparmiare tempo in alcuni casi, può essere più politicamente corretto in altri, per indicare una persona che non si identifica con un genere specifico. In questo ricorda un’altra modifica stilistica, questa volta del New York Times, e risalente all’anno scorso: l’introduzione del titolo neutro Mx., in aggiunta al maschile Mr. e al femminile Ms.

Nel 2014 l’editorialista del Post Steven Petrow aveva paragonato la crescente diffusione del «they» singolare negli anni Dieci all’introduzione negli anni Settanta del titolo Ms. in sostituzione di Mrs. e Miss. (per donne sposate e nubili, rispettivamente): inizialmente linguisti ed esperti di galateo si opposero, però era un cambiamento sensato perché rifletteva l’irrilevanza di specificare lo stato civile di una donna, e col tempo è diventato universalmente accettato. Eppure se they (e soprattutto their) al plurale si è imposto non è certo soltanto per ragioni politiche, ma di buon senso, insomma di sostenibilità estetica: è comodo e suona bene. Lo stesso Wallace citava come esempio di tentativo ridicolo di riforma linguistica «gli incredibili contorcimenti cui la gente si sottopone per evitare di usare lui come pronome generico»: solo che DFW scriveva nei primi anni Duemila, quando alcune femministe avevano tentato, invano, di introdurre il pronome neutro «ze», che era oggettivamente orribile. «Ze told me that» non si può sentire, «has everyone lost their mind?» invece fila.

BRITAIN-POLITICS-VOTE-UKIP-CONFERENCE

La lingua dunque cambia, ciò che prima era invenzione, se non errore, può diventare regola e consuetudine. È nella natura delle cose, il risultato è che i nostri antenati parlavano latino, noi parliamo italiano. Perché allora resistiamo al cambiamento? Da dove viene, insomma, l’insofferenza diffusa davanti a nuove regole e nuovi termini? C’è lo snobismo, l’attaccamento a un prestigio in via di dissoluzione, certo. Forse c’è anche, un elemento di conservatorismo politico: ci si oppone ai cambiamenti linguistici per la stessa ragione con cui si osteggiano le unioni civili o le liberalizzazioni.

William Egginton, docente di lingua e letteratura spagnola alla Johns Hopkins, ha provato a interrogarsi sulle proprie reazioni infastidite davanti all’utilizzo eterodosso di pronomi e aggettivi, giungendo a conclusioni diverse. Da studioso di parole, sa benissimo che «alla lunga qualsiasi lingua è destinata allo stesso fato di quelle che l’hanno preceduta: evoluzione, trasformazione e alla fine estinzione». Eppure, scrive sul suo blog, quando sento Lady Gaga cantare «you and me could write a bad romance», mi fa accapponare la pelle.

Come Steven Pinker, il linguista canadese allievo di Chomsky, anche Egginton sa che opporsi al cambiamento è un tentativo disperato. Ma a differenza di Pinker, che archivia il conservatorismo linguistico come “snobberia”, non può fare a meno di pensare, irritato: non si dice «you and me», si dice «you and I». Non è da escludersi che un domani, non troppo lontano, «you and me» diventi una formula accettata in inglese, al pari del neo-sdoganato « their». Similmente, non è da escludersi che in un futuro più lontano l’inglese come lo conosciamo oggi non esista più, così come il latino non esiste più come lingua parlata. Ed è esattamente per questa ragione che Egginton rabbrividisce davanti al cambiamento: perché la grammatica che cambia ci ricorda che la lingua che parliamo è destinata, come noi, all’estinzione.

Una spiaggia del Kent con un messaggio di sostegno al partito UKIP (BEN STANSALL/AFP/Getty Images), bigliettini al mercato dei fiori di Londra (Dan Kitwood/Getty Images), un’auto a Manhattan dopo l’attacco alle Torri (TIMOTHY A. CLARY/AFP/Getty Images), la custodia di un coltello esaminata durante un processo per omicidio in Scozia (Kenny Smith/Lothian and Borders Police via Getty Images)
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