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New York contro Los Angeles

La rivalità tra le due più importanti città americane è anche una competizione letteraria. Un viaggio a ritroso che parte da due romanzi appena usciti.

Si va a New York per costruirsi un’esistenza nuova, si approda a Los Angeles per lasciarsi una vita alle spalle. New York è il regno delle illusioni, Los Angeles il trionfo dei fallimenti. La rivalità tra le due città è eterna, si ripropone in tutte le epoche, mentre entrambe non fanno che oscillare tra vita e morte, tra abbagliante splendore e affascinante decadenza, tra fieri grattacieli a specchio e modeste grondaie marce. Anche la competizione letteraria tra le due metropoli è una vecchia storia americana che ritorna a ogni generazione. Oggi ha preso la forma di due romanzi. Città in fiamme di Garth Risk Hallberg (Mondadori, pp. 1005), ambientato nel 1977: «Eccola, New York, elevarsi dalle piatte miglia d’acqua come un mazzo di gigli d’acciaio» e Giorni di fuoco di Ryan Gattis (Guanda, pp. 410), ambientato durante la rivolta del 1992 in seguito alla assoluzione dei poliziotti che avevano picchiato Rodney King: «Los Angeles ha la memoria corta. Non impara mai niente. Ed è questo che la distruggerà».

Il romanzo di Hallberg è ambientato nell’anno del blackout, anche se la storia va avanti e indietro nel tempo, e servono mille pagine per restituire al lettore la lunga epoca mitica della città. In questo libro c’è tutto quello che si desidera leggendo una storia newyorkese: la neve tinta di rosso dai semafori che lampeggiano “Don’t Walk”, i piccioni che raspano tra le carte di hamburger alzate dal vento, i loft con i futon, pasti cinesi ordinati per telefono e consumati a letto, le luci di Times Square fredde e inumane, il negozio di dischi di Bleecker Street, il traffico notturno, i takeaway etiopi, l’Oyster Bar della Grand Central e molti taxi con le insegne accese.

NYC Skyline At Dusk

Ma dato che, come scrive Hallberg, «New York era soprattutto la gente», in queste pagine circolano anche i pattinatori su ghiaccio del Rockefeller Center, uomini che camminano mano nella mano, la folla fetida di hot dog, turisti, freak, ragazzi della New York University, accattoni, ambulanti, donne caraibiche, prostitute. La New York di Città in fiamme è sempre cosparsa di neve e strapiena di piccioni – tanti quante le gru che costruiscono il mito di cemento e vetro – oppure viene narrata nei giorni in cui i meteorologi annunciano un caldo record e allora gli uccelli in lontananza sono bianchi e minuscoli.

La notte di capodanno del 1977, una minorenne, Samantha, viene colpita a Central Park. La vittima è in condizioni critiche. Il corpo viene trovato da Mercer, un altro protagonista del libro, che arriva da giovane in città per scrivere il Grande Romanzo Americano, ma per i primi mesi rigira hamburger sulla Route 17. Chi ha provato a uccidere Samantha? Perché? Perché lei era lì da sola?

La narrazione della Los Angeles di Giorni di fuoco di Ryan Gattis è scandita nei sei giorni della rivolta, giorni in cui ci furono oltre 10mila arresti: «Adesso non ci sono più regole. Nessuna. C’è la rivolta». Ogni capitolo è narrato da un personaggio diverso, tra cui un’infermiera diplomata e un vigile del fuoco. La storia comincia con un regolamento di conti tra bande, una vicenda a margine della rivolta che stravolge la città, qualcosa che avviene perché la polizia è distratta. I confini tra i quartieri in quei giorni sono ancora più incerti del solito.

Los Angeles

Il romanzo parte dalla periferia estrema, dai vicoli invasi dalle ombre dei riflettori dei campi di softball, tra garage, biciclette BMX e catorci giapponesi con il logo dei Dodgers incollato sul cambio. Poi arriva l’odore degli incendi. Dalla morte di Ernesto Vera e dall’organizzazione della sua vendetta la narrazione avanza verso il cuore pulsante della devastazione. Il primo giorno i protagonisti escono dalla freeway, zigzagano su per una collina californiana e tagliano «per una gigantesca distesa di case a schiera costruite su una pendenza». Le case sono tutte dello stesso colore, sabbia o legno: «Decisamente il sogno americano se non fosse per l’ora da pendolare avanti e indietro tutti i giorni».

Le metropoli producono inevitabilmente rivolte, violenza e mostri. New York genera Robert De Niro che vaga come un pazzo per le strade notturne in Taxi Driver. È lui stesso un mostro che soffre d’insonnia e che va a caccia di altri mostri. Il film è del 1976, l’anno in cui, come ricorda Hallberg, c’erano stati quasi duemila omicidi in città. A Los Angeles, dopo un ingorgo nel traffico, vaga inferocito il Michael Douglas di Un giorno di ordinaria follia, con una giacca militare addosso e una borsa piena di armi.

New York è la città delle nevrosi di Woody Allen, Los Angeles la patria della depressione di attori usciti di scena e disperati. Tutte e due le metropoli hanno suggerito la loro fine, mille catastrofi si sono abbattute su Manhattan – e con l’11 settembre alcune sono sembrate profezie in grado di auto-avverarsi – mentre Los Angeles si è incaricata di disegnare l’immaginario di tutte le città possibili, prestando il suo volto perché fosse sfigurato dalle piogge malate di Blade Runner.

NYC Skyline At Sunset

Sia in Città in fiamme che in Giorni di fuoco si dice che le aree metropolitane sono state ridisegnate dall’arrivo delle droghe. Negli anni Ottanta, l’arrivo del crack a Los Angeles ha reso permanente la devastazione di Downtown, iniziata già nei Settanta, mentre nel romanzo di Hallberg al Greenvich Village tutti fumano erba, poi droghe più serie. Ma anche la letteratura ha partecipato alla conformazione delle città, almeno quanto le ha raccontate. I due scrittori, Hallberg e Gattis – entrambi sotto i quarant’anni – sono intrisi di riferimenti letterari. Hallberg fa citazioni esplicite, i suoi personaggi, come Mercer, raggiungono New York perché «era il luogo frequentato dai salvatori della sua giovinezza. Melville, James Baldwin, e soprattutto Walt Withman». E la stessa vita che conducono a New York ricalca le loro letture: «Una parte di lui scorrazzava con Jay Gatsby in una Gotham immaginaria; l’altra era impassibile e concreta, sgobbona e legata al Sud opprimente e sfrigolante». Dietro alla mappatura di Hallberg c’è sia Balzac che Dickens (ma ormai Dickens è il nome che viene fuori per ogni autore americano, che sia Jonathan Franzen o Donna Tartt). Nella Los Angeles di Gattis si sente invece ancora, inevitabilmente, Bret Easton Ellis: «Il male è bene, penso», dice qui uno dei tanti personaggi cinici e brutali. Ellis è uno di quei pochi scrittori che hanno compiuto il miracolo di raccontare tutte e due le città: ha dipinto la New York di American Psycho, ha lasciato il solco per sempre lungo le assolate strade di L.A.

Los Angeles

In questi due romanzi, sia New York che Los Angeles bruciano. «Il Bronx bruciava dalla fine degli anni Sessanta», scrive Hallberg; «l’inferno deve essere proprio così», scrive Gattis. La combustione è qui una metafora di una trasformazione perenne che vivono le due città, il loro dondolare tra miseria ed euforia, tra ricchezza eccessiva e crisi finanziarie che le mettono in ginocchio. Anche gli abitanti vanno e vengono di continuo. Entrambe vivono sotto la minaccia del buio, il blackout che è il luogo simbolico in cui si compie la narrazione di Città in fiamme. E le notti illuminate a giorno dalle fiamme, gli oltre 11mila incendi appiccati nei sei giorni di rivolta, da Hollywood, alla San Fernando Valley, a Beverly Hills.

New York e Los Angeles continueranno sempre a sfidarsi. Nasceranno sempre scrittori pronti a metterle in scena. E ogni scrittore costruirà la sua città, la NY malinconica di Bernard Malamud, la NY leggendaria di Don DeLillo, la NY cupa di Chaim Potok, e per ogni Henry Roth che racconterà NY nascerà a Los Angeles un cantore come Charles Bukowski, per ogni Richard Yates nascerà un James Ellroy, per ogni pellegrinaggio di Tom Wolfe sull’altra sponda vagherà un John Fante. Ogni volta che qualcuno scriverà un saggio come Delirious New York di Rem Koolhaas, qualcuno si metterà al lavoro per produrre Città di quarzo di Mike Davis.

Artisti e scrittori continueranno ad abbandonare una città e a trasferirsi nell’altra. Negli anni Novanta tutti volevano trasferirsi a New York. Negli anni Dieci tutti vogliono andare a L.A.

È la parabola che hanno disegnato Joan Didion o lo stesso Ellis. Didion arrivò a New York a vent’anni. Doveva stare sei mesi e restò otto anni. Quando decise di andare via spiegò le ragioni in “Goodbye to All That” del 1967. Raccontò che all’inizio tutto a NY le era sembrato seducente e a portata di mano. Ma la vita era finta, era sempre sul punto di ripartire. Non comprò mai mobili a New York. La vita di incontri con scrittori, feste e sbornie non durò a lungo. Cominciò a piangere negli ascensori, nei taxi e nelle lavanderie cinesi finché con il marito non tornò definitivamente a Los Angeles. Anche Bret Easton Ellis è volato dalla California a New York, poi si è stancato della Grande Mela e si è trasferito a Los Angeles, dove vive tutt’ora.

Le due città sono complementari, non si può mai definitivamente scegliere tra una e l’altra. Non è un caso che nel libro su New York, Hallberg si ritrovi a scrivere anche di Los Angeles: «Le finestre erano senza tende, e alle cinque di mattina tutti gli uccelli cinguettavano e la luce, la luce di L.A. di cui tutti parlano in continuazione, ce l’avevo sempre nei miei occhi abituati alla East Coast. Mille volte meglio New York. Ma quando New York arrivò aveva le zanne e gli artigli, in un incubo da cui adesso mi risvegliavo urlando».

 

Nelle immagini: Los Angeles negli anni ’90 (Ken Levine/Allsport/Getty Images) e New York nei ’70 (Paul Sclafani/Getty Images).
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