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Nazismo di Stato

Per 10 anni il gruppo neonazista Nsu ha terrorizzato la Germania orientale, forse con l'aiuto dei servizi segreti. Un'indagine diventata un film sulla tv tedesca.

Tra il 2000 e il 2006, in varie città della Germania, vengono uccisi nove piccoli commercianti di origine straniera; otto sono turchi, uno greco. La polizia imbocca da subito la pista della criminalità organizzata turca: Enver Simsek, la prima vittima, titolare di un negozio di fiori, viene sospettato d’esser stato in realtà un trafficante di droga. E i suoi viaggi in furgone in Olanda, ufficialmente per rifornirsi di piante, solo una copertura. Per anni gli inquirenti continueranno a cercare in questa direzione, guardando alle vittime come a probabili sospetti ed escludendo ogni movente politico/razziale. La stampa, anche di conseguenza, liquida il tutto come «omicidi del kebab». Intanto le morti proseguono, la mano resta ignota ma la pistola è sempre la stessa: una Ceska 83, calibro 7.65, di produzione cecoslovacca.

La svolta nelle indagini arriva solo nel 2011. Il 4 novembre, dopo una rapina fallita a una filiale della banca Sparkasse di Eisenach in Turingia, Uwe Mundlos e Uwe Böhnhardt, due neonazisti nati a Jena rispettivamente di 38 e 34 anni, si suicidano all’interno di un camper, dando al contempo fuoco al veicolo. Poche ore dopo Beate Zschäpe, anche lei di Jena, classe 1975, brucia la propria abitazione al 26 di Frühlingstrasse. Qui, con Mundlos e Böhnhardt, la donna ha vissuto gli ultimi tre anni e mezzo di una latitanza che durava dal 1998. Da quando cioè i tre, scoperti in possesso di ordigni esplosivi in Turingia, sono entrati in clandestinità per evitare il carcere. Nei resti del camper gli inquirenti trovano una notevole quantità di armi, fra cui la pistola d’ordinanza dell’agente di polizia Michèle Kiesewetter, 22 anni, uccisa il 25 aprile 2007 a Heilbronn, Baden-Wurttemberg, per motivi ancora oggi non chiariti. Fra le macerie dell’abitazione a Zwickau, invece, insieme ad altre armi, una Ceska 83, la stessa che ha sparato nei cosiddetti «omicidi del kebab».

NSU Neo-Nazi Murder Trial Starts In Munich
Karl-Heinz Statzberger, uno degli imputati nel processo di Monaco, attende di entrare in aula i 6 maggio 2013 (Johannes Simon/Getty Images)

Sulla base del materiale ora a disposizione si stila dunque un primo curriculum criminale di un gruppo, il cui nome diventa di colpo noto al grande pubblico: Nsu, Nationalsozialisticher Untergrund. Fra il 1998 e il 2011 i tre sarebbero stati responsabili degli omicidi dei nove commercianti e dell’agente di polizia Michèle Kiesewetter, di due attentati dinamitardi – uno dei quali a Colonia, nel quartiere turco di Mülheim: un ordigno caricato a chiodi, 22 feriti – e di almeno quindici rapine in banca. Per la Germania è uno shock: come hanno potuto dei pluriomicidi vivere in clandestinità, senza neanche allontanarsi troppo dai luoghi di nascita, per oltre tredici anni? Contro Beate Zschäpe e altri quattro imputati secondari si apre dunque a Monaco, nel maggio del 2013, un processo che assume però da subito l’aspetto di un doppio processo. Da una parte all’Nsu, di cui ancora non sono certi i componenti effettivi e i reati commessi, e dall’altra all’apparato di sicurezza tedesco: criticato inizialmente per la sua inefficienza, poi per la sua dubbia affidabilità. A destare i maggiori sospetti è il comportamento della Verfassungsschutz – sorta di servizi segreti a competenza regionale – di alcuni ex Laender orientali. Le indagini mettono in luce più occasioni in cui il trio avrebbe potuto essere individuato e fermato. Non è stato fatto. Perché?

Raccontare questa vicenda dall’inizio – a partire cioè dalla caduta del Muro e dalla successiva vampata xenofoba nei territori dell’ex Ddr, fino agli odierni sviluppi processuali, non è cosa semplice. Ci ha provato un film, NSU: German History X prodotto per la rete televisiva Ard e appena uscito, in tre puntate, sul piccolo schermo tedesco. Attingendo agli strumenti della nonfiction – accurate ricerche d’archivio e interventi narrativi nei punti oscuri – la pellicola è asciutta, senza concessioni a sotto-storie sentimentali. A questa ricostruzione cinematografica la produttrice Gabriela Sperl ha dedicato oltre quattro anni di lavoro, in stretta collaborazione con Stefan Aust, una delle firme più note del giornalismo tedesco, nonché autore del libro: Heimatschutz. Der Staat und die Mordserie des NSU. (Difesa della patria. Lo Stato e la serie di omicidi della NSU). Studio ha incontrato la signora Sperl a Berlino: è appena tornata dal MipTV di Cannes, dove ha presentato la versione internazionale del film. Fra i Paesi che guardano con interesse ai diritti di distribuzione, che appartengono alla Beta Film, anche l’Italia.

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Ayse e Ismail Yozgat, genitori di Halit, ucciso dal gruppo terroristico, a una cerimonia di commemorazione a Kassel (Uwe Zucchi/Afp/Getty Images)

«Quando ho cominciato a lavorare al progetto, la mia impressione personale era diversa da quella che ho adesso. Allora pensavo che era importante realizzare il film perché per un decennio la polizia aveva sbagliato e le vittime erano state prese per criminali. Pensavo che si trattasse di un po’ di razzismo istituzionale, di scarsa efficienza della polizia, e della mancanza di volontà di ammettere che l’estrema destra in Germania c’era ancora, e uccideva. Il problema attuale, invece, è che abbiamo molte meno risposte di quanto sarebbe stato lecito aspettarsi. Anzi, si sono moltiplicate le domande. Sappiamo ad esempio che a commettere tutte quelle cose non possono essere state solo tre persone. E sappiamo anche che non sarà il processo contro questa donna, l’unica sopravvissuta, a chiarire il quadro». E tutti gli altri? Sperl non ha dubbi sull’aspetto più inquietante de l’affaire Nsu: «L’interrogativo di oggi è quello posto da Aust nel suo libro, e cioè il collegamento fra questa serie di omicidi e lo Stato».

Tra i compiti della Verfassungsschutz vi è anche quello di controllare le frange dell’estrema destra tramite l’uso d’infiltrati, i cosiddetti V-Männer, provenienti di solito dagli stessi ambienti. Nel corso degli anni le indagini hanno però evidenziato una serie di anomalie nei rapporti fra la scena neonazista da cui proveniva il trio e i funzionari dei servizi, anomalie che rischiavano di spiegare perché certe informazioni disponibili sulla Nsu non fossero state utilizzate in certi casi, né comunicate in altri. Ne sono sorti, tra l’altro, tensioni e imbarazzi fra i vari apparati della sicurezza tedesca, che hanno forse toccato il loro apice dopo l’omicidio di Halit Yozgat, l’ultimo dei commercianti uccisi. Il 6 giugno 2006 Yozgat, 21 anni, viene ammazzato a colpi di pistola, una Ceska 83, mentre è al bancone del suo Internet point a Kassel. A pochi metri da lui, nella saletta interna dei computer, siede in quel momento Andreas Temme, funzionario della Verfassungsschutz dell’Assia. Temme però non sente i colpi e non vede il cadavere insanguinato quando va via. All’uomo la polizia arriverà due settimane dopo, tramite i tabulati dell’Internet point, e lo arresterà per omissione di testimonianza. In casa di Temme trovano materiale risalente al periodo nazionalsocialista e si scopre poco dopo che, per le sue funzioni, Temme era in contatto quasi quotidiano con gli infiltrati nell’estrema destra dell’Assia, con cui il trio nella Nsu aveva scambi frequenti. Il funzionario continua a sostenere di non essersi accorto di nulla, ma la ricostruzione della scena del delitto (i filmati sono disponibili in rete) rende la cosa inverosimile. Quando, diversi anni dopo, renderà testimonianza al processo di Monaco, il padre di Halit gli urlerà attraverso l’aula: «Temme, non credo a una parola di quello che dici!».

Neo-Nazis March In Magdeburg
Una manifestazione di neonazisti a Magdeburgo il 12 gennaio 2013, per commemorare il bombardamento da parte degli Alleati nel 1945 (Carsten Koall/Getty Images)

«In questi anni» prosegue la signora Sperl «abbiamo parlato con gli inquirenti e con gente che era stata vicina agli ambienti dell’estrema destra dei Laender orientali, e che negli anni Novanta aveva conosciuto il trio. Abbiamo contattato anche alcuni magistrati, i quali ci hanno spiegato che una scena neonazista era presente anche nell’ex Ddr. In seguito, con la caduta del Muro e l’intensificarsi delle attività dell’estrema destra a est, gli apparati di sicurezza hanno ricevuto parecchio denaro per aumentare i controlli e questo denaro è servito in gran parte ad assoldare nuovi infiltrati, i famosi V-Männer. Ed è qui che il sistema ha cominciato a deragliare. Testimoni hanno raccontato come, a un certo punto, moltissimi a destra fossero pagati dalla Verfassungsschutz: ricevevano soldi dallo Stato per pagare gli affitti, per andare ai concerti rock, par acquistare materiale utile alla propaganda. Quasi una sorta di welfare per neonazisti».

Il film è costruito su tre episodi, in cui si assumono rispettivamente le prospettive dei colpevoli, delle vittime e degli inquirenti. L’intento della produzione, spiega Sperl, era «non era dare risposte ma piuttosto porre domande al grande pubblico, e l’uso delle tre diverse prospettive si adattava bene a questo fine». Il secondo episodio, “Vittime”, è basato sull’esperienza di Semiya Simsek, figlia di Enver Simsek. «Con Semiya abbiamo collaborato e in questo caso abbiamo potuto raccontare con precisione l’esperienza di una ragazza nata in Germania, che si sente tedesca e che invece, dopo l’improvvisa morte violenta del padre, viene trattata come una straniera, qualcuno di cui sospettare», dice la produttrice del film a Studio. «Per quanto riguarda i rei e gli inquirenti invece, abbiamo incrociato il materiale disponibile con nostre proposte logico-narrative. La scena finale del terzo episodio, “Gli Inquirenti”, ad esempio: il testimone che muore bruciato nella propria auto subito dopo aver deciso di parlare. Quella scena fa riferimento alla morte di quattro testimoni deceduti negli ultimi anni in situazioni poco chiare».

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Beate Zschaepe, un’imputata, al processo di Monaco. È accusata della partecipazione in otto omicidi (Joerg Koch/Getty Images)

L’NSU-Complex, secondo la formula nota in Germania, costituisce un intreccio di domande ancora senza risposta e vi è il sospetto, appunto, che anche il sangue non abbia smesso di scorrere. Fra i testimoni coinvolti nelle indagini già alcuni sono andati incontro a una fine improvvisa quanto prematura. Un giovane ex-neonazista di 21 anni, Florian Heilig, che diceva di conoscere la vera identità dei killer della Kiesewetter, si è suicidato nel settembre del 2013 per «pene d’amore», dandosi fuoco nella propria auto. Un suicidio cui i genitori non credono. Un’ex ragazza di Heilig, ventenne, morta per embolia alla fine di marzo 2015, all’inizio del mese aveva testimoniato a Stoccarda in un’udienza chiusa al pubblico, dicendo di sentirsi minacciata. Un ex-neonazista di 39 anni, Thomas Richter, a lungo a servizio della Verfassungsschutz come agente «Corelli»: stroncato nel 2014, poco prima di un’udienza in tribunale, da crisi ipoglicemica dovuta a un «diabete mai diagnosticato».

Per la Germania è forse il peggior scandalo della sua storia del dopo-Muro, qualcosa che coinvolge il passato nazista, la divisione e la riunificazione del Paese, il problema dell’immigrazione e dell’integrazione, oggi più scottante che alla fine degli anni Novanta, e l’affidabilità dei propri servizi di sicurezza. Uno scandalo che ha spinto Berlino a scusarsi con il Consiglio dei Diritti umani dell’Onu e il cancelliere Angela Merkel con il Paese intero, e in particolare coi parenti delle vittime. Nel febbraio del 2012, in un’intensa cerimonia pubblica, Merkel arrivò a dire: «Quanto deve essere pesante essere fatti oggetti per anni di falsi sospetti invece di essere consolati nel lutto? E come si risolve il dubbio, che le forze di sicurezza stiano veramente facendo tutto l’umanamente possibile per risolvere il caso al più presto?». Quindici mesi dopo quel discorso si aprì il processo di Monaco: avrebbe dovuto concludersi nella metà del 2015, è stato prolungato una prima volta fino a gennaio 2016 ed è, attualmente, ancora in corso.

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