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Recensire Michiko Kakutani

La storica critica letteraria del New York Times ha lasciato dopo 38 anni: com'è diventata un’icona, abolendo l'io e terrorizzando gli scrittori.

Questo articolo fa parte di “Studio estate”, serie di ritratti di personaggi e di luoghi da scoprire e riscoprire durante le vacanze d’agosto. Potete leggere gli altri articoli della serie qui 

Quante volte ho messo un blurb di Michiko Kakutani in una quarta di copertina? Un blurb è uno “strillo” – una o due righe, solitamente l’estratto di una recensione – che un editor mette sulla quarta di copertina di un libro tradotto. Poiché lo spazio in una quarta è poco, ogni parola, ogni informazione passata o sottintesa (a cominciare dalla fonte: se di un libro l’editore ha trovato solo blurb da Kirkus o Publishers Weekly, beh, stateci alla larga), ogni scelta deve avere un valore. Così ci si limita a segnalare il giornale o il sito da cui la frase è tratta – difficile, si pensa, che il lettore italiano abbia una tale confidenza con il dibattito culturale straniero da conoscere questo o quest’altro critico, il tale giornalista o lo specifico redattore. Le uniche eccezioni sono, almeno per me, quando la frase è di uno scrittore e quando è di Michiko Kakutani.

Le recensioni di Kakutani le mettevo firmate non solo perché è l’unico nome conosciuto, o almeno orecchiato, anche in Italia – quantomeno al lettore interessato a un Supercorallo Einaudi – ma anche perché un suo giudizio positivo (consiglio numero uno all’aspirante scrittore di quarte: evita di metterci delle stroncature, e se proprio vuoi épater les bourgeois ci sono posti più consoni di una copertina), un suo giudizio positivo, dicevo, ecco, è raro. «Michi Kakutani adorerà il tuo libro, e si sa, lei odia tutto»: lo dice anche l’editor dello scrittore più sgangherato della tv, il Noah Solloway di The Affair; e, dato che è un grullo, Noah ci crede. Forse è qui che inizieranno i suoi guai, non dall’andare dietro a cameriere sgallettate di provincia, ma dal credere alle lusinghe di un editoriale.

In un episodio di Girls, Hannah urla che non se ne andrà dalla festa senza aver prima incrociato lo sguardo della Kakutani. Ma quella è televisione, non la vita vera: difficile incontrare in un’occasione mondana una persona che ha fatto della riservatezza la misura della propria leggenda. «Sappiamo più cose su Salinger che su di lei» ha detto una volta un collega: nata nel 1955 nel Connecticut da un matematico giapponese e da una giapponese-americana di seconda generazione, ha studiato letteratura a Yale; ha iniziato come reporter per il Washington Post ed è passata al New York Times qualche tempo dopo, dove ha scritto di libri per 38 anni. Fino a luglio, quando, approfittando di alcuni incentivi dell’azienda, ha deciso di andare in pensione, ritirandosi dal ruolo di venerata chief book critic. È tifosa degli Yankees. Se siete interessati unicamente agli eventi esteriori di una vita, il profilo di Michiko Kakutani per voi finisce qui. Ah, già: si dice che una volta sia uscita con Woody Allen, ma è appunto una diceria. Fine. Ancora oggi se cercate Michiko Kakutani su Google immagini il primo risultato è una foto di Joan Didion.

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Il carisma, l’icona, l’autorevolezza

Il fatto è che da tempo Kakutani è diventata la cosa più simile a un’icona pop a cui un critico letterario possa aspirare. Quando Carrie Bradshaw (siamo in Sex and the City adesso) ha un libro in uscita, dice di essere terrorizzata dalla possibilità di subire il «trattamento Michiko»: perché se dire che «odia tutto» è un’esagerazione, le stroncature sono di certo la specialità che l’ha resa celebre. Con prevedibile reazione degli scrittori kakutanizzati (è una delle poche donne e di sicuro l’unico critico, che io sappia, ad aver generato un verbo: to be kakutanied). Norman Mailer, non senza un tocco di razzismo, diceva che era una «kamikaze donna»; per Susan Sontag le sue critiche erano «vuote, stupide e fuori fuoco»; secondo Franzen (Kakutani definì il suo Zona disagio come «l’orrido autoritratto dell’artista da giovane asino») era la «persona più stupida di New York»; il mio preferito è Nicholson Baker che disse che per lui leggere Kakutani era «come subire un espianto di fegato senza anestesia». Se volete un assaggio dei motivi di tanto odio, o anche solo divertirvi, The Cut ha messo insieme una deliziosa antologia dei migliori insulti di 38 anni di carriera. Torrenti di bile che schiumano dentro i tombini di Manhattan o Brooklyn, libri fatti a pezzi con una frase tagliente (definì Cosmopolis di DeLillo «serioso come un brutto film di Wenders e fuori moda come un vecchio numero di Interviews», tre insulti in una sola frase!), intere carriere messe a rischio: per un critico c’è un riconoscimento più nobile dell’odio? In realtà sì: ad esempio un Pulitzer. Kakutani lo vince nel 1998 per la sua attività critica «coraggiosa e autorevole».

Ecco, l’autorevolezza. E cioè il carisma che deriva dall’autorità. È questo il motivo per cui l’abbandono di Kakutani dallo scranno su cui ha seduto per 38 anni ha sollevato uno stupito, incredulo, quasi spaventato mormorio che si è sentito fin qui. In un tempo in cui scrivere di libri è visto come un impaccio, un’abitudine del passato; in cui il libro è un pretesto per parlare d’altro, del divo di turno o, in maniera uguale e contraria, della “realtà”; in cui si scrive di libri o con gli stampini della burocrazia gazzettiera (riassunto della trama, un paio di generiche considerazioni finali e via al prossimo) o con il bisturi dell’accademia; in cui l’unica autorità riconosciuta è quella del lettore comune, del commentatore di Amazon; in un tempo del genere la Kakutani ha fatto il contrario: ha preso sul serio il parlare dei libri. Perché i libri, per Kakutani, sono il luogo dove si concentrano e circolano più intensamente le idee, sono i gangli attorno cui ruota e si organizza la discussione pubblica. Parlare di libri, parlarne seriamente, diventa allora un modo per prendersi cura della conversazione democratica. Non è un caso allora che i suoi pezzi più letti degli ultimi tempi siano la recensione a una biografia di Hitler o un articolo sull’attualità di 1984: sono veri e propri saggi brevi in cui, parlando del libro, e solo di quello, Kakutani riesce a parlare del presente. E di Trump in particolare.

 

Quanto conta una recensione

Sapete quante copie spostano le recensioni sui giornali, oggi? Nessuna. O comunque molto poche. Non solo in Italia, dove si leggono sempre meno giornali (a proposito, avete visto come le recensioni stanno sparendo dai quotidiani?), ma anche negli Stati Uniti. Unica eccezione il New York Times, appunto: tra le tante eccezionalità di questo giornale c’è anche il fatto che davvero una recensione pubblicata sulle sue pagine, se positiva, può influenzare la classifica (sempre sul Nyt) della settimana successiva. È dalla serietà, non dalle stroncature, che sgorga l’autorità di Kakutani. Per questo, accanto ai libri distrutti con una battuta, agli autori bruciati con un sottinteso, si ricordano i libri di cui ha decretato il successo, le carriere che devono la svolta a un suo articolo, rendendo Kakutani di fatto l’ingombrante deus ex machina di una parte della storia della letteratura contemporanea: da Zadie Smith a Foster Wallace, da George Saunders a Mary Karr che di lei disse «quando ti recensisce è come se la fata turchina ti toccasse sulla spalla con la sua bacchetta». Per averne un’idea si può partire dalla selezione che lo stesso New York Times ha pubblicato di recente.

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Quella del «critico giornaliero», come la definiva Geno Pampaloni, è un’attività a suo modo umile e logorante. Kakutani si concedeva pochi svaghi: un paio di volte l’anno faceva uscire una recensione scritta come se fosse stata composta da un personaggio di fantasia. Famigerate anche perché raramente facevano ridere. Così Indecision di Kunkel è stato recensito da Holden Caulfield, Holly Golightly di Colazione da Tiffany ha scritto del suo creatore Truman Capote, o Brian Griffin, il cane intellettuale liberal del cartone animato Family Guy, ha potuto finalmente esordire sulla “Gray Lady” (ma del resto in una puntata della serie andava a lavorare al New Yorker…).

 

La scomparsa dell’Io

Ma Kakutani non si è mai concessa di usare il pronome Io. Scelta ancora più straordinaria oggi, quando la scrittura su internet ha spalancato le stalle della soggettività e pare non si possa scrivere nulla senza farlo passare per la cruna stretta della propria esperienza, per quanto trascurabile essa sia. I giudizi di Kakutani (che negli articoli si riferisce a se stessa al massimo come “il lettore”: «il lettore è annichilito da tanta verbosità», «il lettore arrivato stremato al secondo capitolo»…) invece hanno l’aura dell’oggettività, del giudizio divino e impersonale, sono il referto dell’Epoca, non l’idiosincrasia di una specifica donna di sinistra newyorkese: per questo le sue stroncature fanno più male. E anche per questo l’hanno accusata di nascondersi dietro una maschera, una finzione di oggettività che occulta la storicità di ogni giudizio. Non credo. Penso invece che abbia più a che fare con la sua formazione e la sua convinzione critica. Le recensioni di Kakutani sono state l’applicazione quotidiana, e a suo modo old fashioned, dei saggi di Lionel Trilling negli anni Cinquanta e tentativi di puntare, almeno idealmente, al modello di Matthew Arnold.

Sarà anche per questo che Kakutani ha sempre dimostrato uno certo scetticismo verso alcune derive del postmoderno. Lo si vede bene nella polemica che seguì la pubblicazione del libro di James Frey, In un milione di piccoli pezzi, un memoir sulle dipendenze che, si scoprì poi, intratteneva un rapporto molto disinvolto con la verità. «Viviamo immersi nella cultura del relativismo,» scrisse Kakutani nel 2006, «dove i reality show sono recitati o comunque pilotati, dove gli spin doctor sono parte accettata della politica, dove gli accademici dicono che la storia dipende da chi scrive la storia, dove un collaboratore del presidente Bush, rimbalzando dei giornalisti che vivono in una “comunità basata sulla realtà”, può dire che “siamo un impero adesso, e quando agiamo creiamo la nostra realtà”. Frasi come “realtà virtuale” e “creative non-fiction” sono entrate a far parte del nostro linguaggio. Hype e iperboli sono elementi del marketing e delle pubbliche relazioni. E il riciclarsi e riposizionarsi sono viste come mosse utili per la carriera nel mondo dell’intrattenimento e della politica. Dove i film cospirazionisti di Oliver Stone sono considerati, da chi non ha accesso a nulla di meglio, come documenti storici».

L’Io, la soggettività esasperata elevata a unico criterio di verità, l’autenticità come valore assoluto sono la via d’accesso alla manipolazione permanente, al ribaltamento retorico, alla mistificazione: la stessa cultura, secondo Kakutani, che ha prodotto Trump. Una discrezione, quella di Kakutani, che si vede anche dal suo profilo twitter (di gran lunga uno dei più utili e interessanti della mia timeline): pur essendone un’assidua utilizzatrice, non parla mai di sé ma lo usa per condividere articoli e link legati ai suoi molti interessi. Del resto l’annuncio del suo ritiro come critico del New York Times non vuol dire che non scriverà più: anzi, ha già detto che così si potrà dedicare maggiormente a articoli più lunghi, approfondimenti politici e analisi.

Dopo 38 anni passati a recensire uno o più libri a settimana (una condizione che molti potrebbero identificare con l’inferno) qualche cambiamento ci può stare: l’unica certezza è che io non avrò più nuovi blurb di Michiko Kakutani da mettere su una quarta di copertina.

 

Nelle foto: Michiko Kakutani a un evento di Vanity Fair nel 2008, da sola e poi con Graydon e Ash Carter (Getty Images)

 

 

 

 

 

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