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Le avventure di Alexandre Gurita

Da ragazzo inventava strani sistemi per scappare dalla Romania, poi ha fatto del suo matrimonio un'opera, ora è il curatore della Fiera di New York per scuole d'arte alternative che inizia il 19 novembre.

Alexandre Gurita è nato a Brasov, in Transilvania, a pochi chilometri dal castello del Conte Dracula. Segue i primi corsi di pittura in una casa popolare in un palazzo bizantino nella periferia della città, sul limitare di un bosco, con una chiostra di montagne a farle corona. Lo zio è un pittore con una reputazione nel restauro delle chiese e il suo bis-bisnonno è Aurel Vlaicu, ingegnere aerospaziale tra i più apprezzati nella storia mondiale dell’aviazione – due strade portano il suo nome in Romania, così come la scuola dove si diplomò e l’aeroporto di Bucarest – nonché inventore di un aereo in acero con cabina panoramica, a bordo del quale finì per morire. Alexandre a sette anni disegna a olio, spesso fiori, e lavora la ceramica. A nove progetta modellini navali, «ero molto appassionato per la meticolosità e la determinazione che simili lavori richiedevano». A scuola ha le tasche zeppe di legno, plastica, metallo, siede all’ultimo banco e lavora alle sue navi in uno stato di “clandestinità prematura”. È talmente bravo che a undici anni lo premiano come campione nazionale di modellismo navale. Al secondo posto c’è un uomo di ventisei anni.

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I suoi piani per lasciare la Romania sono «completamente pazzoidi». Progetta un terra-scafe, una capsula dotata di punta gigante per crearsi un varco sottoterra, con cui scavare un tunnel sotto la frontiera. Desidera Parigi. Vuole costruire un deltaplano, c’è però da individuare una vetta alta abbastanza per lasciarsi volare. Per l’astronave a forma di missile, invece, un luogo buono per il lancio sarebbe un campo agricolo fuori città. È una vecchia tradizione degli intellettuali e artisti rumeni quella di andare a Parigi: Brâncuși, Cioran, Ionesco, Celan, Spoerri, Luca, «una prova sufficiente che avevo scelto bene». Ha diciassette anni quando costruisce uno yacht di sei metri. Disegna su carta, in scala uno a uno, le parti della nave e li dà a un amico, che a sua volta li porta a casa da suo padre. Questi gli procura, prendendoli clandestinamente della fabbrica in cui lavora, i pezzi di legno della stessa dimensione degli originali di carta. Solo quando l’ha finito, realizza che è troppo grande per poterlo trasportare fuori della porta della Casa della Scienza dove l’ha costruito, lo fa così calare dalla finestra. Lo chiama Galax, è blu e bianco, e a bordo di questo vorrebbe attraversare il Mar Nero. Per fortuna, anche perché non sa nuotare, viene chiamato per il servizio militare.

«Ho il dono di prendere i cammini più complicati per ottenere qualcosa», ammette e se ne fa vanto. La leva gli va stretta. Assegnato alla telecomunicazione nel reparto degli alpini, riesce comunque ad avere un atelier. Da quasi tutti è malvoluto, si sveglia tardi, porta i capelli lunghi, mangia nel suo studio grazie al cuoco compiacente. Quando un giorno chiede una pistola all’ufficiale, questi gli dice che per lui lì non c’è niente, che andasse a dipingere nel suo atelier. Fa il servizio di guardia di notte e intanto, di nascosto nella stalla a ritrarre i cavalli, si prepara per superare il concorso di ammissione alla Scuola d’Arte di Cluj. Non si scoraggia quando non è accettato, ora che ha finito la leva si può chiudere nel suo atelier diciotto ore al giorno, sette giorni su sette. L’unica persona che ha il permesso di entrare è la zia, per portargli da mangiare.

Ritenta, a Bucarest: finisce la prova di ammissione in meno di tre ore, anche se il tempo a disposizione dei candidati è di due giorni, e nel tempo rimanente aiuta una compagna. Viene ammesso. «Non ho niente di speciale, mi considero un opportunista motivato e serio che conosce quel che vuole». Studia e sperimenta di continuo, «non è proprio comparabile con quanto lavorassero i miei compagni». Lo stesso anno partecipa a una mostra, inaugurata dal Primo ministro Petre Roman, che si tiene nella sede del partito politico al potere: «Ho venduto tutte le mie opere in mezz’ora. E ho venduto un disegno due volte. Il secondo l’ho copiato uguale al primo». Il giorno del vernissage acquisisce la sua prima notorietà grazie ad articoli e servizi sulle televisioni nazionali. Far ritorno nella scuola è difficile, i compagni gli rimproverano la connivenza con i politici, i professori hanno smesso di salutarlo. La ragazza che aiutò all’esame di ammissione, Alexandra Gulea, figlia di uno dei maggiori registi rumeni, appiccica alle porte delle aule una foto che ritrae lui e il primo ministro che bevono insieme.

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Grazie a Caius Traian Dragomir, ministro della Comunicazione, arriva a Parigi. Ci va a piedi e in autostop. La nuova lingua la predilige quasi alla nativa, «il francese è una lingua da ingegneri» e gli corrisponde bene. Entra all’École National Superior des Beaux-Arts. Finora ha realizzato, tra i sette e i ventotto anni, diecimila opere. Regolarmente gettava le vecchie opere nella discarica sul Quay della Senna per far posto alle nuove. Ha «sperimentato di tutto», dai disegni e le sculture all’arte relazionale e gli happening. Ora il suo lavoro si “dematerializza”, abbandona l’opera d’arte e l’immagine. Come progetto di diploma porta il suo matrimonio, non gli importa un fico secco dell’opposizione del direttore. Convince il curato di Saint-Germain-des-Prés a officiare la cerimonia all’École des Beaux-Arts, dicendogli che «la religione è fondata sulla credenza e l’arte lo è sulla convinzione, e tra le due c’è una forma di equivalenza». Canal+, France 3, Radio-Canada assistono al matrimonio. “Se mi danno il diploma sono intelligenti”, dichiara a France3 che lo intervista subito dopo, “se non me lo danno sono dei cretini”. Quando torna a scuola qualche giorno dopo per sistemare le sedie, incontra un docente che gli ribadisce la sua avversità. La sua adesso è “arte invisuale” e lui si diverte a dirsi un mélange di Jack Sparrow, Gustave Eiffel e Marcel Duchamp.

La Biennale di Parigi fu ideata da André Malraux lo stesso anno, il 1959, che in Francia s’istituì il ministero della Cultura. Si teneva a la Villette e per importanza era la quarta al mondo, dopo Venezia, San Paolo e Kassel. Fallì negli anni Ottanta per i grandiosi costi di restauro della storica sede. Quando Alexandre nel giugno del 2000 recupera, con scaltrezza, questa prestigiosa istituzione , sono in molti a chiedersi chi lui sia, con che meriti e a che titolo l’abbia ottenuta. «I nemici fanno parte del lavoro», dice convinto e sereno, «le persone che si rispettano hanno almeno tre nemici». La sua Biennale non è un evento o un’esposizione, non ci sono curatori, né opere, non c’è mercato, si tratta di un’istituzione orizzontale lì per essere utilizzata dagli artisti. In questa sua nuova tranche de vie Alexandre si considera uno «stratega delle infrastrutture artistiche», ne cattura di preesistenti per rimaneggiarle e aprirle a nuove possibilità. Fa così anche con l’Institut des Hautes Études en Arts Plastiques, la scuola voluta nel 1985 da Chirac, ideata da Pontus Hultén, mitico primo direttore del Centre Pompidou, con un gruppo di lavoro in cui si contarono gli interventi, tra gli altri, di Bordieu, Lyotard, Piano e Kounellis, e sciolta quando Chirac da sindaco parigino passò a fare il primo ministro. Ora l’Iheap è una delle sezioni, quella educativa, della Biennale. Le lezioni si tengono in gallerie d’arte, musei, come anche in cantine, garage e caffè. Ci sono una ventina di studenti, Gurita li chiama sessionistes, un termine che non esiste in francese, fa un po’ sessionisti un po’ secessionisti, e tra loro ci sono ragazzi «che arrivano una volta conclusi i loro studi alle School of Arts della Columbia University o di Yale, per dimenticare quello che hanno imparato lì».

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Daniel Buren, uno degli artisti francesi più celebri, ha redatto un manifesto contro la scuola di Alexandre e gli ha fatto causa, tanto perché di nemici non ne senta mai la penuria. Nel 2015, intanto, è nata l’Iheap New York. E ora, sempre lì, Gurita ha invitato le scuole d’arte alternative più interessanti del mondo per la prima edizione realizzata in collaborazione con Pioneer Works. Ne ha selezionate cinquanta provenienti da diciassette paesi, il diciannove e venti novembre tutte converranno per incontrare il piccolo bambino che da una casa popolare nella Transilvania dove disegnava fiori e, senza bisogno di missili aerospaziali o terrascafi, è arrivato dall’altra parte dell’Oceano.

 

L’autore ringrazia Virginia Cimino per l’aiuto, innanzitutto per avergli fatto conoscere Alexandre Gurita.
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