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Le 10 polemiche culturali del 2015

Dal boicottaggio di Charlie Hebdo al PEN alle guerre stellari di Mondazzoli, le dieci discussioni culturali che più ci hanno coinvolto quest'anno.

Discussioni a voce, commenti sui social network, litigi via mail, le polemiche culturali rappresentano il genere giornalistico che più accende gli animi, le passioni e le convinzioni. Per chi fa il nostro lavoro, sapere che un pezzo è in grado di suscitare dibattito e anche, perché no, di dividere, è un motivo di soddisfazione. Vuol dire parlare di qualcosa da cui i lettori si sentono chiamati in causa. Viste da una certa distanza di tempo e quindi con più freddezza, ci sembra quasi strano che una discussione ci abbia coinvolti al punto da farci arrabbiare, o persino da mettere in crisi rapporti personali lunghi anni. Qui abbiamo compilato una lista delle più rilevanti polemiche culturali italiane e internazionali del 2015, che sono anche un buon modo per ricordarsi a cosa ci siamo più appassionati quest’anno.

 

1. Il boicottaggio di Charlie Hebdo al PEN

Il PEN American Center ogni anno organizza a New York una serata di gala dove assegna un premio per la libertà di espressione, il Literary Gala & Free Expression Awards. Per l’edizione del 2015 ha deciso di premiare il Charlie Hebdo, il settimanale satirico francese che a gennaio era stato colpito da un attacco jihadista, e Khadija Ismayilova, una giornalista investigativa azera minacciata dal regime. Cinque scrittori che avrebbero dovuto essere tra gli ospiti d’onore – Peter Carey, Michael Ondaatje, Francine Prose, Teju Cole, Rachel Kushner e Taiye Selasi – hanno annunciato un boicottaggio: a dir loro, il Charlie Hebdo era una testata razzista che non meritava di essere premiata. Quando si è diffusa la notizia, Salman Rushdie ha contrattaccato, accusandoli di essere dei vigliacchi: «six authors in search of a bit of a character» (dove «character» può significare sia “personaggio” sia “coraggio”). A favore del boicottaggio si sono poi schierati altri 145 autori. Contro di esso sono intervenuti Neil Gaiman, Art Spiegelman e Alison Bechdel, che si sono offerti volontari per fungere da “table host” al posto dei boicottatori. Bechdel ha però confessato di averlo fatto solo perché le era stato chiesto da Spiegelman: «Se i boicottatori mi avessero chiamato per primi, forse mi sarei schierata dalla loro parte, perché entrambe le parti hanno delle ottime argomentazioni».

PEN American Center Literary Gala

 

2. Saviano accusato di plagio

Con un articolo pubblicato sul Daily Beast a settembre, il giornalista Michael C. Moynihan ha tacciato Roberto Saviano di plagio: stando alle accuse, lo scrittore napoletano avrebbe copiato da articoli giornalistici paragrafi interi di ZeroZeroZero e spacciato per fonti dirette alcune testimonianze in realtà lette altrove. «Il libro di Saviano non è solo brutto, è sorprendentemente disonesto. Infatti ZeroZeroZero è pieno zeppo di passaggi saccheggiati da giornalisti meno noti», ha scritto Moynihan. Smascherare plagi, o presunti tali, è una sua specialità: nel 2012 aveva incastrato il saggista Jonah Lehrer, che per questo si era dovuto dimettere dal New Yorker. Saviano si è difeso dalle colonne di Repubblica (l’articolo è stato molto ripreso all’estero, dal Guardian per esempio), sostenendo che il suo è un lavoro di racconto non-fiction: «Mi accusano di aver ripreso parole altrui: come se si potesse copiare la descrizione di un documentario. Se la protagonista è donna, è madre, ha 19 anni, si chiama Little One e ha un numero tatuato in faccia, non so quanti modi ci possano essere per raccontarlo». E ancora: «Le informazioni sono di dominio pubblico e non appartengono a nessun giornale perché sono fatti. Le analisi appartengono a chi le elabora e quelle vanno citate, sempre». Hanno difeso dalle accusa, tra gli altri, Gad Lerner («Trovo patetico questo sforzo diffamatorio») e Christian Rocca («Saviano può piacere o no ma se scrive che i comandamenti sono 10 non è plagio della Bibbia né penso abbia intervistato Mosè»).

 

3. La lista nera dei libri gender

Con una circolare del 24 giugno, il nuovo sindaco di Venezia Luigi Brugnaro aveva esortato le scuole d’infanzia e i nidi cittadini a ritirare 49 libri per bambini rei, a suo dire, di diffondere l’ideologia gender e ledere il diritto dei genitori di «avere voce in capitolo sull’educazione dei loro figli». La lista dei 49 libri banditi è stata resa pubblica dal Corriere della Sera: include testi che non c’entrano assolutamente nulla coi temi sensibili (per esempio Piccolo Blu e Piccolo Giallo di Leo Lionni, libro degli anni ’50 ora ristampato da BabaLibri, e Ernest ha l’influenza, la storia di un orso a letto con l’influenza), e almeno quattro libri che parlano di genitori gay. La notizia è arrivata a Elton John, che ha dato a Brugnaro del «bifolco cafone». Gli scrittori Andrea Valente e Matteo Corradini hanno chiesto al sindaco di ritirare anche i loro di libri: «Non vogliamo stare in una città dove vengono banditi quelli di altri». Alla fine Brugnaro ha fatto una mezza marcia indietro: «Saranno non più di due o i tre libri di favole gender che saranno ritirati dalle scuole e che resteranno comunque a disposizione delle biblioteche comunali». Stando alle notizie circolate, i due libri banditi sarebbero Jean a deuz mamans della francese Ophélie Texier, che parla di una bambina con due mamme, e Piccolo uovo (testo di Francesca Pardi e illustrazioni di Altan) che racconta tanti tipi diversi di famiglia.

 

4. Fantascienza di estrema destra

Gli Hugo Awards sono i più prestigiosi premi della fantascienza, assegnati ogni anno alla World Science Fiction Convention (Worldcon), che ogni anno si svolge in una città diversa. Sono divisi in 14diverse categorie, incluse miglior romanzo, miglior racconto breve e migliore fanfiction, da tutti i partecipanti alla Worldcon: basta pagare il biglietto da 40 dollari, insomma, per avere voce in capitolo. Durante l’edizione del 2015, alcuni gruppi di appassionati di estrema destra vicini al mondo Gamergate – “i sad puppies” e i “rabid puppies”, guidati dall’autore/editore Vox Day, al secolo Theodore Beale, noto per la sua opposizione al voto alle donne – hanno partecipato in massa alla convention con l’obiettivo di influenzare il premio: volevano evitare che vincessero autori femmine o di colore e spingere invece l’autore John Wright, da loro apprezzato per le sue opinioni omofobe. Visto che i premi si assegnano con una votazione al doppio turno e che è possibile votare “nessuno” (no award), quando gli altri si sono accorti che in alcune categorie i candidati di estrema destra erano in vantaggio hanno deciso di boicottare il premio votando in massa “no award”. Il risultato è che tre premi importanti non sono stati vinti da nessuno: la migliore novella, la migliore storia breve e il migliore “related work” (saggi legati in qualche modo alla fantascienza). Gli Hugo Awards del 2015 sono passati alla storia come l’edizione della discordia, l’episodio è stato ampiamente discusso dalla stampa americana e internazionale, spingendo alcuni tra gli scrittori di fantascienza più noti a condannare i puppies. «È stata una vicenda davvero brutta», ha dichiarato George R.R. Martin, l’autore delle Cronache del ghiaccio e del fuoco da cui è stato tratto Games of Thrones: il premio, ha detto, ormai è «rovinato» e ci sono scarse possibilità di rimediare.

 

5. Un Nobel alla non fiction

Per la prima volta Nobel per la Letteratura è stato assegnato a un giornalista investigativo, la bielorussa Svetlana Aleksievič. Non è la prima volta un autore di non-fiction ha ricevuto il prestigioso premio (il filosofo e saggista Bertrand Russell è stato premiato nel 1950). Ma il fatto cheAleksievič fosse prevalentemente un’autrice di reportage e che lei stessa avesse dichiarato anni prima che «in un mondo tanto sfaccettato, l’arte si è spesso dimostrata impotente, incapace di capire molte cose», ha sollevato un dibattito sul ruolo della non-fiction: siamo arrivati a un punto in cui la documentazione ha superato il racconto, come forma d’arte? Sul New Yorker Philip Gourevitch, che aveva già auspicato a un Nobel assegnato a un autore non-fiction, ha lodato la scelta dell’accademia di Svezia: «Però Alexievich è tutto fuorché una semplice testimone che trascrive le voci altrui, è una voce letteraria che emerge dai cori che ha raccolto, con grande stile e autorità. Dunque il suo ruolo rende inutile la distinzione che lei ha fatto tra arte e documentazione». Eduard Limonov ha espresso una posizione opposta: «Cosa c’entra tutto questo con la letteratura? Aleksievič è una scrittrice di terz’ordine».

Svetlana Alexievich Speaks To Media Following Nobel Prize Win

 

6. Harper Lee e l’importanza dell’editing

Ad agosto è uscito negli Stati Uniti Go Set a Watchman, il secondo romanzo di Harper Lee (in Italia pubblicato a novembre da Feltrinelli con il titolo Va’, metti una sentinella). Il libro ha molto fatto parlare di sé: è uscito a più di mezzo secolo di distanza dal besteller Il Buio oltre la siepe, il primo (e fino a poco tempo fa unico) romanzo di Lee; l’autrice aveva 89 anni, cosa che ha spinto alcuni ad accusare l’editore di circonvenzione d’incapace; è stato un enorme successo commerciale; il secondo libro più pre-ordinato su Amazon dopo Harry Potter e i doni della morte. In principio era stato presentato come una specie di prequel al capolavoro di Lee che ha venduto 40 milioni di copie, ma poi si è sparsa la voce che si trattava di un primo draft: pare infatti il manoscritto fosse stato rifiutato, con il consiglio di focalizzarsi sull’infanzia della protagonista, originariamente concepita come una donna adulta (da cui l’effetto prequel). Una volta pubblicato, Va’, metti una sentinella ha avuto recensioni piuttosto fredde. La vicenda ha dunque portato a qualche riflessione interessante sul ruolo dell’editing e della riscrittura: come ha fatto un primo draft bruttino a trasformarsi in un bellissimo romanzo? Sul Guardian Mark Lawson ha lodato l’abilità degli editori che hanno saputo intravedere il talento di Lee nel suo primo esperimento non riuscito, indirizzandola nella direzione giusta: «Se il testo pubblicato oggi fosse uscito nel 1960, quasi certamente non avrebbe riscosso grandi successi. È difficile non ammirare chi ha individuato in quelle pagine l’embrione di un futuro grande romanzo». Sul New York Times Jonathan Mahler ha colto l’occasione per ricordare il ruolo della editor Tay Hoff, «la mano invisibile dietro al Buio oltre la siepe» che ha fatto «scrivere e riscrivere» numerose versioni del romanzo a Lee: «La pubblicazione di Va’, metti una sentinella offre un scorcio nel prima e nel dopo di un capolavoro».

 

7. Amazon contro le recensioni finte

Lo scorso ottobre Amazon ha accusato oltre 1.000 utenti di avere scritto a pagamento recensioni finte a libri e altri prodotti. Stando alla versione del colosso dell’e-commerce, avrebbero offerto i loro servigi su Fiverr, una piattaforma online di piccoli annunci, con un prezzo medio di pochi euro. Pare  cheAmazon si sia insospettita quando ha letto una recensione che diceva «ha illuminato la mia vita!» riferita a… un normalissimo cavetto Usb. La notizia ha provocato una discussione sull’affidabilità delle recensioni dei libri. Si stima infatti che circa il 13 per cento delle recensioni siano false e i libri non fanno eccezione – qualcuno anzi sostiene che le recensioni false potrebbero essere addirittura maggiori nel settore libri ed ebook. Il Washington Post (che è di Bezos, lo stesso proprietario di Amazon) ha raccontato di un fenomeno noto come “ebook catfish”: un editore assume qualcuno per scrivere un libro, in genere un saggio o un manuale, lo pubblica sotto pseudonimo spacciandolo per l’opera di un esperto e poi compra recensioni; alla fine se il piano funziona il libro diventa un bestseller e ci guadagna tanti soldi. In qualche caso funziona, come è stato con Learn Spanish in Seven Days!, che peraltro pare sia stato scritto da qualcuno che non sappia bene lo spagnolo.

 

8. Pasolini quarant’anni dopo

In occasione dei quarant’anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini, la stampa italiana ha ripreso a litigare sull’eredità di PPP. Ecco qualche esempio delle molte cose che sono state scritte e dette. «Fu un simbolo ma scrisse banalità», ha scritto Vittorio Feltri sul Giornale. Fazio l’ha ricordato con una puntata celebrativa, con Dacia Maraini e Gianni Morandi in studio: «Così lo uccidete una seconda volta», ha scritto Diego Fusaro sul Fatto. Studio ha pubblicato Sette buoni motivi per dimenticare Pasolini, di Francesco Longo, che è stato molto letto e contestato sui social network: «Da quando Pasolini ha annunciato che l’intellettuale “sa” tutto, “sa” i nomi di tutti i responsabili dei mali del mondo ma che non può andare dai magistrati, perché, scriveva, “Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi”, tutti possono sparare congetture e accusare chiunque senza fornire documenti». Su Facebook Gabriele Muccino ha definito Pasolini «non regista, che usava la macchina da presa in modo amatoriale, senza stile» e accusandolo di avere dato il là alla «dissoluzione dell’eleganza che il cinema italiano aveva costruito, accumulato, elaborato a partire da Rossellini e Vittorio De Sica». Poco dopo, subissato di critiche, ha temporaneamente chiuso il suo account.

"P.P.P., Un Omaggio A Pier Paolo Pasolini" Exhibition Opening - 6th International Rome Film Festival

9. La Ferrante, lo Strega e le dinamiche dell’inciucio

Ha fatto molto discutere la candidatura del Storia della bambina perduta di Elena Ferrante allo Strega (poi assegnato a La ferocia di Nicola Lagioia, ma la scrittrice è arrivata in cinquina). La candidatura è stata avanzata da Roberto Saviano, con una lettera aperta su Repubblica, dove presenta la decisione come una mossa contro lo strapotere delle grandi case editrici sul premio: «La tua partecipazione romperebbe gli equilibri di un gioco scontato». Dal canto suo, lei aveva risposto: «Accetto di sparigliare le carte in una gara ormai finta…». A complicare le cose, l’applicazione di nuove regole, «a salvaguardia dei piccoli e medi editori», il fatto che nessuno conosca l’identità di Elena Ferrante (come avrebbe ritirato il premio, in caso di vittoria?) e che Francesco Piccolo avesse deciso di rendere pubblici i suoi voti: Ferrante e Carofiglio. Dopo l’annuncio della cinquina, Saviano ha poi rincarato la dose definendo l’inclusione della Ferrante una «sorpresa» che avrebbe rotto le «dinamiche dell’inciucio». Ha risposto piuttosto piccato Tullio De Mauro, presidente della Fondazione Bellonci: «Saviano ha detto che chi non votava la Ferrante era un bandito asservito ai poteri forti… ma come si permette?».

 

10. Le guerre stellari dell’editoria italiana

Per quanto in un numero di fine settembre scorso Internazionale non si sia fatto problemi a dichiarare in copertina che «La fine del capitalismo è cominciata», nel corso dell’anno gli elementi a sostegno di questa tesi sono stati pochi. Nel piccolo mondo dell’editoria libraria italiana l’argomento che ha semi-monopolizzato il 2015 è stato ciò che sui media è diventato noto col nomignolo gomitatine-friendly “Mondazzoli”. Di un interesse di Mondadori nel rilevare Rizzoli e gli altri marchi RCS Libri si era iniziato a parlare nel 2014, quando una serie di analisti di settore avevano prospettato la nascita del colosso del libro italiano, un gruppo con in pugno il 40% del mercato nostrano. A febbraio arriva la conferma ufficiale da Segrate, e a giugno l’offerta formale di acquisizione. Nel frattempo sul Corriere della Sera un nutrito gruppo di 48 autori sotto contratto con la casa editrice Bompiani, uno dei marchi interessati dalla trattativa, fa fronte unito in un appello: «Un colosso del genere avrebbe enorme potere contrattuale nei confronti degli autori, dominerebbe le librerie, ucciderebbe a poco a poco le piccole case editrici». Roberto Calasso e la sua Adelphi si sfilano dall’affare per una clausola che permette allo scrittore di riacquistare le quote del marchio; Elisabetta Sgarbi a novembre si dimette dal suo ruolo di direttore editoriale Bompiani dopo un discusso tentativo di mediazione con Marina Berlusconi (quest’ultima scriverà poi una lettera al Foglio per rispondere a chi la accusava di «non capire» nientemeno che «la libertà della cultura») e fonda una nuova casa editrice, La Nave di Teseo, dove porta con sé molti dei suoi autori e collaboratori di lunga data. Umberto Eco, che fa parte di questi ultimi, alla serata fondativa rivela a Repubblica di aver spiegato solennemente a un nipotino il motivo della sua scelta di seguire Sgarbi: «Perché si deve».

 

In copertina e in testata: copie di Go Set A Watchman esposte da Foyles a Londra nel luglio 2015 (Rob Stothard/Getty Images).
All’interno del testo: Gerard Biard direttore di Charlie Hebdo prima della premiazione del PEN, 5 maggio 2014, New York (Jemal Countess/Getty Images); Svetlana Alexievich autografa libri a una conferenza stampa a Berlino due giorni dopo aver vinto il Nobel (Axel Schmidt/Getty Images); immagine della mostra “P.P.P., Un Omaggio A Pier Paolo Pasolini, ottobre 2006 Roma (Gareth Cattermole/Getty Images).
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