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La sinistra inglese ai tempi della Brexit

Dopo il referendum, il Labour deve ripensare il suo rapporto con le classi lavoratrici e le sue posizioni su molti grandi temi, come l'immigrazione.

Il 2 luglio scorso, nove giorni dopo la vittoria del Leave nel referendum sulla Brexit, circa 50 mila persone hanno partecipato a Londra a una “marcia per l’Europa”, organizzata con un post su Facebook dal comico e autore satirico Mark Thomas, un sostenitore del Remain che aveva espresso la sua frustrazione per il risultato e il “bisogno di fare qualcosa”. Moltissimi dimostranti hanno indossato bandiere dell’Unione Europea, inneggiato al “Bremain”, e fatto sfilare cartelli con scritte “We love EU”. In piazza però s’è visto qualcosa di più del semplice sostegno all’Europa. Il bersaglio della protesta, secondo alcuni, era il clima di xenofobia e ignoranza diffusa che ha portato al risultato del referendum: «Accetteremmo i risultati del referendum, se solo non fossero stati determinati dalla disinformazione e dalla frustrazione della gente», ha dichiarato alla fine della giornata lo stesso Thomas. Dal palco della manifestazione, Bob Geldof, il celebre cantante e organizzatore del Live Aid, ha esortato a «fare qualsiasi cosa per fermare l’uscita del Regno Unito dalla Ue». Il deputato laburista David Lammy ha lanciato un appello per cancellare il risultato del referendum con un voto parlamentare alla Camera dei Comuni. Nel frattempo, la petizione online per ripetere il referendum arrivava a quattro milioni di firmatari.

La rivista di sinistra Spiked ha definito la marcia una «manifestazione contro la democrazia». Un commento forte, che probabilmente non rende giustizia alla varietà degli argomenti e delle posizioni dei partecipanti. Certo, la disinformazione ha avuto un ruolo in questa campagna elettorale, come dimostra la bufala sui 350 milioni di sterline a settimana che sarebbero dovuti andare al sistema sanitario britannico dopo l’uscita dalla Ue. È anche vero però che nel campo del Remain, e spesso tra le posizioni più progressiste, c’è una tendenza a liquidare il risultato del voto come totalmente determinato dall’ignoranza, fino alle argomentazioni estreme di chi è arrivato a interrogarsi su possibili restrizioni del diritto di voto.

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«La frustrazione della gente» di cui parla Mark Thomas esiste, ma i progressisti e gli europeisti non dovrebbero cercare di comprenderne i motivi, invece di colpevolizzarla? L’Economist ha parlato di “ragioni giustificate” della rabbia di chi ha votato Leave, e di errori dei sostenitori della globalizzazione «di cui la gente normale ha pagato il prezzo». L’ex primo ministro laburista Gordon Brown ha usato toni simili quando ha chiesto una riflessione sulla globalizzazione e sui suoi effetti nel paese, per provare a ricucire la distanza tra le metropoli che in Inghilterra e Galles hanno votato per il Remain, e i piccoli centri e le aree “depresse” che hanno fatto vincere il Leave. Una discussione lunga, e di non facile soluzione, se davvero ci sarà.

Nel frattempo, c’è un tema ancora più urgente, quello dell’immigrazione: secondo i dati di Lord Ashcroft, il più famoso sondaggista britannico, la volontà di riprendere il controllo sull’immigrazione e dei confini è stata la seconda più importante motivazione per i sostenitori del Leave, compresi i molti elettori laburisti che hanno scelto di votare per uscire dall’Unione Europea. Il fatto che, dopo il referendum, nel Regno Unito si siano verificati diversi inquietanti episodi di razzismo ha rafforzato l’idea che quello per il Leave fosse fondamentalmente un voto xenofobo (basti pensare al poster dell’Ukip con la fila di rifugiati in coda per entrare in Europa). Ma qualcuno, come il giornalista del Guardian John Harris, ha provato a mettere in dubbio alcune certezze, ricordando di aver incontrato e intervistato, negli ultimi anni, molte persone spaventate e preoccupate per gli effetti economici dell’immigrazione. Come nella città di Petersborough, considerata una “heartland” dell’Ukip, dove molti cittadini accusavano le agenzie interinali di assumere soprattutto immigrati disposti a lavorare con turni disumani e per paghe bassissime.

Labour Brexit immigrazione

In realtà, nel Regno Unito la sinistra ha da tempo iniziato a preoccuparsi di immigrazione. Nella campagna elettorale per le elezioni del 2015 l’allora leader laburista Ed Miliband aveva assicurato che il suo partito era «cambiato sull’immigrazione» e si sarebbe «occupato delle preoccupazioni della gente». Tra i gadget elettorali era stata inserita anche una tazza con lo slogan «Controls on immigration»Dopo la massiccia fuga di elettori verso l’Ukip, un recente report condotto dal parlamentare Jon Cruddas ha concluso che il Labour rischia di diventare «irrilevante per la maggior parte della working class» e che la sua base elettorale si sta restringendo a elettori delle grandi aree metropolitane, mediamente benestanti e colti.  Cruddas ha esortato il suo partito a «smettere di trattare in modo paternalistico i sostenitori dell’Ukip», e a riconoscere che «l’Ukip stesso sta diventando attraente per molti elettori di sinistra».

Le tesi di Cruddas sono tornate di attualità dopo il referendum: che la sinistra debba ragionare senza tabù sull’immigrazione è quel che afferma da anni Paul Collier, professore di economia a Oxford, ex consulente di Tony Blair e celebre studioso di modelli di sviluppo per i paesi poveri. Nel 2013 ha pubblicato un libro intitolato proprio Exodus. I tabù dell’immigrazione, tradotto in italiano da Laterza, una riflessione pragmatica da sinistra sulla questione che ha creato non pochi mal di pancia tra i progressisti. La sua tesi è che esiste una soglia massima di diversità che una società è in grado di sostenere, e oltre la quale si registra un eccessivo livello di erosione della coesione sociale.

Labour immigrazione Brexit

L’argomento è di attualità estrema, perché, se applicato al referendum, suggerisce una spiegazione non semplicistica delle motivazioni per cui molte persone hanno votato Leave e sono transitate dai partiti tradizionali all’Ukip. In sostanza, Collier sostiene che anche la xenofobia è un esito possibile quando le differenze culturali all’interno di una comunità locale, specie se economicamente non molto sviluppata, sono eccessive. Un fenomeno che si amplifica quando chi arriva da fuori tende ad auto-ghettizzarsi e formare micro-gruppi tendenzialmente isolati.  Soluzione: porre dei limiti all’immigrazione.

Comunque la si pensi, le tesi di Collier acquistano interesse per un particolare motivo: spiegano perché l’ostilità nei confronti degli immigrati possa sorgere anche laddove il loro impatto sull’economia reale è minimo se non benefico. Recenti studi della London Schools of Economics hanno mostrato come le principali paure sulle conseguenze economiche dell’immigrazione (riduzione dei salari, dei servizi sociali) siano in molti casi infondate.

La sinistra inglese alle prese con Brexit e immigrazione

Altri commentatori hanno proposto soluzioni molto diverse rispetto a quelle di Collier: tra loro, il giornalista del Guardian Owen Jones, che ha chiesto di investire risorse nei servizi sociali all’interno di comunità con alti tassi di immigrazione. Favorendo l’integrazione e intervenendo sulle disuguaglianze, in altri termini, anche le paure irrazionali scomparirebbero. La ghettizzazione di alcune popolazioni straniere, non è, infatti, sempre auto-indotta. Un esempio: moltissime scuole nel Regno Unito sono composte in gran parte da immigrati perché sono le uniche che possono permettersi.

Iniziare una riflessione in tutte le direzioni sull’immigrazione non sarà facile, per i laburisti. Che rischiano di essere attaccati da sinistra, e di essere comunque bollati come “non credibili” dalla destra, e soprattutto dall’Ukip. Proprio come è successo dopo l’idea – forse semplicistica – di stampare lo slogan “Controls on immigration” sui gadget elettorali. Ma se le frustrazioni alimentano paure spesso irrazionali, quell’atteggiamento paternalistico lamentato da Jon Cruddas non è una soluzione. E capirlo sarebbe un passo importante per evitare altri rovinosi fallimenti.

 

Tutte le immagini ©Getty Images
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