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La strana coppia della Brexit

Nigel Farage e Michael Gove hanno guidato l'esercito che ha vinto la battaglia sulla Brexit. Ma rappresentano due fronti che non potrebbero essere più diversi.

Nigel Farage e Michael Gove sono comandanti dello stesso esercito, quello che ha vinto la battaglia per la Brexit, ma nonostante la causa comune, il nemico comune – l’Europa con le sue intrusioni – non sono riusciti a stringere un’alleanza. Non serve guardarli troppo da vicino per sapere che i due non condividono nulla, né modi né sostanza, li chiamano Mr Nasty e Mr Nice, il monello Farage e il sobrio Gove: si sono ritrovati dalla stessa parte di una delle battaglie di idee più combattuta dell’ultimo decennio, e hanno dovuto fingere un’intesa che di fatto non c’è stata. Nella campagna referendaria britannica s’è visto di tutto: amicizie collassate, sodalizi politici spezzati, occhi bassi nei corridoi per non doversi guardare in faccia, previsioni catastrofiche, rivisitazioni storiche al limite della sanità mentale, malignità private e a volte pubbliche, ma Farage e Gove insieme no. Troppo distanti. La loro disunione è la rappresentazione esatta del dibattito sulla Brexit, che è poi un dibattito che ci riguarda tutti, che supera la destra e la sinistra, che va all’origine della crisi ideologica che attraversa l’Europa (nemmeno l’America ne è immune): è lo scontro tra liberali e protezionisti, tra chi cerca opportunità nell’apertura al mondo e chi pretende di trovarle nel nazionalismo e nell’isolamento.

Nigel Farage Launches UKIP's New EU Referendum Poster Campain

Nigel Farage è un uomo generoso e ciarliero, non rinuncia mai a un boccale di birra, ha una risata contagiosa, non si sottrae alle attenzioni dei giornalisti, gli piace urlare per farsi sentire e, se si sente inascoltato, scalcia e si dimena finché non si riprende gli occhi addosso. Leader dell’Ukip da quasi un decennio, con una pausa elettoralmente disastrosa tra il 2009 e il 2010, è uno dei fondatori del partito indipendentista britannico: aveva militato tra i conservatori fin da ragazzo, ma nel 1992, quando il Regno Unito firmò il trattato di Maastricht, se ne andò e creò la Lega antifederalista, antenata dell’Ukip. Come spesso capita ai nazionalisti, la lotta contro le ingerenze europee è per Farage la battaglia di una vita. Molti conservatori euroscettici hanno spesso subito il suo fascino – l’ex sindaco di Londra, Boris Johnson, un altro leader della Brexit, ha detto che c’è qualcosa di «assolutamente conservatore» in Farage, e non a tutti piace questa assimilazione – anche se negli ultimi anni, quando ha portato un movimento che viaggiava sull’1 per cento dei consensi a percentuali da partito vero (pure se il sistema “winner takes all” non lo ha premiato), il distacco è diventato più sentito.

L’Ukip rubava voti ai Tory sui temi dell’immigrazione e delle ingerenze europee, e proprio questo cannibalismo, che da sempre tormenta i conservatori, ha convinto il premier David Cameron a lanciare il referendum sull’Europa, regolamento di conti a favor di telecamera. Farage non poteva desiderare di meglio: lui che non ha voluto fare l’università per andare a fare il broker alla City e mettersi via un gruzzoletto buono per finanziare le sue ambizioni politiche, lui che ha rischiato già di morire due volte – una da ragazzo quando fu investito e rischiò di perdere una gamba (trascorse in ospedale molto tempo, si sposò poi la sua infermiera) e un’altra più di recente quando il suo aereo è precipitato proprio nel giorno in cui si giocava una partita elettorale importante – è un combattente nato. Un idealista, anche, al punto che ha imparato a rivendere al suo pubblico, con crescente successo, un’idea di Inghilterra supersolitaria, e felicemente isolazionista, che rifiuta il libero mercato e la libera circolazione perché annacquano l’identità britannica. Richiudersi in se stessi, questa è l’opportunità della Brexit secondo Farage.

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Michael Gove è schivo, riservato, preferisce stare dietro le quinte dove si studia e si pensa e si offrono visioni. Ministro della Giustizia nel governo Cameron, Gove è uno degli ideatori del rilancio del conservatorismo britannico, quel che si chiama il cameronismo. È un amico di Cameron, Gove, e la sua decisione di fare campagna per la Brexit, contro il suo premier, è stata sofferta per lui e quasi imperdonabile per Cameron. Quando decise di schierarsi con gli euroscettici, fu sua moglie, Sarah Vine, che fa la giornalista, a spiegare in una column la sofferenza personale e professionale di Gove: il tormento era grande, davvero non voleva “tradire” il suo amico – Gove è padrino di Ivan, il figlio morto di Cameron, le mogli sono molto amiche, i bambini giocano assieme – e suo datore di lavoro, ma l’euroscetticismo è un tratto fondante del pensiero di Gove, non poteva prescinderne. Così ha scelto, creando un pochino di sorpresa in chi pensava che non avrebbe partecipato alla campagna pur di salvaguardare la sua lealtà: Rupert Murdoch commentò, con tono volutamente paternalista, che Cameron avrebbe dovuto sapere che la correttezza ideologica viene prima dell’amicizia. La battaglia però è diventata presto molto ostile: chissà quanti margini di riparazione ci sono oggi tra i due.

Studioso, giornalista, animatore del think tank conservatore Policy Exchange, Gove è un liberale, falco in politica estera (un neocon, si definisce lui), liberale sui temi etici, quando era ministro dell’Istruzione ha litigato con tutte le associazioni degli insegnanti nel tentativo di imporre al sistema scolastico britannico un approccio di responsabilizzazione d’ispirazione scandinava. Per lui la Brexit è un’opportunità di libertà: vede nell’Unione europea un eccesso di protezionismo, che ha un impatto negativo sui consumatori, sulle tariffe, sul potenziale di crescita inglese. L’immigrazione, secondo Gove, è un problema non tanto perché “ruba il lavoro ai locali”, come sostengono gli indipendentisti, quanto perché è fuori controllo, e il governo non è riuscito a rispettare gli obiettivi che si era prefissato. Nell’idea di Gove, l’immigrazione è un potenziale: in questo ha una vena cosmopolita liberale che appartiene oggi più alle sinistre che alle destre, così come per lui la Brexit rappresenta la possibilità di presentarsi ai negoziati internazionali con un’indipendenza che, visto il peso specifico del Regno Unito, porterebbe a siglare accordi più vantaggiosi di quelli che l’Unione europea, bloccata e poco liberale, riesce a conquistare. Da un punto di vista squisitamente ideologico, Gove rappresenta il problema maggiore per i sostenitori del “Remain”: ha rubato il mantello del liberalismo ai conservatori di governo. Anche l’Economist, magazine che di quel mantello si fa vanto, si è risentito, e nel suo ultimo editoriale contro la Brexit, dice che la via liberale per l’uscita dall’Ue è  «soltanto un’illusione».

Nigel Farage Launches UKIP's New EU Referendum Poster Campain

Farage e Gove non c’entrano niente uno con l’altro, dunque. Nell’ultima settimana segnata dalla tragedia dell’uccisione della parlamentare laburista Jo Cox da parte di un sostenitore del “Regno Unito libero”, c’è stato l’ultimo scontro tra le due visioni della Brexit. Farage ha fatto produrre un poster in cui si vede una colonna di immigrati siriani in cammino verso l’Europa con la scritta Breaking Point. Ci sono state tantissime polemiche, sui social molti hanno appaiato questa immagine a quelle della propaganda nazista, e lo stesso Gove ha detto di aver “tremato” quando ha visto lo spot. La rivalità ideologica tra i due è diventata anche tattica: soltanto quando la campagna per il “Leave” ha iniziato a parlare di immigrazione, i sondaggi hanno iniziato a segnalare un netto vantaggio a favore della Brexit. Si sa che questo tema è esclusiva da sempre degli indipendentisti – è il motivo per cui l’Ukip ha preso piede nel Paese – e così dalle parti di Farage si è iniziato a dire: l’approccio sofisticato di Gove e dei suoi non ha alcun fascino, per vincere bisogna occuparsi non di economia ma di immigrazione, non di testa ma di pancia. Le rilevazioni hanno dato ragione a Farage, e così i giornali inglesi si sono riempiti di interpretazioni ironiche del concetto “take back control”, slogan primario dei sostenitori della Brexit: Farage ha ripreso il controllo su Gove, e ora è l’istinto protezionista e xenofobo a ispirare questi ultimi giorni di campagna referendaria.

Vale anche il contrario. Già da alcuni giorni prima del risultato negativo era iniziato il coro se-perdiamo-non-è-colpa-mia. L’ha inaugurato alla grande, come è nella sua natura, il leader del Labour Jeremy Corbyn, sostenitore del “Remain”, che ha ammesso di essere parecchio euroscettico, che l’immigrazione è un problema irrisolvibile stando nell’Ue e che, comunque, se la Brexit vincesse non si sentirebbe responsabile (chissà, forse se la augura, questa exit). Anche dalle parti di Gove e del suo sodale Boris Johnson si tendeva a mettere le mani avanti: se perdiamo, è per la xenofobia di Farage. Lo scontro tattico e ideologico è sempre stato tutto qui. L’esito della sfida lo conosciamo, ma tra i tanti regolamenti di conti che iniziano oggi c’è anche questo, quello tra protezionisti e liberali, che è quello che più interessa anche a noi che dal continente osserviamo atterriti le dinamiche politiche e personali dei leader britannici. Ma questa campagna è stata brutale, accusatoria, piena di colpi bassi, e allora è quasi naturale la sensazione che Mr Nasty abbia avuto la meglio su Mr Nice.

Fotografie Getty Images.
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