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La regola degli Oscar

I ritorni economici, le guerre di pr, il voto. Per vincere la statuetta non basta meritarsela, bisogna dimostrare che la si desidera.

Tocca citare Ricky Gervais. Per quanto ormai abusate (e non più di rottura perché accettate dalla massa), le battute del comico inglese riguardo i premi di Hollywood sono ancora le più ficcanti. Gervais ha condotto quattro volte i Golden Globe, i premi dati al cinema statunitense dalla stampa internazionale. È stato il primo a condurre lo show dopo quasi vent’anni di assenza di un cerimoniere e nei suoi monologhi ha attaccato più di tutti gli altri il valore effimero del riconoscimento e i first world problems dell’industria cinematografica. «Sono di fronte a un pubblico di privilegiati» ha sempre chiosato lui. «Penso che siano in grado di incassare i colpi».

Il discorso si può estendere con facilità agli Academy Awards, detti più comunemente Oscar, per cui l’industria cinematografica statunitense e il pubblico generalista nutre un’ossessione risaputa (tanto da aver fatto diventare le cinque candidature di Leonardo DiCaprio un gigantesco meme, roba che Peter O’Toole – otto nomination, zero vittorie – si rivolta nella tomba). In un episodio The Extras, Kate Winslet interpretava una parodia di se stessa in cui l’attrice è alla continua ricerca di ruoli con cui vincere un Oscar. «Faccio un film sull’Olocausto perché è un Oscar assicurato» diceva in una scena, per poi aggiungere «o un handicappato, anche quello di solito ti fa vincere». In Tropic Thunder Robert Downey Jr. alzava la posta affermando che per vincere la statuetta non bisogna interpretare un personaggio «completamente ritardato», ma uno che abbia sempre un lato di genialità, come il Rain Man di Dustin Hoffman. L’ironia diventa parossistica nel momento in cui la Winslet vince davvero un Oscar per un film sull’Olocausto, The Reader.

Gli Oscar sono il Superbowl dei cinefili. No, non dei cinefili. Di quelli che il cinema lo amano anche per la sua dimensione ludica. Qui non c’è il sangue e il sudore del cinema, se non in minima parte. Quindi si capisce perché il pubblico sia affascinato da questo premio, semplice e rassicurante. Meno immediati sono i motivi che portano gli studios hollywoodiani a investire milioni di dollari nella speranza di ottenere il riconoscimento. Sì, perché intorno agli Oscar si è creata un’ulteriore industria, con un suo indotto non indifferente, in cui sono coinvolti molte aziende e settori diversi. I diritti televisivi, le agenzie pubblicitarie, i vestiti che le star indossano, le feste a cui partecipano, i regali che ricevono. Per dire, le borse omaggio date a tutti i nominati (scherzo: solo attori, attrici e registi) valgono 200 mila  dollari e comprendono solitamente un rotolo di carta igienica da 275 dollari e un viaggio in prima classe in Israele. «Se cerchi degli ebrei, eccoli qui» disse Steve Martin a Christoph Waltz, quando questi interpretava il nazista di Bastardi senza gloria.

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Nella stampa i Golden Globe e i gli Oscar sono sempre stati accomunati da un rapporto di continuità. “I Golden Globe sono l’anticamera degli Oscar” è la frase più comune che si utilizza negli articoli. A parte una buona dose di pubblicità gratuita che il primo può regalare al secondo, gli esiti dei riconoscimenti sono slegati l’uno dall’altro. A votare i Golden Globe c’è la Hollywood Foreign Press Association, un’organizzazione di 90 giornalisti stranieri (una manciata di italiani, tra cui l’attuale presidente Lorenzo Soria) che spesso sceglie nominati di peso solo per potercisi fare delle foto insieme. Gli Oscar sono scelti dall’Academy, un gruppo di 6300 membri composti da professionisti ex-nominati/vincitori al premio o da persone invitate su raccomandazione di altri membri. Sono quindi due bacini di voto avulsi e per capire chi ha buone probabilità di vittoria è più utile guardare i premi di categoria, quelli che ogni sindacato (attori, produttori, sceneggiatori e via dicendo) dà ai propri membri. Il settore più indicativo è quello degli attori, la categoria più rappresentata all’interno dell’Academy.

I voti avvengono nel modo più semplice possibile: chi ne becca di più vince. La variabile più tumultuosa è che ci sia un pareggio. C’è però una serie di eccezioni. Mentre le candidature per miglior film sono scelte da tutti i membri dell’Academy, nelle altre categorie (con eccezioni: miglior film straniero, miglior film animato) le nomination sono decise dai professionisti di quel settore. E in quegli ambiti il numero di voti necessari è molto basso. Per ricevere una candidatura ai miglior costumi bastano venti voti. Per decretare le migliori canzoni dell’anno, invece, i musicisti dell’Academy vengono invitati a una proiezione in cui si fa vedere loro un rapido montaggio con tutte le canzoni in lizza.

Un metodo di scelta che alcuni hanno definito barbaro, perché strappa qualsiasi tipo di contesto e di risonanza emotiva. E meno parliamo dell’animazione meglio è: l’anno scorso l’Hollywood Reporter ha pubblicato una serie di profili dei vari votanti e molti di questi votano il miglior film animato su suggerimento dei figli o senza nemmeno averli visti tutti. E poi c’è la categoria di miglior film, che dal 2011 può comprendere dai cinque ai dieci nominati. Ai votanti è chiesto di scegliere i film in ordine di gradimento, assegnando dieci (o meno) posizioni. E se nessun film arriva al 50%+1 delle preferenze, vanno sommati voti in cui i film sono arrivati secondi, poi i terzi e così via. Si chiama voto alternativo e Vox lo ha spiegato con abbacinante semplicità. È un sistema anglosassone che si utilizza anche per eleggere il presidente della Repubblica in Irlanda o i membri della Camera del parlamento australiano. Il rischio di questo metodo è che film polarizzanti non vincono e vincono quelli che piacciono più o meno a tutti, non necessariamente i preferiti di tutti, ma quelli che accontentano un pubblico vasto. Ne è l’esempio perfetto Il discorso del re, un film classicissimo con poco di nuovo che di sicuro però rassicura i cuori e le menti.

Molti dei giurati votano il miglior film animato su suggerimento dei figli o senza nemmeno averli visti tutti

Prima di arrivare all’Oscar c’è una lunga campagna da intraprendere. La stagione dei premi inizia a settembre.  C’è il circuito dei festival da presenziare, Venezia, Telluride, Toronto per i grandi, il Sundance per gli indipendenti. Poi le campagne stampa “For Your Consideration”, le interviste, gli incontri, le tavole rotonde, i pranzi e le cene. È tanto lavoro (se così si può chiamare) e non tutti sono disposti a scendere a patti con quella che è, in definitiva, politica. Michael Fassbender, Joaquin Phoenix, Phil Collins e Mo’nique sono alcune tra le personalità che hanno deciso di non fare alcuna campagna – poi Mo’nique l’Oscar l’ha vinto lo stesso, ma è un caso più unico che raro. Perché l’Oscar non basta meritarselo, bisogna dimostrare ai colleghi che lo si desidera.

Chi più di tutto l’ha desiderato è Harvey Weinstein, il produttore-imbonitore che non hai mai badato a spese per far vincere i suoi film. Shakespeare in Love è un altro esempio di film non eccezionale spinto con successo alla vittoria. Per Il lato positivo è arrivato ad assumere Stephanie Cutter, una delle pr di Obama. L’altro mogul è Scott Rudin, capace di far candidare Molto forte, incredibilmente vicino, l’unico film nella storia degli Oscar a essere stato nominato come miglior film nonostante la pessima accoglienza della critica (43% su Rotten Tomatoes). Si fanno anche campagne contro la vittoria di qualcuno. Nel 1941 William Randolph Hearst boicottò Quarto potere e, disse Orson Welles, coinvolse delle prostitute per organizzare degli scandali che riguardassero il regista. Nel 1998 l’ufficio stampa di Qualcosa è cambiato instillò il dubbio sulla paternità della sceneggiatura di Good Will Hunting. Diversi articoli comparvero all’epoca dicendo che non erano stati Matt Damon e Ben Affleck a sceneggiare il film, ma (nell’ordine) Williamd Golman, Ted Tally e Kevin Smith.

Uno studio sociologico dell’università della California ha condotto una ricerca sugli Oscar bait, temi e parole dei film che fanno da esca per l’Oscar. Guerra, biografie e disabilità sono strettamente correlate alla vittoria del premio. Non lo sono per niente temi quali zombie, impianti al seno (?) e film indipendenti neri. Questo discorso vale in particolare nell’anno in cui gli Oscar, al grido di #OscarsSoWhite, non hanno nominato nemmeno un attore di colore. Non è un problema di bravura o qualità, è un problema culturale. Certi dicono che forse non c’erano tutte queste grandi interpretazioni o maestranze da premiare (opinabile: Chi-Raq, l’ultimo film di Spike Lee è la sua opera migliore dopo Fa la cosa giusta), ma il problema della rappresentazione è innegabile. È il semplice caso di quello che in biologia si chiama feedback positivo, una reazione che stimola la reazione stessa. Il gruppo di seimila e passa votanti degli Oscar sono per la stragande maggioranza bianchi, sono membri scelti di un’industria a larga parte bianca che raccontando se stessa rinforza la whiteness del panorama cinematografico.

87th Annual Academy Awards - Preparations Continue

In superficie tutto fila liscio: il presidente dell’Academy Cheryl Boone Isaacs è nera. Chris Rock, il presentatore della serata, è nero. Spike Lee, vincitore dell’Oscar alla carriera, è nero. Ma quando il cinema la racconta, l’esperienza nera è sempre una questione di razza. «La vita con l’asterisco» ha scritto il New Yorker. In realtà, fuori dai titoli dei giornali, il fallimento rappresentativo riguarda tutte le minoranze, anche quelle che minoranza in realtà non sono, facendo parte di una fetta cospicua della popolazione statunitense. Lo Screen Actors Guild, il sindacato degli attori, è per il 70% composto da bianchi. Se dovessero tutti ricevere una nomination agli Oscar, 28 volte su 40 i candidati sarebbero bianchi. La possibilità che non si presenti nemmeno un candidato di colore è davvero bassa e che ciò succeda in due edizioni di seguito lo è ancora di più. Eppure è successo nell’ultimo biennio. L’Economist la vede diversamente, rilanciando: i neri sono il 12,6% della popolazione statunitense e il 10% dei nominati degli Oscar dal 2000 a oggi sono stati neri, quindi la rappresentazione è quantitativamente accurata. Ma solo il 3% dei nominati agli Oscar è latina, contro il 16% della popolazione ispanica che vive negli Stati Uniti. E peggio ancora con gli asiatici.

L’anno scorso Vin Diesel dichiarò che Furious 7, il più recente capitolo dedicato alla saga di Fast and Furious, avrebbe dovuto vincere l’Oscar come miglior film, «a meno che l’Academy non voglia più essere culturalmente rilevante». Il critico A. O. Scott commentando la provocazione dell’attore scrisse che questa “irrilevanza” degli Oscar non è un difetto, ma il suo tratto peculiare. In pratica, il comitato che assegna i premi è alla ricerca di quella che l’accademico James English ha definito «l’economia del prestigio», e film come Furious 7 rappresentano l’economia del denaro, detta brutalmente. Data la naturale multiculturale del pubblico che va al cinema, i film commerciali offrono rappresentazioni più diversificate dei film fatti a misura di Oscar. Mentre i critici si sono fatti influenzare dalle teorie postmoderne e non vedono una cesura così forte tra arte alta e bassa, l’Academy non ha ancora colto il messaggio. O meglio, lo ha colto solo dove ha voluto, lasciando che blockbuster come Avatar venissero candidati per aumentare gli ascolti dello show, caduti in picchiata a metà degli anni duemila.

Mentre per gli attori e gli altri professionisti la vittoria di un Oscar porta a benefici nella carriera, per gli studi i ritorni monetari sono fumosi. Uno studio del 2011 ha messo in correlazione come un premio possa influire sugli incassi al botteghino. I dati hanno dimostrato che in media la vittoria di un Oscar vale 3 milioni di dollari, mentre un Golden Globe può valere fino a 14 milioni. Altre ricerche dichiarano invece che le entrate di un film da Oscar valgono molto di più. Se le campagne pubblicitarie per spingere un film nella stagione dei premi arrivano a costare 10-15 milioni di dollari, d’altronde, un motivo ci sarà. Alla fine tutti questi discorsi sono futili perché «i protagonisti di questi show siete voi, celebrità ricche e belle che si godono la vita», nel classico motteggio di Ricky Gervais. «Speriamo che nessuno vi rovini il momento».

Nelle immagini: le preparazioni della cerimonia degli Academy Awards di quest’anno e dell’anno scorso (Christopher Polk, Frederick J. Brown/Getty Images)
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