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La Buona Scuola, al di là del solito sciopero

Cosa c'è nella riforma della scuola e perché resta ancora un tabù. Parla la parlamentare del Pd Anna Ascani.

9e6f7039455c6dbadafbe6791c8a02c3Martedì 5 maggio i sindacati hanno indotto uno sciopero per protestare contro il disegno di legge di riforma della scuola, in discussione in questi giorni in commissione. Domenica, durante la Festa dell’Unità di Bologna, Matteo Renzi è stato contestato da un gruppo di precari della scuola proprio su questo tema. Secondo un esponente della Cgil, come riporta  La Repubblica, la riforma “è inaccettabile e incostituzionale in molte parti: nega il diritto allo studio e allarga le disuguaglianze sociali e territoriali”. Il clima sembra quello di sempre: quando si tocca la scuola, saltano fuori i NO da ogni dove.

Ma cosa c’è davvero nella riforma della scuola? Ne abbiamo parlato con Anna Ascani, parlamentare del Pd impegnata proprio sul fronte del disegno di legge La Buona Scuola.

Ascani, ci riassuma l’impianto generale della riforma in poche righe: come il governo intende cambiare la scuola e perché ha senso farlo.  

Riassumerei l’impianto generale del ddl con due parole chiave: “investire” e “autonomia”. Investire perché dopo anni di tagli lineari, il governo interviene su infrastrutture e personale come in questo settore mai si è potuto fare: 100.000 assunzioni a tempo indeterminato da Settembre 2015, 1 miliardo di euro da Settembre a Dicembre 2015, 3 miliardi dal 2016. Questo dovrebbe dare un’idea di quanto la scuola sia centrale per il PD e il governo. “Autonomia” perché un organismo complesso si mantiene in salute non se le singole cellule combattono tra di loro, ma se ciascuna di esse si responsabilizza all’obiettivo di fare il proprio meglio. “Autonomia” è una parola che, declinata nella scuola, produce effetti positivi.

Ci indichi tre punti fondamentali della Buona Scuola.

Come ho già detto, un punto importante è l’autonomia scolastica, che implica il superamento della distinzione tra organico di diritto e organico di fatto e prevede, quindi, anche il Piano Assunzioni e l’assorbimento di precariato storico.
Poi direi le competenze degli studenti: ritorna lo studio di arte e musica nelle scuole. S’investe fortemente sulle competenze linguistiche e sui punti deboli dei nostri studenti secondo i rapporti OCSE (matematica e italiano), l’educazione digitale entra per la prima volta, organicamente e seriamente, nella scuola. S’introduce la possibilità di personalizzare il curriculum formativo dello studente.
Terzo punto, l’edilizia scolastica: soltanto in questa legislatura sono stati impegnati più di 3 miliardi di euro. Inoltre sono stati destinati fondi ad hoc per controllare la sicurezza degli istituti.

Ci indichi quello che secondo lei è il beneficio maggiore per gli studenti contenuto nella riforma.

Gli studenti sono giustamente al centro, e per questo ritengo importante citare numerose novità: tra queste, il potenziamento dello studio di arte e musica e il fatto che per la prima volta si riconosca un ruolo all’educazione digitale. Su quest’ultimo tema mi sono molto spesa durante la mia attività in Parlamento, e lo trovo uno sviluppo cruciale. Da un lato, la cittadinanza digitale (imparare a comportarsi in rete, in maniera proficua e per la valorizzazione della propria cultura e dignità, evitando soprusi e pericoli) è ormai necessaria, e ad essa quindi bisogna essere educati. Dall’altro lato, non viviamo più nell’epoca in cui la scuola, quando guarda verso il lavoro, deve educare solo alla manifattura o all’utilizzo delle macchine: viviamo e vivremo sempre più nell’epoca in cui lavoro significa programmare le macchine e analizzare i dati. Un altro beneficio fondamentale è la valorizzazione d’inclinazioni e attitudini del singolo studente: compatibilmente con il Piano di Offerta Formativa, durante gli ultimi anni delle scuole secondarie, lo studente potrà personalizzare il proprio percorso di studi. Un mio emendamento all’Articolo 3, che contiene le disposizioni a tal proposito, è stato approvato con apprezzabile condivisione da parte delle opposizioni: esso prevede che anche il colloquio finale all’esame di stato tenga conto del curriculum del singolo studente. In definitiva, lo studente sempre più al centro della scuola.

Lo sciopero del 5 maggio, le contestazioni degli ultimi giorni, le resistenze di insegnanti e sindacati. A ragione o torto? Cosa si sente di dire loro?

Di fronte ad un intervento di grandissima portata, separare le critiche legittime e le ragionevoli preoccupazioni dalla strumentalizzazione è un esercizio doveroso. Penso che la prima formulazione del ddl contenesse dei punti discutibili, che il PD sta correggendo, i quali potevano far scattare dei campanelli d’allarme: in particolare, maggior autonomia scolastica e valutazione del merito nella carriera degli insegnanti devono essere declinate nella collegialità. Comprendo inoltre che è sempre molto delicato intervenire in itinere su tante persone, magari precarie da decenni, che si sono instradate su una professione con regole d’ingaggio diverse. Strumentalizzazioni e tentativi di forzatura ve ne sono molti su singoli punti: è comprensibile che in un vastissimo esercito di precari, con condizioni leggermente diverse tra loro a seconda della loro “epoca”, ciascuno cerchi di negoziare le migliori condizioni possibili. Ciò che rispedisco nettamente al mittente è invece la strumentalizzazione complessiva della riforma, magari a fini elettorali o con lo scopo di evocare un presunto autoritarismo del governo Renzi. Non sta a me giudicare questi fini, ma non posso non pensare che si faccia un danno al paese tentando di perseguirli sulla pelle della scuola, e quindi delle studentesse e degli studenti.

Perché, secondo lei, in Italia è così difficile mettere mano alla scuola con consenso e collaborazione da parte degli attori in campo?

Perché tanti governi hanno preferito mettere una bandierina e fare una piccola riforma della scuola, invece che promuovere un intervento di sistema che mettesse ordine. Il prezzo più salato è stato pagato soprattutto dagli insegnanti più deboli, i precari, che hanno visto continuamente cambiare le regole d’ingaggio ed hanno dovuto profondere sforzi, tempo e denaro per un traguardo che non arrivava mai. Perché veniamo da anni di tagli lineari. Perché gli insegnanti hanno visto perdere negli anni il loro status sociale. Per tutti questi gravi motivi, c’è un clima di diffidenza rispetto a ogni intervento che si fa sulla scuola. A ciò si aggiungano certe strumentalizzazioni, di cui sopra, e un clima poco dialogante è presto stabilito. Avendolo vissuto in prima persona, rivendico la bontà dell’approccio del PD e del governo: una vastissima campagna di ascolto è stata condotta, e continueremo ad ascoltare e a dialogare. Mi preme di ribadire con fermezza quello che penso sia il punto fondamentale: il PD lavora per garantire un futuro a tutti quelli che vivono a vario titolo la scuola, e su di loro investe. L’Italia riparte se riparte la scuola, e #LaBuonaScuola è un investimento importante sulla scuola e sull’Italia, come non si vedeva da tempo.

“Renzi e Giannini fa rima con Gelmini” titolava ieri Il Fatto Quotidiano. Lei ovviamente non sarà d’accordo: in cosa non fanno rima le due riforme?

Gelmini e Tremonti hanno disinvestito sulla scuola, mentre la spesa pubblica negli anni di Berlusconi per paradosso aumentava. Questo governo, seguendo e potenziando il lavoro del precedente, torna a investire sulla scuola. Come ho detto all’inizio di questo dialogo, il rapporto tra le ristrettezze dello spazio di manovra per investimenti (a causa dei vincoli di bilancio e la recessione di questi anni) e l’entità dell’investimento sulla scuola danno la misura del fatto che per il PD la scuola è il cuore del paese. Da lì si riparte tutti insieme. Quindi, nessuna rima, ma solo un’esclamazione: finalmente un investimento serio sulla scuola!

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