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Kevin Bacon, l’instancabile

Oggi Kevin Bacon si gode lo status di oggetto del desiderio delle femministe in I love Dick. Ma vanta una filmografia vastissima e variegata dai contorni quasi mitologici.

Questo pezzo fa parte di “Studio estate”, una serie di ritratti di personaggi e di luoghi da scoprire e riscoprire durante le vacanze d’agosto. Potete leggere gli altri articoli della stessa serie a questo indirizzo.

Durante le interminabili estati da preadolescente nel profondo Salento c’era una costante dei pomeriggi sempre troppo lunghi, in attesa che l’orario si facesse quello giusto per andare al mare secondo i calcoli della mia fiscalissima madre (mai prima delle tre e mezzo, nonostante le vigorose proteste). Quella costante era la televisione e, più nello specifico, le repliche annoiate di vecchi film e telefilm, che si lasciavano guardare con un occhio aperto e uno chiuso, mentre le gambe impazienti si appiccicavano al divano finché la decisione più saggia non sembrava quella di stendersi sul pavimento con un cuscino, per sentire un po’ di fresco e far passare il tempo lentissimo delle vacanze. Così ho conosciuto per la prima volta Kevin Bacon, credo senza sbagliare intorno ai dodici-tredici anni, nella snellissima versione che, malgrado le enormi capacità recitative che avrebbe dimostrato in seguito, lo ha immortalato nella memoria collettiva: naturalmente parlo di Ren, il protagonista ribelle di Footloose (di Herbert Ross, 1984).

Proprio la commediola anni Ottanta stroncata (giustamente) dalla critica che ai miei occhi era un capolavoro assoluto, quella del «Dance is illegal?», di Sarah Jessica Parker prima che diventasse Sarah Jessica Parker, dei cappelli da cowboy e della corsa sui camion di Ariel (Lori Singer), del temibile reverendo Moore (John Lithgow) e, soprattutto, della colonna sonora con Kenny Loggins, Bonnie Tyler, Ann Wilson e Mike Reno, i Moving Pictures con la loro struggentissima “Never” fra gli altri, ai quali addosso oggi la responsabilità per il mio soft spot ottantiano. Il film era vecchio di almeno quindici anni e, mentre io me ne innamoravo, Kevin Bacon era già diventato il “volto spalla” di molte epopee cinematografiche degli anni Novanta, un decennio che intanto volgeva al termine.

Kevin Bacon Ritratti

Da JFK – Un caso ancora aperto (1991) di Oliver Stone a Codice d’onore di Rob Reiner (1992), da Apollo 13 di Ron Howard (1995) a The River Wild – Il fiume della paura di Curtis Hanson (1994) fino a Sleepers di Barry Levinson (1996) e Mystic River di Clint Eastwood (2003), il suo volto era ormai uno di quelli fra i più riconoscibili di Hollywood, sebbene non vestisse quasi mai i panni dell’eroe protagonista, anzi. Reduce da anni di teatro, sul grande schermo o moriva prima in procinto di, oppure recitava inevitabilmente nel ruolo del cattivo/psicopatico, meglio ancora se ripugnante come il poliziotto pedofilo di Sleepers, che se ne va senza accorgersene (e senza pentirsi) con un colpo di pistola che fa più male a chi gli spara che a lui. Ripensatelo per un attimo in The River Wild, in Sex Crimes – Giochi pericolosi (di John McNaughton, 1998) o ne L’uomo senza ombra (di Paul Verhoeven, 2000), spietato e inquietante come solo Cillian Murphy dopo di lui. Merito del viso spigoloso e degli occhi piccoli e stretti, che quelli di Ryan Gosling son venuti dopo e non hanno mica la stessa espressività, e merito di un talento coltivato a suon di numeri e tanta umiltà.

“Type-casting” lo chiameremmo oggi. Lavorare con quello che si ha direbbe probabilmente lui, che un po’ vecchia scuola lo è rimasto. A 59 anni, Kevin Bacon vanta infatti una filmografia vastissima e variegata dai contorni quasi mitologici, tanto da avergli fatto guadagnare un algoritmo personale (il “numero di Bacon”, basato sui gradi di separazione) secondo cui ha recitato nella maggior parte dei film che vi capiterà mai di vedere, casualmente o per scelta. Non è mai stato uno con la puzza sotto il naso, di quelli che scelgono solo film da Oscar e che a un certo punto decidono che è meglio ritirarsi a vita privata perché ormai la televisione è diventata il nuovo cinema (ogni riferimento a Daniel Day Lewis è puramente casuale); al contrario ha mantenuto un approccio working class lungo tutta la sua carriera, lui cresciuto a Philly ultimo di sei fratelli, figlio di mamma maestra liberal e papà urbanista, che a tredici anni decide di trasferirsi a New York per studiare cinema.

The IMDb Studio At The 2017 Sundance Film Festival Featuring The Filmmaker Discovery Lounge, Presented By Amazon Video Direct: Day Three - 2017 Park City

Ha saputo rischiare pur accettando per lungo tempo di rimanere all’angolino in cui il sistema lo aveva relegato, ha anche preso parecchi granchi (ultimo in ordine di tempo: ricordate la gioia con cui abbiamo accolto il suo ruolo da protagonista in The Following di Fox, prima di renderci conto che, ancora una volta, non si rendeva giustizia al suo talento?). Eppure non si è mai stancato di rimettersi in gioco. Non siamo forse tutti innamorati di Dick, ora? Che fosse uno di quelli bravi lo si era capito abbastanza presto, nonostante il debutto tutt’altro che d’autore (ha anche recitato in Sentieri e Venerdì 13, se vogliamo dirla tutta) e cose come Tremors (di Ron Underwood, 1990) e Linea Mortale (di Joel Schumacher, 1990), che gli hanno regalato la fama internazionale.

Per rinfrescarsi la memoria su cosa è capace di diventare davanti alla macchina da presa, basta recuperare L’isola dell’ingiustizia – Alcatraz di Marc Rocco (1995) se proprio si vuole andare indietro nel tempo, o il difficilissimo e mai troppo lodato The Woodsman – Il segreto di Nicole Kassell (2004), dove interpreta un pedofilo che cerca di fare i conti con la propria malattia, ma se lo preferite sinistro e indecifrabile, riguardate invece Cop Car di Jon Watts, film uscito colpevolmente in sordina nel 2015 e che ha segnato il suo ritorno. Nel suo curriculum ci sono pure commedie mielose come Romantici Equivoci (1997) e Crazy, Stupid, Love (2011) e sebbene il pensiero che da un momento all’altro possa ammazzare tutti non ti abbandoni mai completamente durante la visione, è credibile pure lì, a dimostrazione di come sia quel tipo di attore a cui basta dare uno script in mano, e lui fa il suo lavoro.

"Story Of A Girl" New York Screening

In un’intervista al Guardian che risale al 2013 ha dichiarato di essere ben consapevole che, a furia di abbassare la testa e accettare quasi tutto, la sua carriera «era finita giù nel cesso», ma questo non gli ha impedito di abbracciare comunque il suo passato e le sue scelte. Al contrario di quelle band che smettono di suonare la loro hit di maggior successo o che da quest’ultima si fanno uccidere, Kevin Bacon possiede l’impagabile dote di sapersi prendere in giro, confermata dal fatto che con uno dei suoi fratelli ha fondato la band “The Bacon Brothers”. Certo, se lo incontrate per caso in un locale con l’amata moglie e collega Kyra Sedgwick, che lo ha appena diretto in Story of a Girl su Lifetime e con la quale ha due figli (Travis e Sosie Ruth, la ragazzina emo di 13 Reasons Why), non chiedetegli di ballare sulle note di Footloose, perché vi dirà sicuramente di no, anche un po’ scocciato: da vanesio qual è lo farà solo in grande stile su un palcoscenico che si rispetti come quello di Jimmy Fallon.

Però ha accettato di recitare nel sequel di Tremors, che a suo dire non sarà un flop come quelli che hanno seguito l’originale perché, beh, in questo c’è lui e tanto dovrebbe bastarci. Intanto, si gode lo status di artista-oggetto del desiderio di tutte le femministe in I love Dick, l’acclamata serie di Jill Solloway tratta dal romanzo di Chris Kraus, appunto. E tiene viva in tutti noi quella cotta da tredicenne in preda ai calori estivi, che non accenna ad affievolirsi.

Immagini in testata e nel testo: Getty Images
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