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Il test dell’età adulta nelle primarie americane

Clinton e Trump hanno vinto a New York con margini solidi. Si temevano sorprese e rivoluzioni, invece no. La campagna elettorale americana sta diventando grande?

Le primarie di New York hanno rispettato le aspettative, Hillary Clinton e Donald Trump hanno vinto con margini solidi. Si temevano sorprese, ribaltoni, errori statistici e rivoluzioni, invece no. La campagna elettorale americana sta diventando grande? Non del tutto, ma un pochino sì. Cinque cose da sapere per arrivare pronti al 26 aprile, quando si voterà in Connecticut, Pennsylvania, Rhode Island, Maryland e Delaware (tra otto settimane è tutto finito, non temete: cioè, poi si aprirà il circo delle convention, ma quello è tutto un altro spettacolo).

 

1. New York ha retto al test della “città adulta”

Le primarie a New York non sono quasi mai importanti, arrivano in un momento del calendario elettorale in cui solitamente i conti sono già stati chiusi. Il 2016 sarà ricordato come l’anno in cui nessuno riesce a tirare il colpo del ko, e così anche New York ha avuto la sua dose di tensione e domande. Soprattutto, tra un reportage e l’altro nel cuore liberal dell’America, un microcosmo invidiato da tutto il mondo, ci si chiedeva: non è che poi, al test da adulti, la città reagisce come una bambina? Per una giornata il nervosismo è diventato palpabile: in alcuni posti i seggi hanno aperto tardi, gli indipendenti che non si sono iscritti ai partiti non hanno potuto votare (nella città più liberal del mondo le primarie sono chiuse, non siamo mica in Wisconsin qui) e si sono lungamente lamentati, al punto che a poche ore dalla chiusura dei seggi c’era anche il dubbio che, come già accaduto in passato, le macchine elettorali non funzionassero, che ci fossero degli inciampi, dei brogli. Scossa dal “feel the Bern” e da un’emozione elettorale provata di rado, New York è sembrata per una giornata la capitale di un regime mediorientale: il sistema avrebbe fatto di tutto, schierato ogni arma possibile contro il dissidente. Non ce n’è stato bisogno. Hillary Clinton ha ottenuto nella sua New York, che l’ha eletta senatrice per due mandati, una vittoria solida, solidissima nei boroughs della Grande Mela, nel Bronx in particolare, e l’attimo che poteva cambiare tutto, ribaltare la predestinata e far sognare i BernieBros, è fuggito.

 

 2. Anche Donald Trump è sembrato adulto, più o meno

Tutto è personale a New York, lo era per Bernie, per Clinton e anche per Donald Trump: i biscotti elettorali cotti nella città erano tutti per loro. Trump nella sua New York è riuscito a ottenere l’endorsement del tabloid murdochiano locale, il New York Post, ricomponendo una frattura che aveva parecchi tratti di infantilismo. Rupert Murdoch e Trump sono molto simili, tycoon politicamente scorretti, ma si sono detestati e insultati per mesi, fino ad adesso: se ora davvero è stata siglata una tregua, gli equilibri potrebbero modificarsi. Così come si stanno modificando i toni: Trump ha dato retta a sua figlia Ivanka, instancabile sostenitrice del papà nonostante abbia appena partorito (nota a margine: due figli di Trump non hanno potuto votare alle primarie perché non si erano iscritti all Partito repubblicano: il termine scadeva a ottobre, maledetto sistema), che ripete: sii presidenziale. Per cucirsi addosso un’immagine presentabile, per la prima volta nella sua vita, dopo la vittoria a New York, Trump ha chiamato il suo rivale texano, Ted Cruz, «senatore» e non «bugiardo». Bisogna dire anche che infierire su Cruz sarebbe stato irrilevante: è andato malissimo, e con il sistema quasi maggioritario ha perso una buona occasione per fermare l’avanzata in termini di delegati di Trump.

US-VOTE-REPUBLICANS-TRUMP

 

 3. Sanders ha mostrato un volto da bambino (capriccioso)

Ora, è vero: il sistema sta con il candidato dell’establishment, e sarebbe bizzarro il contrario. Ma il sistema non può nulla quando gli outsider sono forti: c’è Barack Obama a dimostrarlo. Bernie Sanders vuole scardinare il meccanismo dei superdelegati, per questo è così tignoso, non molla, si arrabbia, reagisce. A New York, nonostante abbia riempito Prospect Park e gli altri parchi con una folla calorosissima, Sanders ha fatto molti errori. Ha rilasciato un’intervista, al Daily News, in cui doveva chiarire i dettagli del suo programma, sia economico sia di politica estera, ed è riuscito a non dire nulla, a rimanere inutilmente vago, ad ammettere persino che sul libero scambio è d’accordo con Donald Trump: meglio contenerlo. Poi è finito in una querelle antipatica e futile su chi fosse, tra lui e Hillary, il più «qualificato» a fare il presidente, dovendosi rimangiare la parola più volte. Durante l’ultimo dibattito, ha abbandonato i toni professionali e a tratti galanti che lo hanno sempre caratterizzato e ha urlato tutto il tempo, lasciando il pubblico a interrogarsi su chi, tra Hillary e Sanders, fosse più fastidioso. Ha messo in giro voci su un possibile ribaltone nei sondaggi – come si sa, le proiezioni si basano sui risultati del passato, ma Sanders ha mobilitato un elettorato che finora non si era mosso, è per questo che ci possono essere grandi errori nelle stime – salvo poi dire, 48 ore prima del voto: «Se non vinco? Non vinco». Anche per Sanders la questione a New York era personale – è nato a Brooklyn – ma il volto che ha mostrato qui, lamentoso e arrogante, non ha avuto successo.

 

4. La rivoluzione non c’è stata

Non è successo niente, o meglio, è successo quel che ci si aspettava: Bernie ha conquistato il voto dei maschi bianchi, Hillary tutti gli altri. Questo schema si è consolidato alle prime battute delle primarie e non è mai cambiato, anzi, semmai Hillary non ha perso il voto delle donne come sembrava all’inizio. Sta conquistando più voti, più delegati e più superdelegati sempre andando forte tra le minoranze. “Guardate i numeri”, ripete lo staff clintoniano, e anche se tanto pragmatismo suona come una rinuncia per un team che aveva la presunzione di far scoppiare l’amore tra gli americani e la loro supercandidata, non importa. I numeri dicono che Sanders non ha quasi più speranze, e sarà su questo che d’ora in avanti giocheranno i clintoniani: ritirati, fai solo male alla campagna dei democratici. Sanders invece non vuole arrendersi, e insiste con la guerra contro i superdelegati, provando a rompere il monopolio clintoniano su di loro. Dal punto di vista della purezza sventolata dal mondo di Bernie, il tentativo non fa una piega: il meccanismo dei superdelegati – politici che scelgono il candidato da sostenere indipendentemente dall’esito elettorale – è antidemocratico. Ma per scardinarlo c’è bisogno di un’alternativa valida: con Barack Obama la transizione avvenne. Oggi è tutto diverso: Sanders chiede di diventare rappresentativo del cambiamento, ma non riesce a ottenere quel consenso che gli permetterebbe di insidiare davvero la Clinton. Sembra piuttosto creato apposta per mostrare, con grande anticipo rispetto alla contesa di novembre, tutte le debolezze di Hillary: non è un rivale vero, è uno specchio che riflette vulnerabilità.

 

5. I populismi si assomigliano

Mentre uscivano gli exit poll, è stato pubblicato un sondaggio che mostrava un punto di contatto tra elettori repubblicani e democratici: il disprezzo nei confronti di Wall Street. Il 63 per cento dei democratici e il 49 per cento dei repubblicani dice che la city americana danneggia l’economia più che aiutarla. Tra chi è convinto delle nefandezze dell’1 per cento della popolazione legata a Wall Street vanno forte Sanders, naturalmente, e Donald Trump, businessman con l’aura da outsider nonostante sia nel cuore dei salotti newyorchesi da anni, che intercetta il voto anticapitalista. I due hanno anche lo stesso gruppo demografico dalla loro parte: il maschio bianco arrabbiato. Sanders e Trump non sono contenti quando i commentatori sottolineano i punti di contatto tra loro e i loro elettorati, ma tra tutti i capricci di questa campagna elettorale questo è il più ridicolo: tutti i populismi si assomigliano.

Nelle foto: Hillary Clinton e Donald Trump festeggiano le vittorie di New York (Getty Images)
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